Da Corleone a New York
Giuseppe Morello nasce a Corleone il 2 maggio 1867, figlio di Calogero Morello e Angela Piazza. Rimasto presto senza padre, cresce nella nuova famiglia formata dalla madre con Bernardo Terranova, dalla cui unione nasceranno, tra gli altri, Vincenzo, Ciro e Nicola Terranova, destinati molti anni dopo a seguirne il percorso criminale negli Stati Uniti. Morello presenta fin dalla nascita una grave malformazione alla mano destra, con le dita ripiegate e parzialmente saldate, dalla quale deriverà uno dei soprannomi con cui sarà conosciuto in America: Clutch Hand. Le fonti investigative siciliane lo inseriscono già da giovane negli ambienti mafiosi di Corleone, dove il patrigno Bernardo Terranova e lo zio Giuseppe Battaglia risultano legati alla cosca locale.
Alla fine degli anni Ottanta il suo nome entra nelle indagini condotte contro il gruppo mafioso guidato da Paolino Streva. Morello viene sospettato anche in relazione a fatti di sangue, senza arrivare a una condanna per omicidio, mentre un procedimento per falsificazione e frode avrà un esito preciso: la giustizia italiana lo condannerà in contumacia a sei anni e quarantacinque giorni di reclusione. Quando la sentenza viene pronunciata, Giuseppe si trova già dall’altra parte dell’Atlantico. Ha lasciato la Sicilia tra il 1892 e il 1893 per stabilirsi a New York, dove nel marzo 1893 lo raggiungono la madre, il patrigno Bernardo Terranova e i fratellastri Terranova.
La prima esperienza americana è segnata dalla ricerca di un lavoro stabile. Dopo circa un anno a New York, la famiglia si trasferisce in Louisiana, dove Giuseppe e Bernardo lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero, quindi tentano la coltivazione del cotone a Bryan, in Texas. Malattie e difficoltà economiche chiudono rapidamente l’esperienza agricola e, tra il 1896 e il 1897, i Morello-Terranova tornano definitivamente a New York. Giuseppe si stabilisce nell’area italiana di East Harlem e alterna diverse attività commerciali ai rapporti con uomini già coinvolti nella falsificazione di moneta. Nel 1899 il Secret Service intercetta una lettera che lo collega a falsari attivi a Boston: è il primo segnale documentato dell’interesse delle autorità federali per l’uomo che, negli anni immediatamente successivi, diventerà uno dei principali protagonisti della mafia siciliana di New York.

La prima mafia di New York
All’inizio del Novecento East Harlem ospita una comunità italiana in rapida crescita, formata in larga parte da immigrati provenienti dal Mezzogiorno e dalla Sicilia. È in quel quartiere che Giuseppe Morello consolida il proprio gruppo, affiancato dai fratellastri Terranova e da uomini provenienti dagli stessi ambienti criminali siciliani. Le attività si estendono progressivamente oltre la contraffazione: estorsioni, rapine, sequestri e intimidazioni colpiscono soprattutto commercianti e imprenditori italiani, spesso riluttanti a rivolgersi a una polizia che conosce poco la loro lingua e le dinamiche interne della comunità. Minacce scritte, incendi e attentati con esplosivi alimentano il fenomeno conosciuto come Mano Nera, espressione che all’epoca comprende pratiche estorsive adottate da gruppi differenti e prive di una direzione criminale unitaria.
Il potere di Morello cresce attraverso una rete capace di collegare East Harlem con la Little Italy di Lower Manhattan. Un passaggio decisivo è il rapporto con Ignazio Lupo, detto The Wolf, mafioso palermitano arrivato negli Stati Uniti nel 1898 dopo una condanna per omicidio in Sicilia. Lupo gestisce attività commerciali e immobiliari, dispone di una propria rete estorsiva e collabora con Morello in diversi affari criminali. Nel dicembre 1903 il rapporto tra i due si consolida ulteriormente con il matrimonio tra Lupo e Salvatrice Terranova, sorellastra di Giuseppe, che affianca un vincolo familiare alla collaborazione già esistente. Pur conservando ciascuno una propria sfera d’influenza, Morello e Lupo coordinano uomini, interessi economici e attività illecite tra East Harlem e la Little Italy di Lower Manhattan, estendendo progressivamente i collegamenti della loro rete anche oltre New York.
La falsificazione resta uno dei settori più redditizi. Morello intrattiene rapporti con gruppi attivi anche fuori New York e partecipa alla distribuzione di banconote contraffatte attraverso commercianti e intermediari, mentre locali apparentemente ordinari servono da luoghi d’incontro. Tra questi figura il ristorante sul retro del saloon di Prince Street, nel cuore della Little Italy, sorvegliato con continuità dal Secret Service per la presenza abituale di falsari. La struttura costruita attorno a Morello dispone ormai di collegamenti che raggiungono altre città americane e mantiene contatti con la Sicilia, rendendo più difficile ricostruire l’intera catena della produzione e della distribuzione del denaro falso.
Nel 1903 la posizione raggiunta da Giuseppe comincia ad attirare un’attenzione investigativa sempre maggiore. Il 14 aprile, nel Lower East Side, un passante nota un barile abbandonato all’angolo tra East 11th Street e Avenue D; al suo interno giace il cadavere di un uomo brutalmente assassinato, con profonde ferite al collo e numerosi segni di violenza. La vittima sarà identificata come Benedetto Madonia, siciliano arrivato da poco a New York. Le indagini sul suo omicidio condurranno rapidamente verso Morello e alcuni dei suoi uomini, aprendo uno dei primi grandi casi attraverso i quali la polizia americana entrerà in contatto diretto con la mafia siciliana radicata nella città.

Il delitto del barile e Joe Petrosino
Per ricostruire gli ultimi giorni di Benedetto Madonia gli investigatori partono dai motivi che lo avevano portato da Buffalo a Manhattan. Il siciliano era cognato di Giuseppe Di Primo, detenuto nel penitenziario di Sing Sing, e poco prima della morte aveva incontrato alcuni esponenti della cerchia di Morello per discutere della situazione del parente e di una somma di denaro. A occuparsi del caso è anche Joe Petrosino, detective del New York Police Department nato a Padula e divenuto uno degli agenti più esperti nella criminalità italiana. Gli accertamenti conducono a una serie di perquisizioni e arresti che coinvolgono Morello, Lupo, Petto e altri sospettati.
La posizione più delicata è quella di Petto. Gli agenti recuperano una ricevuta relativa a un orologio impegnato poco dopo la morte di Madonia e la moglie della vittima riconosce l’oggetto come appartenuto al marito. Il grand jury incrimina Petto per l’omicidio, senza che il procedimento arrivi a stabilirne la colpevolezza; anche Morello e gli altri uomini fermati vengono liberati per insufficienza di prove. L’esito giudiziario lascia quindi senza responsabili la morte di Madonia, mentre Petrosino prosegue il lavoro sugli ambienti mafiosi italiani e sulle possibilità offerte dalle norme sull’immigrazione per espellere gli stranieri che avevano nascosto precedenti penali commessi nei paesi d’origine.
Nel febbraio 1909 il detective parte per la Sicilia con un obiettivo preciso: raccogliere negli archivi locali informazioni utili a identificare i criminali emigrati negli Stati Uniti e fornire alle autorità americane la documentazione necessaria per procedere contro di loro. La missione avrebbe dovuto svolgersi nella massima riservatezza, ma la notizia del viaggio appare sulla stampa statunitense quando Petrosino è ancora diretto in Italia, compromettendo una precauzione essenziale per la sua sicurezza.
La sera del 12 marzo Petrosino si trova a Palermo e ha appuntamento in piazza Marina con alcuni informatori. Poco dopo le nove vengono esplosi diversi colpi di pistola: il detective muore sul posto. L’inchiesta italiana concentra i sospetti sugli ambienti mafiosi siciliani e, negli anni successivi, il nome di Vito Cascio Ferro sarà ripetutamente associato all’assassinio. Anche Morello entrerà nelle ricostruzioni relative ai possibili interessi americani dietro l’eliminazione di Petrosino, che stava raccogliendo informazioni sui precedenti siciliani di numerosi uomini attivi a New York. Nessuna sentenza stabilirà una sua responsabilità nell’organizzazione dell’omicidio.

Il Secret Service abbatte l’impero
La pressione investigativa sulla falsificazione porta gli agenti federali a seguire una pista che conduce fuori New York. Nel 1908 viene individuata una stamperia clandestina a Highland, nello Stato di New York, dove sono realizzate banconote contraffatte destinate alla distribuzione attraverso diversi intermediari. Per ricostruire il funzionamento dell’attività, il Secret Service guidato a New York da William J. Flynn concentra l’attenzione sul tipografo Antonio Comito, coinvolto nella produzione materiale del denaro falso e destinato a fornire agli investigatori una testimonianza decisiva.
Comito descrive i rapporti con Giuseppe Morello e gli altri partecipanti, spiega come era stata organizzata la stampa e ricostruisce i passaggi attraverso i quali le banconote lasciavano il laboratorio per raggiungere i distributori. Le sue dichiarazioni consentono agli agenti di collegare operazioni fino ad allora esaminate separatamente e preparano gli arresti eseguiti nel novembre 1909. Giuseppe Morello e Ignazio Lupo finiscono in carcere insieme ad altri componenti del gruppo, mentre il materiale sequestrato e la testimonianza del tipografo forniscono all’accusa una base probatoria molto più consistente rispetto alle precedenti indagini.
Il processo si apre a New York nel gennaio 1910 davanti alla corte federale e concentra l’attenzione sulla produzione e sulla circolazione delle banconote false. Comito testimonia contro gli imputati e racconta dall’interno il funzionamento dell’operazione, esponendosi alle conseguenze di una collaborazione che lo costringerà a vivere per anni sotto la protezione delle autorità. Il 19 febbraio la giuria dichiara colpevoli Morello, Lupo e diversi coimputati; la severità delle pene riflette anche il peso attribuito dai giudici alla continuità delle attività criminali. Morello riceve venticinque anni di reclusione e una multa di mille dollari, mentre Lupo viene condannato a trent’anni e al pagamento della stessa somma.
La condanna interrompe la lunga ascesa di Morello e lo allontana da New York nel momento in cui gli equilibri della criminalità siciliana stanno cambiando. Trasferito nel penitenziario federale di Atlanta, vi rimane per circa un decennio, mentre i fratellastri Terranova cercano di conservare il peso raggiunto negli anni precedenti. Quando Morello otterrà la liberazione anticipata nel 1920, troverà una città profondamente diversa da quella lasciata dopo il processo e nuovi uomini pronti a contendersi il controllo degli affari criminali.
Il ritorno e la morte
Quando Giuseppe Morello lascia il penitenziario federale di Atlanta nel 1920, gli equilibri della mafia newyorkese sono profondamente cambiati. Durante la sua assenza i fratellastri Terranova hanno continuato a esercitare un ruolo importante a East Harlem, mentre Salvatore D’Aquila ha esteso la propria influenza su una parte consistente della criminalità siciliana cittadina. Il ritorno dell’anziano capo altera rapporti già precari e alimenta una contrapposizione con D’Aquila, che considera Morello e alcuni uomini a lui vicini una minaccia alla propria autorità. Secondo la ricostruzione lasciata anni dopo dal mafioso Nicola Gentile, D’Aquila arrivò a pronunciare una condanna a morte contro Morello e altri avversari, costringendoli per un periodo ad allontanarsi da New York.
La posizione di Morello cambia nuovamente con l’ascesa di Giuseppe Masseria, conosciuto negli ambienti criminali come Joe the Boss. Tra i due nasce un’alleanza che restituisce a Morello un ruolo di primo piano, legato ormai più all’esperienza e all’autorevolezza maturate in decenni di attività che al controllo diretto esercitato nei primi anni del secolo. L’assassinio di Salvatore D’Aquila nell’ottobre 1928 elimina uno dei principali avversari e rafforza ulteriormente Masseria, attorno al quale si raccoglie una coalizione di gruppi italiani impegnati nel controllo del gioco d’azzardo, delle estorsioni e degli affari favoriti dal proibizionismo.
Alla fine degli anni Venti la competizione per il predominio criminale conduce allo scontro con i mafiosi castellammaresi guidati a New York da Salvatore Maranzano. Nel 1930 la contrapposizione esplode nella guerra castellammarese, combattuta attraverso omicidi mirati contro gli uomini più importanti delle due fazioni. Morello affianca Masseria come consigliere e figura di grande prestigio, diventando per la parte avversaria un bersaglio la cui eliminazione può privare il capo rivale di uno dei collaboratori più esperti.
Il 15 agosto 1930 Morello si trova nei propri uffici al 352 East 116th Street, a East Harlem, quando alcuni uomini armati fanno irruzione nei locali e aprono il fuoco. Insieme a lui viene ucciso Giuseppe Periano, mentre gli assassini riescono ad allontanarsi. Morello muore a sessantatré anni nello stesso quartiere nel quale, oltre trent’anni prima, aveva iniziato a costruire la propria fortuna criminale. L’omicidio elimina uno degli ultimi protagonisti della generazione mafiosa arrivata dalla Sicilia alla fine dell’Ottocento; nei mesi successivi la guerra castellammarese travolgerà anche Giuseppe Masseria e Salvatore Maranzano, preparando la riorganizzazione della mafia newyorkese che caratterizzerà il decennio seguente.
