L’Europa Occidentale tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Novanta fu attraversata da un’ondata di violenza politica quale non si vedeva dai tempi del secondo conflitto mondiale. Quella che in origine apparve come la ribellione di frange giovanili contro il sistema capitalistico e le istituzioni parlamentari si trasformò rapidamente in un fenomeno stratificato, alimentato da ideologie globali, contatti transnazionali, reti clandestine e rapporti, in parte documentati e in parte controversi, con apparati d’intelligence.
La RAF (Rote Armee Fraktion) della Germania Ovest – nota anche come Banda Baader-Meinhof, sebbene si tratti di una dicitura impropria e riduttiva rispetto alla reale complessità della sua struttura – costituisce il nucleo centrale di questa dinamica eversiva, il cui percorso si incrociò con quello delle Brigate Rosse italiane, delle organizzazioni palestinesi e di una fitta costellazione di militanti, fiancheggiatori e strutture rimaste a lungo avvolte nell’ambiguità delle coperture internazionali.
La vicenda della RAF non si spiega tuttavia né come il mero esito di un moto generazionale spontaneo né come il prodotto di una regia occulta capace di manovrare indistintamente ogni forma di lotta armata nel continente. La realtà storica mostra un intricato mosaico in cui convergono addestramento militare oltreconfine, circolazione di armi, flussi di militanti e connessioni organiche con il Medio Oriente. Altre ricostruzioni hanno ipotizzato livelli di coinvolgimento degli apparati statali assai più profondi, ma non tutte queste teorie hanno trovato una definitiva conferma giudiziaria. È proprio nella sovrapposizione tra fatti accertati, documenti, testimonianze e zone d’ombra che la storia del terrorismo europeo di matrice marxista assume la sua peculiare e irrisolta complessità.
La Genesi e il mito della guerriglia urbana
La genesi del terrorismo rosso europeo affonda le radici nella profonda frattura del Sessantotto, nell’opposizione alla guerra in Vietnam e nel rifiuto di una società borghese accusata di non aver mai fatto i conti con il proprio passato autoritario. Germania Ovest e Italia offrirono il terreno ideale a una minoranza convinta che le democrazie liberali fossero in realtà apparati di sola repressione e che la protesta politica tradizionale fosse ormai incapace di produrre una trasformazione autentica.
In territorio tedesco, l’uccisione dello studente Benno Ohnesorg nel 1967 e il fallito attentato contro Rudi Dutschke nel 1968 accelerarono la deriva clandestina di un’avanguardia decisa a passare dalle parole ai fatti. La grande maggioranza dei contestatori rimase estranea alla lotta armata, ma per una frazione di essi quei traumi divennero la conferma che lo Stato dovesse essere combattuto con le armi.
La parabola dei fondatori restituisce la cifra umana e politica di quella mutazione. Andreas Baader e Gudrun Ensslin si erano uniti nella militanza radicale dopo i roghi dei grandi magazzini di Francoforte del 1968, strutturando una comune visione votata all’azione e alla violenza sanzionatoria. Fu proprio attraverso la fitta rete della sinistra extraparlamentare e dei comitati di solidarietà per i detenuti che avvenne la convergenza con Ulrike Meinhof: affermata intellettuale e firma di primo piano del giornalismo critico tedesco, la Meinhof entrò in contatto con la Ensslin e con il nucleo di Baader seguendo da vicino i processi e le vicende giudiziarie dei primi contestatori arrestati, maturando progressivamente la scelta di affiancarne le posizioni eversive.
La svolta e la sua definitiva discesa in clandestinità si consumarono il 14 maggio 1970 con la liberazione armata di Baader, un’operazione di commando meticolosamente pianificata in cui intervennero direttamente tre militanti della fazione nascente, tra cui la stessa Gudrun Ensslin e la collaboratrice Astrid Proll. Ufficialmente autorizzato a lasciare il carcere per recarsi in un istituto di ricerca socio-pedagogica di Berlino al fine di incontrare la Meinhof per la stesura di un libro, il prigioniero fu condotto sul posto sotto scorta. Quell’appuntamento culturale era in realtà una copertura: il commando della RAF fece irruzione nell’edificio aprendo immediatamente il fuoco e ferendo gravemente i funzionari di custodia e un dipendente dell’istituto. Sfruttando la confusione, Baader e la stessa Ulrike Meinhof — che partecipò attivamente alla fuga scegliendo di non fare più ritorno alla sua vita pubblica — si dileguarono insieme agli assalitori attraverso una finestra, inaugurando con un’azione di aperta violenza la stagione della lotta armata clandestina in Germania Ovest.
Il retroterra concettuale dei militanti attingeva a un sincretismo che fondeva le categorie della teoria critica, come la denuncia di Herbert Marcuse dell’unidimensionalità tecnologica del capitalismo avanzato e della falsa tolleranza borghese, con le elaborazioni terzomondiste sulla guerriglia urbana dell’ex deputato comunista brasiliano Carlos Marighella — fondatore dell’Ação Libertadora Nacional e autore del celebre Manuale del guerrigliero urbano, assassinato alla fine del 1969 dopo aver teorizzato la dissoluzione dei focolai rurali a favore del caos metropolitano —, dei Tupamaros e di Régis Debray, il filosofo francese noto per essere stato uno dei principali teorici della rivoluzione in America Latina negli anni Sessanta. I Tupamaros (il Movimiento de Liberación Nacional uruguayano) avevano scelto di spostare lo scontro insurrezionale dalle montagne alle aree metropolitane, eleggendo la capitale Montevideo a principale teatro operativo per logorare le istituzioni di una democrazia in crisi attraverso la propaganda armata, i sabotaggi e i sequestri. Quel modello urbano sudamericano, unito alle tattiche di Marighella e alle riflessioni di Debray, offrì alle avanguardie europee un vero e proprio prontuario operativo da adattare al contesto industriale occidentale, innestandolo sui classici del pensiero rivoluzionario da Marx e Lenin a Mao, da Che Guevara a Frantz Fanon.
I campi di addestramento palestinesi in Medio Oriente garantirono infine il salto di qualità operativo, fornendo istruzione tecnica sull’uso di esplosivi, armi da fuoco e tecniche di guerriglia. La clandestinità cessava così di essere una misura temporanea per farsi metodo permanente. La RAF costruì un proprio linguaggio politico attraverso comunicati e testi teorici destinati a trasformare attentati, sequestri e omicidi in presunte azioni di guerra, definendo le vittime come rappresentanti del “sistema” e i detenuti come “prigionieri politici”. Quella autorappresentazione serviva a mantenere un legame con gli ambienti della sinistra antagonista, sebbene l’organizzazione rimanesse una minoranza oltranzista e isolata.
La Diffusione Continentale e il reticolo sotterraneo
Il fenomeno eversivo travalicò rapidamente i confini nazionali. La nascita della RAF nel 1970 coincise temporalmente con la fondazione delle Brigate Rosse in Italia: una sincronia che testimonia la circolazione di una cultura strategica comune fondata sulla propaganda armata e sull’attacco ai rappresentanti istituzionali, pur nella distinzione di leadership e agende operative autonome.
Il materiale in lingua tedesca rinvenuto in seguito nel celebre covo brigatista di via Gradoli a Roma testimonia i contatti tra le strutture di questa galassia eversiva, senza tuttavia comprovare l’esistenza di un comando centralizzato transnazionale.
Nessuna organizzazione clandestina avrebbe potuto reggersi, d’altronde, senza una fitta rete di protezione logistica e di appoggi materiali – dai santuari mediorientali alle coperture oltreconfine – che operava attraverso sinergie e mutuo soccorso, non già per via di una catena di comando verticale. A partire dagli anni Ottanta, l’apertura degli archivi della Germania Est ha documentato una sponda statale ben precisa: nella DDR (la Repubblica Democratica Tedesca, lo Stato socialista sorto nella zona di occupazione sovietica), diversi militanti della seconda e terza generazione della RAF trovarono rifugio sicuro, nuove identità e coperture protettive gestite direttamente dal controspionaggio della Stasi. I servizi segreti della Germania Est scelsero di tollerare e schermare i terroristi occidentali – fornendo loro documenti falsi e inserendoli nel tessuto civile -, barattando quella protezione con l’impegno tassativo a non compiere azioni sul proprio territorio e sfruttandone la clandestinità nell’ambito delle tensioni geopolitiche della Guerra Fredda.
La Battaglia Carceraria e l’Autunno Tedesco
Lo scontro con lo Stato si trasferì presto all’interno delle carceri di massima sicurezza. I militanti ricorsero a duri scioperi della fame per protestare contro le condizioni detentive e il regime di isolamento: la morte di Holger Meins nel 1974, consumata per sfinimento durante una di queste proteste, trasformò il militante in un simbolo mitizzato e radicalizzò ulteriormente l’universo dei solidali. Il decesso di Ulrike Meinhof, trovata impiccata nella cella del penitenziario di Stammheim nel maggio del 1976, infiammò ulteriormente la mobilitazione e alimentò pesanti contestazioni sulla gestione carceraria.
Dietro la retorica del martirio si consumava tuttavia la tragedia concreta delle vittime: agenti di polizia, guardie del corpo, autisti e funzionari statali, per un bilancio complessivo che alla fine conterà 34 persone uccise. La violenza della RAF costrinse la Repubblica Federale a rivoluzionare i propri strumenti di sicurezza, potenziando la cooperazione investigativa e istituendo nel 1973 il corpo speciale d’élite GSG 9, pur tra aspre polemiche sulla necessità di difendere lo Stato senza svuotarne i principi democratici.
Tra il 1972 e il 1974 la polizia riuscì ad arrestare i capi storici, Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe, rinchiudendoli nel carcere di massima sicurezza di Stammheim a Stoccarda, dove nel 1975 si celebrò un lunghissimo e blindato processo terminato con le condanne all’ergastolo. La detenzione non spense tuttavia i legami con la struttura esterna: nel 1977 la seconda generazione della RAF lanciò una campagna spregiudicata per liberare i prigionieri storici.
La pressione terroristica culminò nell’autunno del 1977, un passaggio drammatico noto come l’Autunno Tedesco. L’organizzazione intensificò gli attacchi contro i vertici dello Stato e dell’economia, mentre il governo di Helmut Schmidt rifiutava categoricamente ogni cedimento. Il punto di non ritorno si registrò in ottobre con il dirottamento del volo Lufthansa 181, il Landshut, a opera di un commando palestinese alleato che pretendeva la liberazione dei detenuti di Stammheim.
L’aereo fu tracciato attraverso il Medio Oriente e l’Africa fino a Mogadiscio, dove alle prime luci del 18 ottobre l’irruzione del corpo speciale d’élite GSG 9 a bordo dell’aeromobile ha permesso di liberare gli ostaggi e di abbattere tre dei dirottatori; un epilogo segnato tuttavia dal sangue del comandante Jürgen Schumann, barbaramente assassinato dai sequestratori durante lo scalo ad Aden.
L’operazione segnò il fallimento totale del ricatto. Poche ore dopo il blitz, Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe furono trovati morti nelle rispettive celle in circostanze ufficialmente attribuite a suicidio ma fortemente contestate dai simpatizzanti della RAF. Il giorno successivo si consumò l’epilogo per Hanns Martin Schleyer: presidente dell’associazione dei datori di lavoro ed ex ufficiale delle SS la cui biografia incarnava la perfetta continuità tra le élite del Terzo Reich e il cuore del capitalismo della Germania Ovest, Schleyer era stato sequestrato proprio per imporre lo scambio con i detenuti. Dopo settimane di prigionia, l’ostaggio fu giustiziato con un colpo alla nuca e il suo corpo abbandonato nel bagagliaio di un’auto a Mulhouse, in territorio francese, suggellando il drammatico fallimento della strategia ricattatoria.
Le Esecuzioni Eccellenti, le Vittime di Stato e gli Enigmi dell’Alta Finanza
La RAF colpì bersagli ad alto valore simbolico per demolire i pilastri dello Stato borghese: magistrati supremi, banchieri, capitani d’industria. Tra i primi episodi, il sequestro dell’ambasciata tedesca a Stoccolma nell’aprile 1975 da parte del Kommando Holger Meins, un commando operativo intitolato proprio al militante morto in sciopero della fame per onorarne la memoria e costringere lo Stato alla liberazione dei detenuti, degenerò nell’assassinio del diplomatico Heinz Hillegaart e dell’addetto militare Andreas von Mirbach prima di concludersi con un’esplosione.
La spirale terroristica si intensificò attraverso azioni mirate che colpirono i vertici istituzionali ed economici del paese. Il 7 aprile 1977, Siegfried Buback, procuratore generale della Repubblica Federale, fu assassinato a Karlsruhe insieme al suo autista e a un agente di scorta da un commando a bordo di una motocicletta che aprì il fuoco con una raffica di mitra mentre l’auto ufficiale era ferma al semaforo, inaugurando la sanguinosa stagione dell’Autunno Tedesco. Pochi mesi dopo, il 30 luglio 1977, la violenza colpì Jürgen Ponto, portavoce della Dresdner Bank, ucciso nella sua villa di Oberursel durante un tentativo di rapimento trasformatosi in agguato mortale: a tradire la vittima fu il coinvolgimento della figlioccia Susanne Albrecht, militante della RAF la cui frequentazione confidenziale fu cinicamente sfruttata per eludere i controlli di sicurezza. La strategia contro il complesso militare-industriale registrò poi, il 1° febbraio 1985, l’esecuzione di Ernst Zimmermann, capo dell’azienda aerospaziale MTU. Il dirigente fu giustiziato nella sua abitazione di Gauting, vicino a Monaco, da un commando – intitolato a Mara Cagol, fondatrice delle Brigate Rosse – che riuscì a penetrare all’interno fingendosi corriere di fiori prima di immobilizzare i familiari e sopprimere il dirigente.
Queste prime esecuzioni presentano dinamiche materiali e moventi chiariti dalle inchieste giudiziarie. A esse si contrappongono su un piano d’indagine del tutto differente le morti di altre figure chiave della finanza e della ricostruzione europea – come Alfred Herrhausen e Detlev Karsten Rohwedder – che aprono a interrogativi di ben altra portata. Esistono autorevoli ipotesi storiografiche secondo cui tali delitti, pur formalmente rivendicati o ascritti alla RAF, celino vicende profondamente inconciliabili con le reali capacità operative di una cellula clandestina ormai in fase di esaurimento.
Alfred Herrhausen, figura di immenso peso economico e politico in qualità di capo della Deutsche Bank, aveva iniziato a progettare un nuovo assetto industriale del continente europeo che prevedeva il coinvolgimento dei paesi dell’Europa Orientale. A tale scopo, aveva richiesto al Fondo Monetario Internazionale una moratoria per alleggerire e dilazionare il soffocante debito estero della Polonia, accarezzando visioni geoeconomiche slegate dai diktat tradizionali e ipotizzando la nascita di un asse euroasiatico potenzialmente destabilizzante per l’egemonia del dollaro; la sua parabola si interruppe tragicamente il 30 novembre 1989 a Bad Homburg, vittima di un attentato in cui una bomba a controllo magnetico, piazzata a margine della strada su una rastrelliera per biciclette, fu fatta esplodere al passaggio millimetrico della sua Mercedes blindata. Detlev Karsten Rohwedder, alla guida della Treuhandanstalt per la privatizzazione post-unificazione della Germania dell’Est, gestiva interessi colossali e conflitti d’apparato incandescenti, prima di essere attinto a morte da proiettili esplosi da una carabina con mirino a raggi infrarossi nella sua abitazione, la sera del 1° aprile 1991. La precisione chirurgica e le modalità esecutive di entrambi i delitti lasciano supporre che dietro il marchio della RAF si muovessero apparati occulti e “menti raffinatissime”, analoghi a quelli che in Italia orchestrarono il biennio stragista (1992-1993).
La logica del ricatto rigettato dallo Stato riaffiora inevitabilmente nel parallelismo con il sequestro di Aldo Moro in Italia. Pur nella profonda diversità dei contesti politici – l’alta finanza e i vertici industriali tedeschi da un lato, il cuore della mediazione politica della Prima Repubblica dall’altro -, entrambe le vicende restituiscono la drammatica intransigenza di governi decisi a non piegarsi alla violenza eversiva, sacrificando l’ostaggio sull’altare della fermezza istituzionale.
Le Zone d’Ombra: Parigi e la scuola Hyperion
A fare da cerniera tra le fazioni armate filocomuniste europee intervenne la scuola di lingue parigina Hyperion, fondata da Corrado Simioni insieme a Duccio Berio e Vanni Mulinaris. Indicata da inchieste giudiziarie, informative d’intelligence e carteggi parlamentari – oltre che evocata dalle dichiarazioni di vertici istituzionali come Giulio Andreotti sui “cervelli” esteri del terrorismo – l’Hyperion fu a lungo al centro dei sospetti come potenziale centrale di collegamento tra le Brigate Rosse e i circuiti della sovversione in tutto il continente. Proprio nel 1974, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, mentre in Germania si consumava l’arresto dei capi storici della RAF, in Italia l’arresto a Pinerolo di Renato Curcio e Alberto Franceschini – evitato rocambolescamente da Mario Moretti grazie a una misteriosa telefonata di avvertimento che lo mise in salvo – aprì la strada alla sua ascesa al vertice delle BR e a convergenze sotterranee riconducibili alla rete di Hyperion. Nelle analisi e nelle ricostruzioni del giudice Rosario Priore, questa pista assunse una valenza cruciale, evidenziando come la struttura non fosse una semplice scuola, bensì un nodo strategico e di compensazione tra la lotta armata e gli apparati d’intelligence. Un’indagine sulla verità che si scontrò storicamente con un muro di omertà istituzionale: la Francia ha infatti costantemente rifiutato di fornire informazioni trasparenti o di concedere piena cooperazione giudiziaria agli inquirenti italiani. Nonostante i successivi proscioglimenti processuali, l’istituto rimase il simbolo emblematico di un’area grigia in cui la militanza rivoluzionaria e la clandestinità si fusero con le operazioni di spionaggio della Guerra Fredda.
Epilogo di una Strategia
Il tramonto definitivo della RAF non scaturì da una singola sconfitta militare, ma da un progressivo esaurimento storico, politico e operativo. Negli anni Ottanta diversi militanti trovarono rifugio e coperture protettive nella Germania Est tramite i canali della Stasi, le cui trame emersero dopo il crollo del blocco sovietico e la caduta del Muro di Berlino nel 1989.
Privata del proprio substrato ideologico e geopolitico a seguito della riunificazione tedesca del 1990 e della dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, l’organizzazione perse ogni ragione d’essere operativa, pur sopravvivendo formalmente ancora per qualche anno. Il 20 aprile 1998 la RAF formalizzò il proprio scioglimento mediante un documento fatto pervenire alla Reuters e ad altre testate tedesche, lasciando un bilancio definitivo di 34 vittime e un’eredità di ferite aperte.
La clandestinità si spense alla fine degli anni Novanta, ma la discussione sulle responsabilità storiche, sul prezzo pagato dalle scorte, sulle trasformazioni istituzionali e sulle zone d’ombra di un’epoca dominata dai blocchi contrapposti continua a interrogare il presente.
