Anello o Noto Servizio – Un Servizio Segreto Insondabile

La scoperta che riapre una porta chiusa
1996 è l’anno da cui conviene partire, non perché lì nasca il cosiddetto Noto Servizio, ma perché lì riemerge, per la prima volta, una traccia scritta capace di farlo esistere nel discorso pubblico. Lo storico Aldo Giannuli, incaricato dal giudice Salvini di reperire quanta più documentazione possibile sulla Strage di Piazza Fontana, entra in un archivio abbandonato del Ministero dell’Interno sulla via Appia Nuova, a Roma, e trova una nota informativa di poche righe, datata 4 aprile 1972. Dentro c’è una frase che, da sola, accende un faro: la storia di “un servizio informazioni” attivo in Italia “dalla fine della guerra”, creato per volontà dell’ex capo del SIM, il generale Mario Roatta.

Negli anni successivi Aldo Giannuli allarga la ricerca e ricostruisce una ragnatela di riferimenti, testimonianze, allusioni, convergenze. Ma qui sta il punto che rende questa storia diversa da tante altre: non emerge mai una “carta madre”. Non si trova un atto istitutivo, un organigramma, un elenco ufficiale, una collocazione amministrativa che dica: questo esiste, qui si trova, questi sono i ruoli. E proprio questa assenza diventa un dato, non un vuoto. Se una struttura clandestina riesce a stare fuori dalle carte per decenni, la clandestinità non è un dettaglio operativo: è la sostanza stessa del dispositivo.
Aldo Giannuli descriverà questo oggetto come un servizio parallelo e clandestino, incrociato con alcune delle vicende più oscure della storia repubblicana, e chiarirà un altro punto che sposta l’idea di “servizio” verso qualcosa di più sfuggente: più che un organismo stabile, l’Anello sarebbe una funzione, attivata di volta in volta, quando serve. Non una caserma con un’insegna, ma un interruttore. E quando un interruttore si accende e si spegne senza lasciare contabilità, ciò che resta non è un archivio: è una scia.

 L’origine: 8 settembre 1944 e la nascita informale
Qui bisogna fare un salto indietro fino all’8 settembre 1944, dentro un Paese spaccato. Al nord nazisti e fascisti della Repubblica di Salò, al sud gli Alleati. In quel contesto, l’ex capo del SIM dal 1934 al 1939, diventato capo di Stato maggiore dell’esercito, Mario Roatta, avrebbe costituito un organismo informale, occulto, presumibilmente privo di un nome ufficiale. E se non c’è un nome, resta una definizione funzionale, quasi burocratica nella sua povertà: “Noto Servizio”.
La prima composizione, per come viene ricostruita, sarebbe militare: elementi provenienti da Esercito, Marina e Aviazione. Del biennio 1944-1945 si sa pochissimo. E anche qui l’opacità non è un incidente: Mario Roatta viene arrestato, sospettato di essere tra i mandanti dell’omicidio dei fratelli Nello e Carlo Rosselli, poi vive da latitante in Spagna e rientra in Italia nel 1966. Un’origine così, già segnata dalla fuga e dalla latitanza, è il terreno perfetto per una creatura che deve esistere senza farsi vedere.

 Da Mario Roatta a “Otimsky”: la catena di comando invisibile
La nota del 4 aprile 1972 aggiunge un tassello ancora più spiazzante. Racconta che alla fine del 1943 Mario Roatta presenta ad alcuni fidati collaboratori un ufficiale polacco “di origine”, in divisa dell’esercito russo, al seguito della rappresentanza sovietica presso il governo italiano. Si chiamerebbe Otimsky. Quando Mario Roatta viene arrestato, Otimsky prenderebbe il comando, con un servizio composto esclusivamente da militari delle tre armi.
Otimsky, però, è un nome che suona subito come copertura. La ricostruzione più citata lo avvicina a Solomon Hotimsky, ufficiale dell’armata del generale Władysław Anders. La storia qui si fa scivolosa, perché ogni passaggio apre una porta su un’altra zona grigia: l’ultimo contatto di Mario Roatta con Otimsky coinciderebbe con la fuga in Spagna, e l’uomo che lo accompagna sarebbe un ex pilota del 4° Stormo da caccia, Adalberto Titta. Un nome che tornerà più avanti come possibile figura-chiave, e non in modo marginale.

L’occultezza dei primi decenni e il contesto che “chiede” un servizio parallelo
Dalla nascita fino ai primi anni Sessanta, le attività del Noto Servizio restano quasi mute, con un’eccezione che viene citata spesso perché sembra una scena simbolica: la custodia della salma di Benito Mussolini, trafugata da neofascisti e affidata a padre Enrico Zucconi, indicato come uno dei primi membri del circuito. Ma pensare che per anni non sia accaduto altro è difficile, soprattutto se si guarda il contesto.
L’Italia del dopoguerra è un laboratorio politico sotto pressione: le forze statunitensi e britanniche, la paura dell’avanzata comunista, la necessità di blindare un equilibrio.

Nel 1948, alle prime elezioni dell’Italia repubblicana, si fronteggiano Democrazia Cristiana e Fronte Democratico Popolare, e si attiva una macchina di propaganda e influenza che non è solo interna. In quel quadro, l’idea che uomini di un servizio parallelo restino “a riposo” suona poco plausibile.
Poi arriva l’inizio degli anni Cinquanta e il piano Demagnetize, la logica di una lotta totalizzante al comunismo europeo attraverso azioni coperte. Anche qui, se esiste una struttura nata per “ostacolare l’avanzata delle sinistre”, il periodo non è una parentesi: è il suo habitat.
Resta però un’incognita: chi guida davvero, in quei lustri? Se Otimsky resta al comando o passa la mano. Nella costellazione di nomi che emergono, si affacciano padre Enrico Zucconi, Sigfrido Battaini e di nuovo Adalberto Titta. E quando un appartenente all’Anello, Michele Ristuccia, dirà ai magistrati della Procura di Brescia che all’inizio “non è ancora Anello” e che diventerà tale dopo lo scandalo del SIFAR, con un passaggio di gestione politica attribuito all’onorevole Giulio Andreotti, la storia prende un’altra forma: non più solo matrice militare e fascista, ma transustanziazione in un dispositivo politico, collegato ai vertici istituzionali e all’asse di governo della DC in funzione anticomunista.

 Primi compiti: la funzione antisinistra e l’idea di “servizio politico”
Nel documento rinvenuto da Aldo Giannuli c’è un punto programmatico: il compito sarebbe “ostacolare l’avanzata delle sinistre” e impedire modifiche sostanziali della situazione politica italiana. Qui conviene fermarsi su un dettaglio concreto che cambia la percezione della clandestinità: si parla di coperture e finanziamenti istituzionali, di uomini che entrano ed escono da caserme dei carabinieri, di disponibilità di mezzi e armi. Non un gruppo di dilettanti, ma un circuito che vive in mezzo allo Stato pur non essendo lo Stato.
Dentro questa idea di “servizio politico” starebbero insieme mondi che, sulla carta, non dovrebbero convivere: esponenti del fascismo repubblichino, imprenditori di area democratica, personaggi legati alla destra socialista. E proprio la miscela è la sua forza, perché la funzione non è identitaria, non è “di partito” in modo ingenuo: è di sistema, nel senso più freddo.
Secondo Aldo Giannuli, nei primi anni la funzione del Noto Servizio coinciderebbe con l’Armata Italiana per la Libertà di Ettore Musco, organismo anticomunista composto da monarchici ed ex repubblichini. Poi si incrocerebbe con Pace e Libertà di Edgardo Sogno, un servizio segreto industriale. E più tardi riceverebbe un impulso nei anni dell’ingresso del Partito Socialista nelle compagini di governo, quando a dirigere la funzione verrebbe chiamato Adalberto Titta. Se questa traiettoria è corretta, allora l’Anello non è un monolite: è una capacità di metamorfosi, un adattamento continuo al clima politico.

 “Sovraordinato” e sopranazionale: la pista NATO e l’ombra sulla Rosa dei Venti
Un passaggio importante arriva dall’istruttoria su La Rosa dei Venti condotta da Giovanni Tamburino, secondo cui esisterebbe un organismo di sicurezza sovraordinato a quel movimento e ad altri contesti eversivi. L’elemento che cambia scala è la sopranazionalità: una struttura che coinciderebbe in gran parte con i vertici degli Uffici I delle forze armate e opererebbe in assoluta segretezza in collegamento con strutture analoghe degli altri Paesi NATO.
Poi c’è la testimonianza di un informatore dell’Ufficio Affari Riservati, raccolta nel 1998, che descrive un’evoluzione drastica: nascita come servizio di informazione militare, passaggio a organizzazione capace non solo di raccogliere ma anche di organizzare azioni militari in chiave anticomunista e antidemocratica, trasformazione con la radicalizzazione politica dei primi anni Sessanta, fino a strutturarsi in meno di un decennio come organizzazione eversiva con circa cinquanta elementi fidati, mezzi finanziari, canali per armi, e un disegno strategico violento orientato alla presa del potere.
In questo scenario compaiono episodi che, anche se raccontati come “contingenze”, servono a indicare la postura operativa del circuito: un gruppo dell’Anello avrebbe assicurato scorta a Junio Valerio Borghese, e secondo una fonte del Viminale l’organismo avrebbe pensato a rapimenti e sparizioni di esponenti della sinistra come Aldo Aniasi, Mario Capanna e Giangiacomo Feltrinelli. È un insieme di riferimenti che non va letto come una sequenza da romanzo, ma come il tipo di immaginario operativo compatibile con un apparato che si definisce “antisinistra” e si muove tra intelligence, politica e azione.

Le “spie” dell’Anello: nomi, ruoli, coperture, contraddizioni
La nota rinvenuta da Aldo Giannuli attribuisce al Noto Servizio, dalla creazione fino al 4 aprile 1972, un numero: 164 uomini. È un dato che non chiude nulla, perché non dice quanti diventeranno dopo, né chi siano davvero. Ma dice una cosa semplice: non è una cellula minuscola. È una comunità clandestina con massa critica.
Intorno a questo nucleo, l’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno osserva e, a sua volta, recluta informatori, soprattutto nel giornalismo e nell’imprenditoria. È grazie a soffiate e riscontri indiretti che alcuni nomi emergono come possibili appartenenti o contigui.
La figura più misteriosa resta Otimsky, descritto nel 1972 da un informatore del Viminale come residente da pochi anni a Tel Aviv. Federigo Mannucci Benincasa racconterà che Adalberto Titta gli parlò di una persona dell’Europa dell’Est che nei primi anni avrebbe svolto anche addestramenti, e che Adalberto Titta lo chiamava “il Maestro”. A questo si aggancia un ulteriore livello di ipotesi: un possibile collegamento con agenti israeliani, con la costruzione della flotta navale israeliana, con uomini riciclati da ex appartenenti della XMAS, fino all’idea che Otimsky possa essere diventato un alto funzionario del Mossad, definizione attribuita al professor Giovanni Pedroni. Qui la cautela è obbligatoria: non perché il tema sia “troppo grande”, ma perché la catena probatoria, per natura, è frammentaria. Eppure è proprio l’accumulo di frammenti a costruire una silhouette.
Il nome che prende consistenza operativa è Adalberto Titta, indicato come possibile successore di Otimsky e guida fino ai primi anni Ottanta. Nato nel 1921, fascista dichiarato, maggiore durante la Seconda Guerra, perde il grado dopo accuse legate a partigiani nella zona di Limbiate, aderisce alla RSI, opera in varie azioni in Europa, poi rifiuta di giurare alla Repubblica. La sua prima operazione per il Noto Servizio sarebbe la messa in salvo di Mario Roatta. E intorno a lui si accumulano elementi che parlano di accesso: entrate e uscite dalle caserme dei carabinieri, passaggi da Forte Braschi, uso di mezzi ufficiali. Come luogo di incontri segreti, una copertura agricola a Colle Val d’Elsa. Come stile operativo, una passione per le intercettazioni e un ecosistema di contatti in cui ricompare anche Tom Ponzi, il detective milanese, già “ombra” in molte vicende oscure.
Federigo Mannucci Benincasa è un altro nodo: ufficiale dell’Arma, entra nel SIFAR nel 1965, dirige il Centro di Controspionaggio di Firenze dal 16 giugno 1971 e resta fino al 1991. Vent’anni in un ruolo del genere sono un dato che pesa. Attorno a lui si addensano episodi laterali ma rivelatori: accuse di lettere anonime, riferimenti a Licio Gelli, connessioni con la Procura di Bologna e con la Repubblica di Roma, e la sensazione che certe informazioni “scottanti” non abbiano seguito i canali ordinari.
Sul versante imprenditoriale compare Giuseppe Cabassi, protagonista di un’ascesa nel settore immobiliare e assicurativo, con Milanofiori nel 1977, l’acquisizione della Rinascente e l’avvicinamento al mondo editoriale Rizzoli-Corriere. In un’epoca in cui si immagina dietro di lui il PSI, l’amministratore delegato Bruno Tassan Din parlerà di una presenza anche dei vertici della P2. Se Giuseppe Cabassi è davvero dentro o vicino al circuito, l’Anello mostra un’altra faccia: non solo “sicurezza”, ma capacità di incidere nei gangli economici e mediatici.
Poi c’è Sigfrido Battaini, costruttore con ufficio in via Statuto a Milano, indicato come custode di un archivio ricchissimo, definito da fonti del Viminale come una delle basi più importanti del controspionaggio italiano, con fascicoli su politici e industriali. A lui vengono attribuiti depositi di armi presso una caserma in via Moscova, disponibilità di mezzi aerei in un latifondo in Svizzera, uso dell’aeroporto di Cameri nel novarese come deposito di macchine, e un ruolo di tessitura delle relazioni del Nord Italia. Qui l’immagine è netta: un servizio che archivia, osserva, schedula, prepara strumenti, gestisce logistica. Non un’idea, ma una pratica.
Nel quadro si inseriscono anche figure ideologiche e operative come Carlo Fumagalli, legato al Movimento di Azione Rivoluzionaria con Gaetano Orlando, e Giorgio Pisanò, giornalista e poi senatore del MSI dal 1972 al 1992, nome che ricorre anche nel contesto del convegno del Parco dei Principi del maggio 1965 sulla “guerra rivoluzionaria”, spesso citato come snodo culturale della strategia della tensione.
A livello “di servizio” compaiono inoltre Michele Ristuccia, testimone chiave a Brescia, Angelo Boate nel settore chimico, Giovanni Pedroni come medico che ricuce ferite di operazioni sporche, due fratelli milanesi descritti come picchiatori e attivabili per le operazioni più violente, e un possibile contatto negli ambienti della magistratura con un sostituto procuratore di Milano indicato come dottor De Santis.
Infine, la figura che lega spiritualità, politica e sottobosco è padre Enrico Zucca, cappellano dell’Anello, amico di Adalberto Titta dai tempi di San Vittore nel 1946, vicino a Benito Mussolini già in epoca fascista e RSI, coinvolto nel trafugamento della salma nel 1946, presente in trattative e dossier, indicato persino come destinatario di una confessione durante il rapimento di Aldo Moro. Anche qui il senso non è trasformare tutto in un colpo di scena, ma capire la funzione: un cappellano non è solo un prete. In certi mondi è una copertura, un luogo di passaggio, un custode di segreti, una porta che non fa rumore.

Perché questa storia conta ancora
Il Noto Servizio, o Anello, per come emerge dalle tracce, non si lascia ridurre a una definizione comoda. È un’ipotesi storica costruita su documenti parziali, testimonianze, riscontri indiretti e convergenze investigative, e proprio per questo racconta qualcosa di più grande del singolo “organismo”: racconta la possibilità che, per decenni, in Italia sia esistita una funzione clandestina capace di attivarsi dove lo Stato ufficiale non poteva o non voleva apparire, intrecciando militari, politica, economia, informazione, logistica e persino confessionali.

E la domanda che resta, più del “chi”, è sempre la stessa: quando un apparato nasce per difendere un equilibrio politico, qual è il punto esatto in cui la difesa diventa governance occulta, e la governance occulta diventa destino? Se l’Anello è davvero una funzione, allora il suo vero potere non è quello di “esistere” in un ufficio. È quello di riaccendersi, ogni volta che qualcuno decide che l’emergenza giustifica l’ombra.

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