LA FORENSIC VICTIMOLOGY APPLICATA AL CASO CHIARA POGGI. COSTRUZIONE DEL PROFILO VITTIMOLOGICO DI UNA VITTIMA DI OMICIDIO -PARTE X

Il comportamento post delictum

 L’analisi vittimologica di un omicidio non finisce con la ricostruzione dell’aggressione poiché anche le condotte compiute successivamente possono aiutare a comprendere come l’autore abbia gestito la scena, si sia allontanato o abbia cercato di ridurre il rischio di essere identificato. Il comportamento post delictum va però distinto sia dalle azioni ancora funzionali alla consumazione dell’omicidio, sia da quanto compiuto in seguito da chi rinviene il cadavere, dai soccorritori e dagli investigatori. Le condotte prevalentemente strumentali – controllare le condizioni della vittima, rimuovere l’arma, alterare o asportare tracce, predisporre l’allontanamento – vanno tenute distinte da comportamenti dalcontenuto emotivo o simbolico. Nel delitto di Garlasco le evidenze permettono di ricostruire soltanto una parte delle azioni compiute dall’aggressore prima che lasciasse l’abitazione. Non ne definiscono sempre la successione e non consentono, in ogni caso, di separare con precisione ciò che avvenne mentre l’aggressione era ancora in corso da quanto accadde dopo.
La consulenza BPA del 2025 interpreta la posizione e la tipologia di alcune impronte ematiche sul gradino zero come compatibili con uno stazionamento in quel punto. Il RIS di Cagliari ritiene che la permanenza possa riferirsi a una fase successiva alla parte più dinamica dell’aggressione, collocata soprattutto tra il terzo e il quarto gradino. Il significato di quell’eventuale sosta resta indeterminato: non si può stabilire se l’autore volesse controllare le condizioni di Chiara Poggi, verificare che non fosse più in grado di reagire, osservare la posizione del corpo o valutare la scena.
La medesima consulenza ha rilevato anche macchie ematiche da caduta libera lungo i primi gradini. La loro distribuzione è stata valutata come compatibile non soltanto con il movimento della vittima, ma anche con la discesa e la risalita dell’aggressore mentre trasportava l’arma imbrattata di sangue. Le gocce si concentrano soprattutto nella parte centrale dei gradini e lasciano ai lati spazi relativamente indenni, compatibili con un possibile percorso. Si può quindi ipotizzare una risalita al piano terra con l’arma, ma le tracce non chiariscono come lo strumento sia stato gestito in seguito. Il mancato ritrovamento dell’arma è compatibile con il suo allontanamento dalla scena, ma non dimostra che fosse stata predisposta in anticipo una strategia precisa per eliminare le prove. Tra le possibilità si può considerare anche che l’arma sia stata avvolta nei due teli di spugna che, secondo quanto riferito da Rita Preda, non furono più ritrovati nell’abitazione. La sentenza di primo grado riferisce che uno dei teli era usato da Chiara per prendere il sole sotto il portico e che entrambi erano stati visti nella cassettiera della taverna prima della partenza per le vacanze. Il giudice non li collega all’arma: prospetta che l’aggressore possa averli trovati in bagno e li abbia usati per pulirsi o cancellare tracce del proprio passaggio. La sentenza d’appello bis, a sua volta, pur ricordando la scomparsa di alcuni asciugamani, ipotizza che l’aggressore possa essersi fermato in cucina per cercare un sacchetto in cui occultare l’arma e altro materiale. I gocciolamenti lungo la scala, compatibili con un’arma ancora imbrattata durante la risalita, indicano che almeno in quella fase lo strumento poteva disperdere materiale ematico. Se i teli fossero stati utilizzati, l’arma potrebbe essere stata avvolta a posteriori.
Le diverse decisioni giudiziarie affrontano in modo non identico la possibile attività nel bagno. La sentenza di primo grado osserva che le impronte di calzatura indicavano un ingresso dell’aggressore nella stanza e una sosta davanti al lavandino. Considera verosimile, in astratto, che avesse voluto lavarsi, ma rileva che gli accertamenti biologici non avevano trovato sangue sul dispenser, sulle saponette, sul miscelatore o nello scarico. Per questo non ritiene dimostrato il lavaggio delle mani e lascia aperte altre spiegazioni, tra cui la ricerca o la sistemazione di un oggetto, il controllo allo specchio o l’uso dei teli scomparsi. La sentenza d’appello del 2011, che assolse Stasi, riprese questa valutazione: la sosta davanti al lavandino e le impronte non bastavano a dimostrare il lavaggio, mentre l’assenza di riscontri biologici e la scomparsa dei teli rendevano ipotizzabili manovre alternative. La Cassazione del 2013 annullò quella decisione e rinviò a un nuovo giudizio senza formulare una propria ricostruzione definitiva delle condotte in bagno. Solo la sentenza d’appello bis del 2014 ritenne che l’aggressore si fosse lavato e avesse pulito alcune superfici e la criticata Cassazione del 2015 giudicò non illogica questa inferenza, osservando che l’assenza di tracce poteva derivare da una pulizia accurata.

 La collocazione finale della vittima

Il ritrovamento del corpo di Chiara lungo la scala della cantina ha dato origine a diverse interpretazioni: la posizione è stata letta come possibile simulazione di un incidente, tentativo di occultamento o gesto di disprezzo. Prima di attribuirle un significato post delictum, occorre però verificare se sia il prodotto di una manipolazione compiuta dopo l’aggressione oppure la conseguenza della progressione della violenza sulla scala. La BPA del 2025 colloca una fase rilevante dell’aggressione proprio sui gradini e interpreta il movimento successivo del corpo come uno scivolamento. Questa ricostruzione rende plausibile che la posizione di rinvenimento sia collegata alla dinamica dell’evento, ma non permette di stabilire ogni singolo passaggio né di escludere in assoluto un intervento ulteriore.
Una prima ipotesi è che il corpo sia stato spostato per simulare un incidente domestico; per sostenerla occorrerebbe individuare una scena concretamente predisposta a rappresentare una caduta accidentale. La pluralità e la gravità delle lesioni, le tracce ematiche negli altri ambienti e i pattern da impatto e da cast-off in prossimità della porta della cantina e sui gradini non descrivono una semplice caduta. La ricostruzione BPA, collocando una parte dell’aggressione sulla scala, indebolisce ulteriormente questa lettura. Una seconda interpretazione è quella dell’occultamento o del tentativo di ritardare il ritrovamento. Il vano scala poteva rendere il corpo meno visibile a chi fosse rimasto al piano terra, ma Chiara Poggi non fu collocata in un locale chiuso, coperta da oggetti o resa difficilmente accessibile. Inoltre, questa stessa ricostruzione non dimostra che la posizione finale fosse stata deliberatamente predisposta dopo l’aggressione. Una terza lettura attribuisce allo spostamento un significato simbolico o degradante. Anche questa interpretazione richiede cautela perché non risultano mutilazioni post mortem, esposizioni intenzionali, posture ritualizzate o denudamenti deliberati che indichino una condotta specificamente diretta a umiliare la vittima.

 La storia della scena del crimine

La ricostruzione del comportamento dell’autore va tenuta distinta dalla crime scene history: la sequenza degli accessi, degli interventi e delle attività compiuti sul luogo dalla scoperta del corpo fino alla conclusione dei rilievi e alla restituzione dell’abitazione. Le azioni di chi dà l’allarme, dei soccorritori, delle forze dell’ordine e degli specialisti non appartengono necessariamente al comportamento post delictum dell’autore, ma possono incidere sulla conservazione e sull’interpretazione delle prove.
Dopo la scoperta, una scena non resta immutata. L’accesso per verificare le condizioni della vittima, le esigenze di soccorso, la messa in sicurezza degli ambienti, la rimozione del corpo e il repertamento possono comportare spostamenti o trasferimenti involontari di materiale. Prima di attribuire un’impronta, una macchia o un’alterazione all’aggressore, è quindi necessario ricostruire quando sia comparsa, se fosse già visibile nelle prime fotografie e quali persone o oggetti abbiano poi interessato quell’area.
La storia della scena comincia con l’arrivo di Alberto Stasi alla villetta e con il percorso che avrebbe compiuto nell’abitazione. È utile distinguere il contenuto delle sue dichiarazioni dai dati esterni che confermano o mettono in discussione singoli aspetti: la posizione da cui disse di aver visto Chiara, i movimenti compiuti nei diversi ambienti e le superfici che riferì di aver toccato sono rilevanti per ricostruire lo stato della scena prima dell’arrivo dei Carabinieri e del personale sanitario.
Nelle sommarie informazioni rese il 13 agosto 2007, Stasi disse di essersi recato alla villetta dopo aver tentato più volte di contattare la fidanzata. In una ricostruzione successiva, più dettagliata, collocò il proprio arrivo intorno alle 13:40 e riferì di aver effettuato altre chiamate in rapida successione. Disse di aver suonato al campanello, chiamato Chiara a voce e notato che l’antifurto appariva disinserito. Avrebbe quindi scavalcato il muro di cinta a sinistra del cancello pedonale e raggiunto il giardino; si sarebbe affacciato alla portafinestra della cucina senza riuscire a vederla, per poi dirigersi verso la porta d’ingresso
Riferì di aver trovato la porta chiusa ma non a chiave e di averla aperta usando la maniglia esterna. Una volta entrato, avrebbe notato il televisore acceso nella saletta in fondo al corridoio; dopo pochi passi avrebbe visto alla propria sinistra una macchia di sangue vicino alla porta della cucina e alcuni oggetti sul pavimento. Disse di essersi diretto verso la saletta restando prevalentemente nella parte centro-destra del corridoio, di essersi fermato sulla soglia senza trovarvi la ragazza e di aver controllato il bagno e il box, aprendone le porte. Il percorso da lui descritto comportava il contatto con diverse superfici: la maniglia della porta d’ingresso, le porte del bagno e del box e, infine, la porta a soffietto della cantina. Trovandola chiusa, avrebbe prima provato ad aprirla agendo sul pomello a destra; non riuscendovi, avrebbe appoggiato una mano al centro delle ante, mantenendo l’altra sulla maniglia, e avrebbe spinto verso l’interno.
Aperta la porta, avrebbe scorto del sangue nella parte inferiore, vicino all’angolo destro del vano scala. Le dichiarazioni non furono del tutto costanti sul numero di gradini percorsi: nelle prime versioni parlò di “uno o due”, poi di un gradino e, in seguito, tornò a indicarne circa due. Disse di essersi inclinato in avanti e verso sinistra, riuscendo a vedere il cadavere nella parte inferiore della scala, disteso prono, con la testa verso il basso e le gambe verso l’alto.
Anche la descrizione di ciò che avrebbe visto cambiò nel tempo. Nelle prime dichiarazioni disse di aver riconosciuto il pigiama rosa e di aver intravisto una parte chiara del volto, non coperta da sangue, capelli o indumenti. Quando fu messo a confronto con le fotografie del sopralluogo, nelle quali il volto risultava invece interessato da sangue e capelli, spiegò che l’osservazione era durata un istante e che alcuni dettagli potevano derivare dalla conoscenza degli indumenti che Chiara usava abitualmente.
Dopo aver visto il corpo, Stasi disse di essere tornato rapidamente verso l’ingresso, quasi correndo e senza guardare dove metteva i piedi. Avrebbe azionato l’apertura elettrica del cancello pedonale dal citofono, lasciato aperta la porta di casa e richiuso il cancello esterno. Riferì di aver tentato una prima volta di chiamare il 118 senza riuscire ad avviare la chiamata; disse poi di averla effettuata mentre saliva in auto e si dirigeva verso la vicina caserma dei Carabinieri.
La telefonata al 118, registrata alle 13:50, iniziò pochi secondi prima che Stasi suonasse al campanello della caserma. La collocazione al secondo 29 della chiamata risultava dalla registrazione e dalle testimonianze dei militari. Il dato colloca la telefonata in prossimità della caserma e non nell’immediatezza dell’uscita dalla villetta. La sentenza di primo grado considerò che il breve tragitto in auto poteva spiegare una parte dell’intervallo e che la discrepanza, da sola, non dimostrava la falsità dell’intero racconto. La Corte d’assise d’appello del 2011 attribuì invece alla tempistica e alle modalità della chiamata un diverso significato nel quadro delle contestazioni rivolte a Stasi; l’appello bis e la Cassazione le considerarono all’interno di una valutazione più ampia della versione sul rinvenimento.
Sul tono della telefonata si confrontarono interpretazioni diverse. La sentenza di primo grado rilevò che la voce, da sola, non permetteva di stabilire in modo univoco lo stato d’animo di chi chiamava: agitazione e shock potevano costituire spiegazioni alternative alla freddezza prospettata dall’accusa. In appello, invece, la telefonata fu valutata insieme ad altri aspetti ritenuti incongruenti. La Cassazione del 2015 precisò che l’allontanamento rapido, il mancato controllo delle condizioni di Chiara e il fatto di non essere rimasto ad attendere i soccorsi non erano stati trattati come indizi autonomi: servivano a contestualizzare l’incompletezza e le incongruenze del racconto del rinvenimento. Questa distinzione è importante nell’analisi vittimologica: una reazione insolita o apparentemente distante non consente, da sola, di dedurre un coinvolgimento emotivo o una responsabilità.
I Carabinieri Gaetano Muscatelli e Andrea Serra entrarono in casa in stretta successione, senza calzari nei primi passaggi. Sulla base delle indicazioni di Stasi raggiunsero la porta della cantina e scesero alcuni gradini per vedere la vittima. Riferirono di aver cercato di evitare le macchie più estese, senza poter escludere di averne calpestate alcune più piccole.
A questi primi passaggi seguirono l’ingresso del personale sanitario, la constatazione del decesso, l’isolamento dell’abitazione, il sopralluogo e il repertamento. Prima dell’impiego sistematico dei dispositivi di protezione e del controllo completo degli accessi, più persone avevano già attraversato il corridoio e raggiunto la scala. Questo non rende inutilizzabili le evidenze, ma richiede di valutarne la collocazione temporale e la possibile alterazione durante gli interventi che si sono susseguiti nel tempo.
La relazione BPA del RIS del 2007 precisa che, al momento dei rilievi specialistici del 20 e 27 agosto, alcune tracce ematiche sul pavimento erano già state modificate o asportate durante le precedenti attività di sopralluogo e repertamento. Per lo studio fu quindi necessario ricorrere anche alle fotografie scattate nelle fasi iniziali dal personale del RIS e dalla polizia giudiziaria. La ricostruzione dei pattern non poteva basarsi soltanto sullo stato dell’abitazione osservato nei sopralluoghi successivi, ma doveva essere confrontata con la documentazione fotografica prodotta dal 13 agosto.
La consulenza BPA del 2025 ha affrontato lo stesso problema per gli imbrattamenti da trascinamento sui primi gradini, valutando l’ipotesi che fossero stati prodotti dalla rimozione del corpo e dal trasporto della salma verso l’uscita, ma non l’ha ritenuta la spiegazione più coerente: gli imbrattamenti erano già visibili nelle fotografie del 13 agosto, prima della rimozione; si interrompevano sostanzialmente sul gradino zero senza proseguire sul pavimento; inoltre, il maggiore accumulo di materiale ematico indicava una direzione verso il basso, non compatibile con la risalita della sacca mortuaria.

I passaggi di Andrea Sempio in via Pascoli

Nella cronologia successiva alla scoperta del cadavere rientrano anche i movimenti avvenuti nei pressi dell’abitazione, da tenere distinti dagli accessi alla scena interna. Nelle sommarie informazioni del 4 ottobre 2008, sostanzialmente confermate nell’interrogatorio del 10 febbraio 2017, l’attuale indagato Andrea Sempio riferì di essere transitato tre volte vicino a via Pascoli nel pomeriggio del 13 agosto 2007, quando erano già presenti i mezzi di soccorso e le forze dell’ordine.
Secondo il racconto reso nel 2008, il primo passaggio sarebbe avvenuto intorno alle 15, mentre rientrava con il padre dall’abitazione della nonna paterna. L’auto era condotta dal padre e, all’altezza di via Pascoli, Sempio avrebbe notato un’ambulanza e alcune persone. Intorno alle 16 sarebbe ripassato da solo, spinto dalla curiosità. In quell’occasione si sarebbe fermato, sarebbe sceso dall’auto e avrebbe cercato informazioni, apprendendo da una giornalista che una ragazza era stata trovata morta in casa, senza capire subito che si trattasse di Chiara Poggi. Invitato da un Carabiniere a spostare l’auto, sarebbe tornato a casa, avrebbe informato il padre e si sarebbe recato con lui una terza volta nella zona, apprendendo allora con certezza l’identità della vittima.
L’informativa dei Carabinieri e la memoria del Procuratore Aggiunto Stefano Civardi discutono la plausibilità di alcuni passaggi di questo racconto e dei percorsi indicati. Al momento, a ridosso dell’udienza preliminare e senza un collegamento autonomamente dimostrato con il delitto, questi passaggi non possono ancora essere definiti un “ritorno dell’autore sulla scena”, né qualificati come comportamento post delictum dell’aggressore.

 Le puntate precedenti sono disponibili QUI.

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