LA FORENSIC VICTIMOLOGY APPLICATA AL CASO CHIARA POGGI. COSTRUZIONE DEL PROFILO VITTIMOLOGICO DI UNA VITTIMA DI OMICIDIO – PARTE IX

La firma
La criminologia comportamentale valuta anche l’eventuale presenza della cosiddetta firma: un comportamento, o un insieme di comportamenti che rispondono a specifiche esigenze psicologiche dell’autore. A differenza del modus operandi , la signature riguarda il bisogno psicologico soddisfatto dall’azione criminale. Il suo nucleo motivazionale tende quindi a restare relativamente stabile, anche se le sue manifestazioni esteriori non devono necessariamente ripetersi in modo identico.
Può esprimersi in comportamenti ritualizzati, particolari disposizioni del corpo, mutilazioni, inserimento o sottrazione di oggetti, gesti simbolici, o altre condotte senza una concreta utilità operativa, ma non va identificata automaticamente con qualsiasi elemento insolito trovato sulla scena, né ogni comportamento ripetuto o eccentrico è per forza una signature: un’azione singolare può dipendere dalle condizioni contingenti del delitto, dalle caratteristiche dell’ambiente, dalla resistenza della vittima o dalla necessità dell’autore di risolvere un problema imprevisto.
La distinzione tra firma e modus operandi non è sempre netta, perché la stessa condotta può assumere significati diversi a seconda del contesto. Per riconoscere una firma bisogna quindi escludere, per quanto possibile, le spiegazioni funzionali, e verificare se la condotta abbia un contenuto psicologico che va oltre ciò che serve a commettere il reato.
Va anche precisato che un unico episodio criminoso non basta a escludere la firma: un comportamento potenzialmente riconducibile a una signature può manifestarsi già in un solo delitto. Avere più episodi attribuibili allo stesso autore permette però di verificarne la ricorrenza, la stabilità e l’indipendenza dalle circostanze contingenti; con un unico evento si può valutare se sulla scena ci siano comportamenti con le caratteristiche tipiche della firma, ma è più difficile stabilire se esprimano un bisogno psicologico stabile o siano una risposta occasionale alle condizioni particolari in cui il delitto si è verificato. L’assenza di episodi comparabili non dimostra, quindi, l’assenza di una firma: limita solo la possibilità di riconoscerla e convalidarla come schema ricorrente.

[Un esempio particolarmente significativo è quello dei delitti attribuiti al cosiddetto Mostro di Firenze. Nella serie omicidiaria, l’aggressione a coppie appartate in luoghi isolati si accompagnò, in alcuni episodi, all’asportazione di parti anatomiche delle vittime femminili. Nel 1981, nei delitti di Scandicci e Calenzano, furono documentate escissioni della regione pubica; nel 1984, con l’omicidio di Pia Rontini, e nel 1985, con quello di Nadine Mauriot, alle mutilazioni genitali si aggiunse l’asportazione della mammella sinistra. Il professor Francesco De Fazio, nell’ambito delle proprie valutazioni medico-legali e criminologiche, esaminò tali condotte anche in relazione a una possibile componente feticistica.
La distinzione criminologica riguarda la funzione del comportamento. Le mutilazioni non erano necessarie per uccidere le vittime, neutralizzarne la resistenza o assicurare la fuga. La loro ripetizione, con un interesse rivolto a specifiche regioni anatomiche, fornisce elementi per ipotizzare una firma, legata al soddisfacimento di un’esigenza psicologica dell’autore. Rimane distinta l’interpretazione di quella esigenza, che non può essere conosciuta con certezza dalla sola osservazione delle lesioni. Anche in una serie così caratterizzata, quindi, il riconoscimento di una possibile signature richiede di separare le caratteristiche materiali delle mutilazioni dalle spiegazioni psicologiche proposte dagli esperti.]

Nel delitto di Chiara Poggi, le risultanze investigative, medico-legali e di BPA non documentano comportamenti con caratteristiche sufficienti per essere qualificati come signature in senso criminologico. La scena è quella di un’aggressione particolarmente violenta, sviluppata in più fasi e in diverse zone dell’abitazione, ma non mostra una disposizione ritualizzata del corpo, mutilazioni, manipolazioni simboliche, inserimento di oggetti, gesti post mortem o altre condotte prive di spiegazione funzionale e riconducibili a un bisogno psicologico specifico dell’autore. Alcuni, tra cui l’ex avvocato di Andrea Sempio, Massimo Lovati, hanno ipotizzato che i tagli simmetrici su entrambe le palpebre potessero rappresentare un’intimidazione o un segno simbolico (“non dovevi guardare”), lasciando intendere che la vittima avesse visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere.
Nemmeno la reiterazione dei colpi al capo può essere assimilata automaticamente a una firma. La loro concentrazione anatomica, la progressione della lesività e la fase conclusiva sulle scale riguardano piuttosto la dinamica omicidiaria e l’eventuale overkilling: non documentano, senza altri elementi, un rituale o un comportamento simbolico a servizio di un bisogno psicologico autonomo.
Allo stesso modo lo spostamento della vittima verso il corridoio e il vano scala non presenta i tratti della firma: come visto, si tratta di uno spostamento inserito nella progressione spaziale e materiale dell’azione violenta, con una spiegazione funzionale diretta. La stessa considerazione vale per la traccia della mano insanguinata sulla spalla e per lo stazionamento dell’aggressore sul gradino zero: comportamenti compatibili, rispettivamente, con il sollevamento o il sostegno della vittima durante la fase sulle scale e con un’attività di osservazione post-aggressione, ma senza elementi rituali o simbolici che permettano di riconoscervi una firma. Attribuire loro un significato psicologico ulteriore andrebbe oltre quanto le tracce materiali dimostrano davvero.
Vanno perciò tenuti distinti il grado di violenza, le peculiarità della dinamica e la signature. Un’aggressione molto cruenta può dipendere dalle modalità omicidiarie, dalla resistenza della vittima, dalla necessità percepita di neutralizzarla, dalle caratteristiche dello strumento o da altri fattori contingenti, senza che questo implichi comportamenti ritualizzati. E una condotta apparentemente insolita non diventa una firma solo perché non se ne conosce subito la funzione: la sua qualificazione richiede di vagliare le spiegazioni alternative e di trovare un contenuto psicologico autonomo rispetto alle necessità operative del delitto.
Sul piano vittimologico, l’assenza di elementi sufficienti per riconoscere una firma impedisce di usare questo indicatore per formulare ipotesi sulla personalità dell’aggressore, su eventuali fantasie o sulla natura del rapporto con Chiara Poggi. Non permette nemmeno di affermare in modo assoluto che l’autore fosse privo di una propria signature: permette solo di rilevare che, nella scena esaminata e sulla base della documentazione disponibile, non sono stati individuati comportamenti a cui attribuire con fondamento adeguato questa qualificazione.

Modus operandi
L’analisi del modus operandi guarda all’insieme delle modalità con cui l’autore realizza il delitto, esercita il controllo sulla vittima, affronta gli imprevisti, abbandona la scena, comprese, eventualmente, le condotte per evitare l’identificazione o sottrarre prove, senza che ogni azione debba assolvere tutte queste funzioni insieme. A differenza della signature, il modus operandi risponde a esigenze prevalentemente pratiche, e può cambiare con le circostanze, la reazione della vittima, le caratteristiche dell’ambiente e le difficoltà incontrate durante l’azione.

[La serie del Mostro di Firenze permette di osservare anche il modus operandi. Gli omicidi furono caratterizzati dalla scelta ricorrente di coppie appartate, generalmente in automobile o in luoghi isolati, e dall’impiego della medesima arma da fuoco, una pistola calibro .22, associata a munizioni Winchester contrassegnate dalla lettera H. In diversi episodi l’aggressione con l’arma da fuoco fu seguita dall’impiego di un coltello. Si tratta di elementi utili per esaminare la selezione delle vittime, le condizioni dell’attacco, gli strumenti adoperati e la successione delle azioni. La ripetizione di tali caratteristiche non implica che ogni delitto si sia svolto secondo una sequenza identica. Le condizioni ambientali e le reazioni delle vittime determinarono situazioni differenti, come nel delitto degli Scopeti del 1985, quando Jean-Michel Kraveichvili tentò di allontanarsi dalla tenda e fu raggiunto e colpito anche con un’arma bianca. Il confronto fra gli episodi permette quindi di distinguere gli aspetti ricorrenti del metodo omicidiario dagli adattamenti imposti dalle circostanze. Le escissioni anatomiche, invece, richiedono un esame separato per il loro possibile significato di firma, essendo prive di una necessità immediata rispetto all’esecuzione materiale dell’omicidio.]

Con un unico episodio criminoso – tanto più quando autore e strumento non sono stati identificati con certezza – il modus operandi non può essere considerato un modello comportamentale stabilmente attribuibile a una persona precisa. Si possono descrivere le azioni documentate e valutarne la funzione nell’evento, ma non stabilire se corrispondano a modalità già sperimentate, a una pianificazione precedente o a soluzioni improvvisate durante l’aggressione. Il comportamento osservato sulla scena è il risultato dell’interazione tra le intenzioni dell’autore, le reazioni della vittima e i vincoli materiali dell’ambiente.
L’aggressione a Chiara Poggi si consumò in casa sua, cioè in uno spazio che la vittima conosceva e normalmente controllava, ma la scelta di quel luogo non basta a stabilire se l’autore ne conoscesse in anticipo la disposizione, se avesse pianificato di agire lì o se l’occasione si fosse presentata solo in quel momento.
Sul piano vittimologico conta molto la fase iniziale dell’interazione. Chiara Poggi si trovava nella propria abitazione, indossava ancora gli indumenti da notte, e non risulta che si sia resa conto anticipatamente dell’imminenza di un’aggressione. Il fattore sorpresa può aver inciso sulla sua capacità iniziale di comprendere la minaccia e organizzare una risposta efficace, ma questo non va trasformato in una certezza sulle modalità dell’approccio: scena e risultanze medico-legali documentano anche una sua reattività.
Chiara Poggi, quindi, non restò passiva per l’intera durata dell’aggressione. La ricostruzione del 2007 descrive una fase in cui, dopo il primo trascinamento, avrebbe contratto entrambe le mani e tentato di reagire o di sollevarsi vicino alla porta del corridoio, ricevendo altri colpi al capo; la consulenza Cattaneo ha individuato a sua volta lesioni compatibili con tentativi di difesa. Che l’autore abbia dovuto adattare la propria condotta alle reazioni della vittima è un elemento rilevante del modus operandi, ma non dice se quegli adattamenti vengano da esperienza, improvvisazione, particolare abilità o semplice superiorità fisica e situazionale.
Anche la durata dell’azione va valutata con prudenza: le stime tecniche non coincidono del tutto. La perizia Bison-Robino-Varetto individuò almeno due fasi cronologicamente distinte, separate da un intervallo non quantificabile con precisione; la consulenza Cattaneo ha ritenuto che l’intera azione lesiva possa essersi sviluppata entro un intervallo massimo indicativo di circa quindici-venti minuti. In particolare, i risultati ottenuti deporrebbero concretamente per una produzione delle lesioni non immediatamente antecedente alla morte, ma anteriore al decesso con un intervallo orientativamente compreso come minimo fra 15 e 30 minuti, senza che possa escludersi una sopravvivenza complessiva più prolungata fino ai 60 minuti.
Le risultanze BPA permettono di seguire lo sviluppo spaziale dell’aggressione nelle diverse zone dell’abitazione. La relazione del 2007 collocava la fase iniziale nel soggiorno, vicino alla scala per il piano superiore, con il successivo trascinamento verso il corridoio e la porta della cantina. La consulenza del 2025 ha sostanzialmente confermato questa prima fase al piano terra, tra ingresso e soggiorno, individuando due aree particolarmente significative – una vicino al primo gradino della scala per il piano superiore, l’altra vicino al telefono fisso – e una seconda fase, già descritta quando abbiamo analizzato lo staging, sviluppatasi verso la cantina: Chiara Poggi fatta scivolare lungo i primi gradini, l’aggressione proseguita tra il terzo e il quarto gradino, poi lo scivolamento passivo dal quinto gradino in giù. Swipe da trascinamento, pattern da impatto, tracce da cast-off e distribuzione delle pozze ematiche descrivono così un’azione progressiva, in cui spostamento della vittima e prosecuzione della violenza restano strettamente collegati.
Anche l’impiego dello strumento lesivo fa parte del modus operandi, sebbene l’arma non sia mai stata trovata. Le risultanze medico-legali convergono su un mezzo contundente con – almeno nella parte destinata a colpire – una componente metallica, per la Cattaneo compatibile con uno strumento dotato di superficie piatta, margini e spigoli, riconducibile a titolo esemplificativo ad alcune tipologie di martello, accetta o piccone, usate nella parte contundente. L’assenza dell’arma impedisce però di stabilire se fu portata in casa, trovata sul posto o scelta nel corso dell’interazione, e non permette valutazioni attendibili sulla familiarità dell’autore con quell’oggetto specifico o sul grado di preparazione dell’aggressione.
La distribuzione di lesioni e tracce ematiche indica che lo strumento fu usato ripetutamente, in ambienti diversi e da posizioni diverse: la BPA del 2025 ricostruisce azioni di brandeggio vicino alla porta della cantina e sui primi gradini, con traiettorie delle gocce e pattern da cast-off compatibili con movimenti ripetuti dell’oggetto insanguinato. Questa continuità nell’uso dell’arma mostra che l’autore fu in grado di proseguire l’azione mentre la vittima veniva spostata, ma non dice se il numero dei colpi dipendesse da un piano preventivo, dalla necessità percepita di neutralizzare Chiara, dalle caratteristiche dello strumento o dalla difficoltà di valutarne subito gli effetti.
Il grado di controllo esercitato dall’autore non resta necessariamente costante lungo tutto l’evento. La pluralità delle aree coinvolte, le reazioni attribuite alla vittima, la ripresa dell’aggressione lungo le scale descrivono una dinamica in cui l’aggressore mantiene complessivamente la capacità di sopraffare Chiara e orientarne gli spostamenti, ma deve anche confrontarsi con una situazione in evoluzione. Il controllo finale sulla vittima non equivale quindi a una condotta perfettamente pianificata e lineare, così come eventuali adattamenti non dimostrano automaticamente inesperienza o disorganizzazione: le categorie di autore “organizzato” e “disorganizzato”, se applicate a singoli elementi isolati, rischiano di dare al comportamento un significato più ampio di quanto le evidenze sostengano.
La BPA del 2025 ha ricostruito anche alcune condotte successive alla fase culminante – lo stazionamento sul gradino zero e la fase di osservazione già visti in precedenza, tracce da gocciolamento compatibili con la risalita dell’aggressore mentre trasportava l’arma insanguinata, e alcuni spostamenti attraverso disimpegno, bagno, salottino, soggiorno e cucina verso l’uscita – precisando però che parte di questi movimenti potrebbe essersi verificata prima della fase di osservazione, e che la loro esatta successione cronologica non è del tutto risolvibile.
Il mancato ritrovamento dell’arma può essere compatibile con il suo allontanamento dalla scena, ma non dice come sia stata trasportata, occultata o eliminata. Allo stesso modo, l’assenza di una traccia ematica continua lungo il percorso di uscita non permette di stabilire con certezza se l’autore abbia pulito lo strumento, lo abbia avvolto, inserito in un contenitore, o semplicemente evitato certe superfici: sono possibilità che vanno tenute distinte dai dati effettivamente documentati, perché la funzione pratica di un comportamento non si definisce sulla sola assenza di tracce.

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