“Lizzie Borden took an axe
And gave her mother forty whacks.
When she saw what she had done
She gave her father forty-one”.
“Lizzie Borden prese un’accetta
e quaranta volte colpì sua madre.
Quando vide quello che aveva fatto
quarantuno volte colpì suo padre”.
Quattro versi sono bastati a fare ciò in cui un intero processo fallì: pronunciare un verdetto. La filastrocca trasforma Abby nella madre di Lizzie, moltiplica il numero dei colpi, individua con sicurezza l’arma del delitto e, soprattutto, cancella ogni dubbio sulla colpevolezza della donna. Abby era in realtà la sua matrigna; le ferite rilevate furono diciannove sul suo corpo e dieci o undici su quello di Andrew; nessuna arma venne collegata con certezza agli omicidi e Lizzie fu assolta. La leggenda, tuttavia, non richiede le stesse cautele della giustizia: pretende un colpevole, un movente e una storia che possa essere ricordata e raccontata.
Il cinema e le serie televisive per trasformare la cronaca in racconto devono selezionare, riassumere e, inevitabilmente, romanzare. Nel raccontare il true crime, però, si dovrebbe utilizzare una maggiore cautela perché una possibile narrazione può finire per assumere l’apparenza di una verità storica.
Il 17 settembre 2026 Lizzie Borden tornerà così davanti a un nuovo pubblico chiamato a giudicarla. Sarà Ella Beatty a interpretarla in Monster: La storia di Lizzie Borden, quarto capitolo dell’antologia creata da Ryan Murphy e Ian Brennan per Netflix. La produzione annuncia un racconto di repressione, sessualità e vendetta: una scelta narrativa più che una conclusione storica tout court. Lizzie fu accusata di avere ucciso il padre e la matrigna, venne processata e, infine, assolta. Nessuno ha mai dimostrato una relazione sentimentale o sessuale con la domestica Bridget Sullivan, né gli abusi evocati da alcune interpretazioni moderne.
Prima che il piccolo schermo trasformi ancora una volta il sospetto in certezza, occorre tornare alla casa di Second Street e a ciò che si sa davvero di quella mattina.
La mattina del delitto

Giovedì 4 agosto 1892 Fall River, una città tessile del Massachusetts attraversata da profonde divisioni di classe, religione ed etnia, era stretta nella calura estiva. Andrew Jackson Borden era uno degli uomini più ricchi del luogo: possedeva immobili e interessi in banche e imprese, ma viveva con un’austerità che irritava le figlie. In gioventù aveva lavorato nella produzione e nella vendita di mobili e bare, e le malelingue di Fall River gli attribuivano persino l’abitudine di accorciare i piedi ai cadaveri pur di risparmiare sulle casse da morto. Invece di trasferirsi sulla Hill, il quartiere dell’élite protestante, Andrew continuava a tenere la famiglia al numero 92 di Second Street. La casa, costruita originariamente per ospitare due nuclei familiari e in seguito adattata a un’unica abitazione, aveva percorsi interni tortuosi e numerose porte tenute abitualmente chiuse a chiave. Il signor Borden viveva lì con la seconda moglie Abby Durfee Gray, con le figlie adulte Emma, quarantadue anni, e Lizzie, trentadue, nate dal primo matrimonio, e con la domestica irlandese Bridget “Maggie” Sullivan.

Quella mattina Emma si trovava fuori città. Nella casa aveva dormito anche John Vinnicum Morse, fratello della madre naturale delle ragazze, che era uscito dopo la colazione. Restavano Andrew, Abby, Lizzie e Bridget. Da qualche giorno quasi tutti soffrivano di disturbi gastrointestinali tanto che la signora Borden aveva confidato al medico di temere un avvelenamento, sebbene una spiegazione più ordinaria potesse essere il cibo mal conservato a causa del gran caldo.
Andrew uscì per il consueto giro d’affari; Bridget, benché indisposta, ricevette l’ordine di lavare le finestre esterne e Abby salì nella camera degli ospiti per riordinare il letto nel quale aveva dormito John Morse. Lì incontrò il suo assassino, che la colpì con un’arma compatibile con un’accetta. Una prima lesione sul lato del capo potrebbe averla fatta voltare e cadere; gli altri fendenti si concentrarono sulla nuca mentre era a terra con il viso rivolto verso il pavimento. L’autopsia descrisse diciannove ferite alla testa. Dall’analisi della scena del crimine non risultava alcuna colluttazione prolungata e la stanza non era in disordine.
Quando Andrew rientrò intorno alle 10:45, la porta principale era serrata a più mandate; Bridget gli aprì e, poco dopo, salì nella propria stanza all’ultimo piano per riposare. Andrew si sistemò sul divano del salotto, senza sapere che la moglie giaceva morta al piano superiore. Qualcuno gli si avvicinò mentre era disteso e lo colpì ripetutamente alla testa e al volto: dieci o undici fendenti distrussero la parte sinistra del suo viso.
Verso le undici Bridget sentì Lizzie chiamarla: «Maggie, vieni giù, presto. Papà è morto. Qualcuno è entrato e lo ha ucciso». Lizzie raccontò di essere stata nel fienile a cercare del piombo da utilizzare come peso per una lenza, di essersi fermata nel piano superiore dell’edificio, dove aveva guardato fuori dalla finestra e mangiato tre pere. Mentre i vicini, il medico e i poliziotti accorrevano nella casa, manifestò preoccupazione per la matrigna, pertanto la vicina Adelaide Churchill e la domestica salirono a cercarla e trovarono il suo corpo esanime dietro il letto.
Il lasso temporale tra le due morti – circa un’ora o un’ora e mezza – escludeva una rapida aggressione indiscriminata: dopo avere ucciso Abby, l’assassino rimase nella casa oppure vi rientrò, attese il ritorno di Andrew e agì nuovamente, mostrando autocontrollo, conoscenza delle abitudini familiari e una notevole tolleranza del rischio. Un estraneo avrebbe dovuto muoversi nell’abitazione senza essere visto, ignorando quando Andrew sarebbe tornato e senza lasciare tracce evidenti di ingresso o di fuga. L’assenza di segni di effrazione, di furto o e di un movente esterno riconoscibile rendeva meno plausibile un’incursione casuale: Andrew e Abby sembravano essere obiettivi specifici.

La quantità dei colpi alimentò l’immagine di una furia incontenibile e portò ad ipotizzare un caso di overkilling, vale a dire l’impiego di una violenza superiore a quella strettamente necessaria a provocare la morte. Colpisce, in particolare, la concentrazione delle lesioni sul capo e, nel caso di Andrew, sul volto. La distruzione del viso può assumere un significato relazionale, ma può anche dipendere dalla posizione della vittima sul divano e dall’angolazione dalla quale vennero inferti i colpi. Allo stesso modo, il maggior numero di ferite riscontrate su Abby non dimostra necessariamente che fosse più odiata del marito: potrebbe riflettere soltanto una diversa dinamica dell’aggressione. Benché la scena del crimine faccia pensare ad un delitto personale, resta difficile ricostruire con certezza il profilo psicologico dell’autore.
Anche l’arma rimase un’incognita. Nella cantina vennero trovate asce e accette, compresa una testa d’accetta con il manico spezzato che l’accusa cercò invano di collegare agli omicidi. Mancavano il resto del manico, tracce ematiche e un legame dimostrabile con Lizzie, che fu processata senza che fosse stato identificato con certezza lo specifico oggetto impiegato per uccidere.
Un movente, forse due
Lizzie ed Emma non consideravano Abby una vera madre e, secondo alcune testimonianze, i rapporti si erano deteriorati. Benché Lizzie avesse detto a un agente: «Non era mia madre, era la mia matrigna», la distanza e il risentimento non possono assumere la veste di una confessione emotiva, né tantomeno giudiziaria.
Il conflitto economico era invece più concreto. Le figlie avevano mal digerito il trasferimento di una proprietà alla famiglia di Abby; Andrew aveva poi ceduto loro la casa del nonno e, poche settimane prima degli omicidi, l’aveva ricomprata per cinquemila dollari. Con la morte di entrambi i coniugi Borden, il patrimonio passava alle figlie: si poteva quindi ipotizzare un movente economico.

Lizzie aveva trentadue anni, non era sposata e dipendeva economicamente dal padre, pur disponendo di risorse proprie che le avevano consentito di viaggiare in Europa: sul passaporto richiesto per un viaggio nel 1890 si descrisse alta un metro e sessanta, con gli occhi grigi e i capelli castano chiaro. Insegnava alla scuola domenicale e partecipava ad associazioni religiose e caritatevoli. Lungi dall’essere la creatura ingenua dipinta dalla difesa, non era neppure una donna pienamente autonoma: la famiglia continuava a controllare casa, patrimonio e rispettabilità sociale.
Le letture moderne sulla “rabbia repressa” sono suggestive, ma impediscono, a posteriori, di attribuire a Lizzie una patologia mentale, uno stato dissociativo, un abuso incestuoso o una relazione con Bridget perché mancano riscontri storici sufficienti. Anche la lettura criminologica del parricidio richiede cautela: gli abusi familiari costituiscono uno dei possibili contesti, soprattutto nei casi che coinvolgono autori adolescenti, ma non rappresentano una condizione sempre presente. Nei parricidi commessi da adulti possono entrare in gioco disturbi psichiatrici, conflitti economici, motivazioni strumentali, dipendenza, rabbia e dinamiche familiari molto differenti, non applicabili automaticamente alla Borden in assenza di informazioni cliniche e biografiche attendibili.
Il cerchio si stringe

Il sospetto su Lizzie Borden nacque soprattutto dalla ricostruzione delle tempistiche di quella mattina. Emma era lontana, John Morse aveva un alibi corroborato e Bridget stava lavando le finestre quando Abby venne uccisa e stava riposando al piano superiore al momento della morte di Andrew. Lizzie rimaneva l’unica persona potenzialmente in grado di commettere entrambi i delitti.
La sua ricostruzione oscillava riguardo al luogo nel quale si trovava al rientro del padre, alle attività precedenti e al tempo trascorso nel fienile. La ricerca improvvisa di piombo per una battuta di pesca ancora da organizzare, nella zona più calda dell’edificio, apparve poco credibile, così come le tre pere mangiate mentre guardava fuori dalla finestra sembrarono un dettaglio costruito per riempire un intervallo temporale difficile da spiegare.
Un racconto improbabile non equivaleva, però, a una prova. L’assenza di impronte nella polvere del fienile fu contestata poiché altre persone erano entrate nell’edificio. Inoltre, tra la morte di Andrew e l’allarme potevano essere trascorsi soltanto pochi minuti: Lizzie avrebbe dovuto ucciderlo, eliminare le tracce, cambiarsi, pulirsi e occultare l’arma. Pur non essendo impossibile almeno sulla carta, l’accusa fu incapace di dimostrare come e quando fosse avvenuta ciascuna di queste operazioni.
Lizzie spiegò di non essersi insospettita per l’assenza della matrigna perché un messaggio l’avrebbe invitata a fare visita a un’amica malata; il biglietto, però, non fu mai ritrovato e non si riuscì a risalire al mittente. Fu comunque lei, dopo il ritrovamento del cadavere del padre, a suggerire di cercare Abby: se si fosse trattato di premura autentica oppure della necessità di guidare gli altri verso il secondo corpo resta un’ambiguità che il processo non sciolse mai.
La sera precedente aveva confidato alla vicina Alice Russell di avere la sensazione che qualcosa di terribile stesse per accadere e di temere che qualcuno facesse del male al padre. Chissà se la sua ansia era davvero autentica oppure se aveva voluto costruire la figura di un nemico esterno di Andrew, da sempre protagonista di rapporti conflittuali.
Più sospetto apparve il vestito bruciato nella stufa la domenica successiva agli omicidi. Lizzie disse che era vecchio e macchiato di vernice e che la sorella le aveva consigliato di eliminarlo. Il gesto contribuì all’incriminazione, poiché distruggere un oggetto rilevante è una condotta post delictum difficile da ignorare, ma non fu dimostrato che si trattasse dell’abito indossato per commettere gli omicidi.
Durante il processo un farmacista testimoniò che il giorno prima la ragazza aveva tentato di acquistare dell’acido prussico per pulire una pelliccia. Le analisi, però, non individuarono tracce di veleno nei corpi e il tribunale escluse la testimonianza perché il collegamento con le morti non era dimostrabile.
Stereotipi a processo

La casa non fu trattata come una moderna scena del crimine. Vicini, medici e agenti entrarono nelle stanze; i corpi furono coperti, spostati o manipolati; mancavano protocolli adeguati a preservare le tracce. Lizzie non venne subito perquisita con il rigore che probabilmente sarebbe stato riservato a un uomo di diversa estrazione sociale. Gli investigatori cercarono dapprima uno straniero, un lavoratore o un individuo ostile ad Andrew, perché la brutalità del delitto era culturalmente associata alla violenza maschile e alle classi considerate pericolose.
Quando il sospetto si spostò sulla rispettabile figlia, era ormai tardi: non furono trovati abiti insanguinati, complici o testimoni, e la difesa fece dell’assenza di sangue visibile su Lizzie un argomento decisivo. In realtà era impossibile stabilire con precisione quante tracce si sarebbero depositate sull’assassino, perché la distribuzione degli schizzi dipendeva dalla posizione delle vittime, dalla direzione dei colpi, dall’arma e dagli indumenti indossati.
Il processo cominciò il 5 giugno 1893 a New Bedford davanti a dodici uomini: metà dei giurati erano agricoltori, gli altri erano artigiani, commercianti o proprietari terrieri; quasi tutti erano protestanti, con un solo cattolico di origine irlandese, e alcuni avevano figlie di età vicina a quella dell’imputata. L’accusa subì due sconfitte decisive: la deposizione resa da Lizzie durante l’inchiesta, piena di contraddizioni, venne esclusa perché ottenuta senza assistenza legale quando era ormai una sospettata; fu esclusa, allo stesso modo, la testimonianza relativa all’acido prussico.

Andrew Jennings, legale di famiglia e amico di Andrew Borden da molti anni, aprì l’arringa quasi scusandosi in anticipo per l’emozione che avrebbe potuto tradire: «Il difensore non cessa di essere un uomo quando diventa avvocato», disse alla giuria. Elencò poi tutto ciò che mancava: un’arma identificata, abiti macchiati, testimoni e una confessione. Non c’era, disse, «dall’inizio alla fine, una particella di prova diretta: non una macchia di sangue, non un’arma mai collegata a lei in alcun modo».
L’ex governatore George Robinson trasformò Lizzie nel personaggio che la giuria era già pronta a salvare: ricordò l’anello donato al padre e insistette sull’apparente incompatibilità tra una signorina protestante, impegnata nella chiesa e nella beneficenza, e una violenza tanto brutale.
Era una difesa fondata sul ragionevole dubbio, ma anche sugli stereotipi. Un editorialista dell’epoca su Scribner’s riassumeva così l’idea corrente della donna: «grandi bambine, miopi, frivole», più vicine ai fanciulli che agli uomini – un pregiudizio che rendeva quasi impensabile, agli occhi della giuria, una violenza perpetrata a colpi d’ascia. Lizzie venne definita una “ragazza” benché avesse trentadue anni. Abiti scuri, ventaglio, fiori e malori contribuirono a costruire l’immagine della fanciulla assediata; classe e genere, che ne limitavano l’autonomia, divennero in aula una forma di protezione.
Il contrasto con Bridget – irlandese, cattolica, domestica e priva di risorse – era evidente: se fosse stata lei a contraddirsi e bruciare un vestito, avrebbe goduto della stessa indulgenza? Il processo mise in scena la signora rispettabile che non poteva essere capace di uccidere e, sullo sfondo, l’immigrata povera sulla quale il sospetto poteva ricadere senza scandalo alcuno.
Il 20 giugno la giuria dichiarò Lizzie non colpevole dopo circa novanta minuti di deliberazione. Il verdetto era giuridicamente comprensibile: l’accusa non aveva saputo dimostrare in modo incontrovertibile l’esecuzione del duplice omicidio e la responsabilità di Lizzie non era stata provata beyond a reasonable doubt.

La nascita della leggenda

Dopo il processo Lizzie ed Emma acquistarono sulla Hill una casa chiamata Maplecroft, dove vissero insieme fino al 1905, quando Emma se ne andò. Entrambe le sorelle morirono nel 1927, a nove giorni di distanza l’una dall’altra.
Il caso resta tuttora irrisolto. L’ipotesi della colpevolezza di Lizzie è forte: aveva l’opportunità di agire indisturbata e un possibile movente economico, e offrì spiegazioni contraddittorie; il biglietto scomparso, la permanenza nel fienile e il vestito bruciato aggravavano il quadro. Mancavano, però, la prova materiale, l’arma e una ricostruzione certa.Le moderne teorie alternative su John Morse, Bridget Sullivan, un sicario, un intruso o Emma Borden risolvono alcuni problemi introducendone altri e si basano spesso su elementi mai verificati. Lo stesso vale per la figura di William S. Borden, presentato dallo scrittore Arnold R. Brown come presunto figlio illegittimo di Andrew e come il vero assassino. Le ricerche condotte dallo storico Leonard Rebello non hanno trovato alcun elemento capace di suffragare quel legame di parentela.La conclusione più rigorosa è anche la meno spettacolare: Lizzie rimane la principale sospettata, ma la sua colpevolezza non può essere trasformata retroattivamente in un fatto. La dinamica porta infatti verso qualcuno che conosceva l’ambiente e le vittime, che sapeva attendere e che aveva una ragione per desiderare la morte di entrambi, senza restituire un nome. Questo vuoto ha finito per generare la leggenda in cui tornerà a scavare anche Monster: La storia di Lizzie Borden, ennesimo tentativo di dare un volto a un mistero che, come ha osservato la storica Cara Robertson, dice delle nostre paure quanto diceva di quelle dell’età vittoriana.
