Evi Anna Rauter, la ragazza scomparsa tre volte

La ragazza di Portbou
Evi Anna Rauter, scomparsa tre volte. Viene riconosciuta dopo 32 anni di silenzio.
Ancora oggi, a 36 anni dai fatti, la sua scomparsa e la sua morte rimangono avvolte nel mistero. Un cold case risolto soltanto a metà.
La giovane scompare improvvisamente a Firenze il 3 settembre 1990. Meno di ventiquattro ore dopo, a circa mille chilometri di distanza, il corpo di una ragazza viene ritrovato impiccato a un albero in una pineta di Portbou, nella provincia di Girona, in Catalogna, Spagna.
La giovane è priva di documenti e nessuno riesce a identificarla. La Guardia Civil non ha dubbi: si tratta di un suicidio. Il caso viene rapidamente archiviato, senza un’autopsia e senza ulteriori approfondimenti investigativi.
Da quel momento, sulla giovane conosciuta come «la ragazza di Portbou» cala un silenzio destinato a durare 32 anni. Sarà il lavoro di alcuni giornalisti catalani, nell’ambito della trasmissione televisiva Crims, a condurre finalmente alla sua identificazione: Evi Anna Rauter.
Il riconoscimento della giovane, tuttavia, non chiarisce le circostanze della morte e riporta all’attenzione interrogativi rimasti senza risposta per oltre tre decenni.

La vittima
Evi Anna Rauter nasce a Cermes il 2 giugno 1971 e vive a Lana, in provincia di Bolzano, Alto Adige-Südtirol. La sua famiglia è composta dal papà Hermann, ingegnere, dalla mamma Karolina, impiegata, e dalla sorella Christina, di quattro anni più grande, studentessa universitaria.
Evi parla quattro lingue: italiano, tedesco, inglese e francese, e frequenta le scuole superiori presso l’Istituto commerciale Peter Mitterhofer di Merano, in provincia di Bolzano. Nel luglio del 1990 consegue il diploma di maturità in qualità di contabile e, visti gli ottimi risultati, decide di fare il suo primo viaggio all’estero con due amici, recandosi in Irlanda per una decina di giorni. Ha già trovato un impiego presso una società meranese e dovrebbe iniziare a lavorare l’11 settembre 1990.
Come ogni estate, da quando ha sedici anni, Evi si reca a Firenze dalla sorella Christina, trasferitasi lì per gli studi universitari. Il 30 agosto 1990 parte quindi in treno e arriva a Firenze, a casa della sorella, trascorrendo insieme a lei tre intere giornate felici e serene.

Il giorno della scomparsa
Firenze, 3 settembre 1990.
È un lunedì estivo, fa ancora caldo ed è una bellissima giornata. Evi e Christina consumano la prima colazione in casa, sedute al tavolo della cucina. Ridono, scherzano e si organizzano per la giornata. Christina, quella mattina, deve recarsi all’università per presentare una tesina e informa la sorella che rientrerà alle ore 13:00, mentre Evi dice che le farebbe piacere andare a Siena, distante circa un’ora di treno da Firenze.
Christina esce di casa alle 09:00, ripromettendosi di incontrare nuovamente la sorella più tardi. Dopo aver trascorso l’intera mattinata nelle aule dell’ateneo, rincasa alle ore 13:00, come previsto, ma Evi non c’è. Sulla scrivania trova un bigliettino con scritto: «Ciao, sono andata a Siena, rientro in serata».
Arriva la sera, ma Evi non è ancora rincasata. Christina pensa che forse abbia perso il treno e che si tratti di un semplice ritardo, quindi attende fiduciosa il suo rientro. Le ore passano e, quando sono ormai le 22:00, la preoccupazione aumenta. Cerca comunque di mantenere la calma, pensando che Evi possa aver perso anche l’ultimo treno per Firenze e che tornerà la mattina successiva.
Il mattino seguente, però, il letto di Evi è ancora intatto: la ragazza non è rientrata. Christina chiama i genitori in Alto Adige per sapere se la sorella sia tornata a casa senza avvisarla, ma la risposta è negativa. Inizia allora a telefonare agli ospedali della zona, senza ottenere alcun riscontro, e contatta un’amica di Firenze chiedendole aiuto nelle ricerche. Scende in strada e si rivolge ai negozianti della zona, compreso il personale di una banca, ma nessuno ricorda di aver visto Evi quella mattina.
Anche i genitori e gli amici in Alto Adige si attivano, senza riuscire a ottenere notizie della ragazza. Con il passare delle ore la preoccupazione aumenta e Christina decide di chiamare la Questura di Firenze per segnalare il mancato rientro della sorella. Le riferiscono che devono trascorrere 48 ore dalla scomparsa prima di poter presentare una denuncia. Christina è quindi costretta ad attendere il 6 settembre, quando, di prima mattina, si presenta in questura per denunciare la scomparsa, descrivendo minuziosamente anche gli abiti indossati dalla sorella.
Evi indossa una salopette di jeans blu, una t-shirt a maniche corte color turchese, sandali neri, un orologio da polso Casio e occhiali da sole. Ha con sé la carta d’identità, il foglio verde delle Ferrovie dello Stato e 60.000 lire. È alta 1,74 metri, ha una corporatura nella norma, carnagione chiara, occhi azzurri e capelli lunghi, folti, castano-rossicci.
La polizia chiede se vi siano prove o testimonianze utili, ma non ci sono testimoni né elementi che facciano pensare a un reato: soltanto il bigliettino scritto da Evi. Si suppone che la ragazza intendesse prendere un treno dalla stazione ferroviaria di Firenze Santa Maria Novella, diretto a Siena.
Nell’appartamento sono rimasti i suoi effetti personali, compresi gli occhiali da vista, circostanza che fa pensare a un suo previsto rientro. Nel comportamento della ragazza non erano stati riscontrati intenti suicidi. Evi non soffriva di patologie mediche e non aveva mai fatto uso di sostanze stupefacenti.
È una ragazza responsabile, molto indipendente, sicura di sé, abituata a viaggiare e a servirsi dei mezzi pubblici. Non è mai fuggita da casa e ha sempre mantenuto un comportamento serio, dimostrando una maturità superiore ai suoi diciannove anni. Ha già trovato lavoro come impiegata presso una società meranese e dovrebbe iniziare l’11 settembre, appena pochi giorni dopo.
Quando i funzionari della questura prospettano a Christina l’ipotesi di una fuga d’amore, la giovane rimane sbalordita. Nei territori mitteleuropei come l’Alto Adige-Südtirol, già prima degli anni Novanta, una simile spiegazione le sembra antiquata e poco plausibile, considerando l’educazione ricevuta, fondata fin dall’infanzia sul rispetto, sull’indipendenza e sulla libertà di scelta. Christina cerca di spiegare il proprio punto di vista, ma ha l’impressione che le sue parole non siano comprese.
La famiglia inizia a rivolgere appelli tramite telegiornali e testate giornalistiche nazionali, anche nel programma televisivo Chi l’ha visto?, all’epoca condotto dalla giornalista Donatella Raffai. In tutta Italia sono affissi manifesti nelle stazioni ferroviarie e nei luoghi di maggiore affluenza.
La Questura di Firenze avvia le ricerche su tutto il territorio nazionale, diramando alle forze dell’ordine la fotografia e la descrizione di Evi. È importante ricordare che, in quegli anni, i sistemi informatici non erano ancora diffusi come oggi: molti documenti erano redatti a macchina o addirittura compilati a mano. La documentazione era trasmessa via fax, consegnata a mano oppure spedita tramite il servizio postale.
La telefonia mobile era ancora agli albori e si ricorreva prevalentemente ai telefoni fissi. Internet non era uno strumento di comunicazione di uso comune e le fotografie erano sviluppate dai negativi delle pellicole, con macchine fotografiche analogiche. Le procedure risultavano quindi più lente e dipendevano soprattutto dal lavoro delle persone, dalla loro attenzione e dalla serietà con cui svolgevano gli accertamenti: anche un piccolo errore o una dimenticanza avrebbe potuto compromettere le ricerche di una persona scomparsa.

Portbou, Girona, Catalogna, Spagna
4 settembre 1990
Ci troviamo a Portbou, una piccola cittadina catalana affacciata sul mare. Il vento di tramontana, quel giorno, è più intenso del solito e le onde si infrangono sugli scogli. Un abitante del posto passeggia lentamente sul lungomare, guardandosi intorno, quando la sua attenzione è attirata da una sagoma sulla collinetta, nella pineta a picco sul mare. L’uomo si avvicina per osservare meglio e scopre che non si tratta di un’ombra, ma del corpo di una ragazza impiccata a un pino marittimo.
A meno di ventiquattro ore dalla scomparsa di Evi Anna Rauter a Firenze, a circa mille chilometri di distanza, in Catalogna, è stato dunque ritrovato il corpo di una giovane impiccata a un albero.
Sono le 07:50 del mattino. L’uomo corre ad avvertire la Guardia Civil, mentre la notizia dell’accaduto inizia già a diffondersi in paese. I primi ad arrivare sul posto sono due giovani fotoreporter, Alex Iglesias e Carles Cereijo, che scattano immediatamente diverse fotografie. Gli agenti della Guardia Civil di Figueres, capoluogo della provincia di Girona, distante circa trenta chilometri da Portbou, arrivano soltanto due ore dopo la telefonata. Il ritardo, secondo quanto riferiscono, è dovuto all’intenso traffico sull’unica strada provinciale che collega le due località.

Il gruppo austriaco
La Guardia Civil, una volta ricevuta la segnalazione, si reca presso l’accampamento, svegliando le persone che dormono all’interno dei loro sacchi a pelo. Si tratta di cinque ragazzi e una ragazza di nazionalità austriaca. I loro nomi sono Peter, Matthias, Michael, Stefan, Manfred e Barbara, tutti studenti, nati tra il 1968 e il 1972 e residenti a Vienna, in Austria.
Gli agenti perquisiscono i loro zaini e le postazioni, mettendoli al corrente del ritrovamento del corpo, e pongono loro alcune domande: se abbiano visto o sentito qualcosa, da quanto tempo siano arrivati e da dove provengano.
I ragazzi riferiscono di essere arrivati la stessa mattina, verso le ore 03:00, con un furgone Volkswagen Bus e di essersi addormentati, molto stanchi, dopo una ventina di minuti trascorsi a chiacchierare. Non hanno sentito né visto nulla e non conoscono la ragazza, che non era insieme a loro. Precisano di non essersi nemmeno accorti della sua presenza.
Non ricordano nemmeno da dove provengano, poiché quell’estate non è la prima volta che si accampano a Portbou. A questo punto, soltanto due di loro, Peter e Matthias, sono accompagnati in caserma per firmare la dichiarazione rilasciata a nome dell’intero gruppo. Successivamente sono lasciati andare.
Nel frattempo, gli agenti della Guardia Civil, che in quegli anni era composta perlopiù da personale non specializzato, svolgono le loro attività. I loro compiti principali riguardano infatti la sorveglianza del confine e il controllo dei documenti alle dogane.
Il lavoro sul campo è affidato all’investigatore capo Enrique Gomez Barela, ai primi caporali Francisco Gutierrez e Valentin Sanchez, insieme alla guardia temporanea Gloria Fernandez. Gli agenti svolgono alcune indagini, recandosi negli hotel della cittadina (Masia, Bahia, Costa Brava, Francia e Portbou), nei bar e in luoghi di interesse come la famosa panetteria Ca la Maria. Domandano alle persone se abbiano visto la ragazza o se la conoscano, ricevendo purtroppo soltanto risposte negative.
Non avendo trovato alcuna testimonianza e dopo aver effettuato le proprie valutazioni, la Guardia Civil conclude che si tratti di suicidio volontario.
Nel frattempo, viene chiamato il medico legale di turno della città di Figueres, il dottor Rocelio Lacaci, il quale decide di non recarsi sul posto. Spiega che le spese di spostamento, con obbligo di utilizzo della propria autovettura, non sono rimborsate per mancanza di fondi e che, pertanto, attenderà l’arrivo del corpo in obitorio.
Aggiunge inoltre che, avendo ricevuto conferma dalla Guardia Civil che si tratta di un suicidio volontario, non ritiene necessaria la propria presenza sul luogo del ritrovamento. Riferisce anche di avere paura di precipitare con l’auto, poiché la strada è piena di tornanti privi di protezione.
In attesa del recupero del corpo da parte degli addetti, sono ormai trascorse tre ore dall’arrivo della Guardia Civil e la ragazza è ancora appesa al pino. Un abitante della zona, impietosito dalla vista del corpo, consegna agli agenti un velo di colore rosa per coprire il capo della giovane.
Gli agenti accettano e sistemano il velo. Da quel preciso momento, gli abitanti iniziano a chiamare la ragazza «la sposa di Portbou».
Il 5 settembre 1990, la Guardia Civil chiude il proprio rapporto d’indagine, concludendo che si tratti di suicidio volontario.

Similar Posts

Lascia un commento