WEST MEMPHIS 3 – Paura e delirio a West Memphis

Nel pomeriggio del 6 maggio 1993, la tranquilla cittadina di West Memphis, Arkansas venne scossa da una terribile notizia: i corpi di tre bambini di otto anni scomparsi la sera prima erano appena stati ritrovati nudi, con le mani legate alle caviglie con i lacci delle loro scarpe, in un torrente poco profondo sulle colline di Robin Hood, un boschetto isolato, situato dietro un lavaggio di auto, nei pressi dell’interstatale.

Si sparse immediatamente la voce che i bambini – James Moore, Steven Branch e Christopher Byers – sarebbero stati uccisi con un coltello, violentati e ad uno di essi sarebbero stati addirittura tagliati i genitali. I tre bambini erano usciti da scuola al termine delle lezioni, alle 15 circa ed erano stati visti vivi per l’ultima volta tra le 17.30 e le 18 del 5 maggio 1993. La sera non avevano fatto rientro a casa e le famiglie ne avevano denunciato la scomparsa alla polizia intorno alle 20.00, dando così avvio alle ricerche.

Solo il giorno successivo alle 13.45 un sergente trovò il primo cadavere. Benché dal rapporto non risultasse l’esatta posizione del ritrovamento del corpo, emerse che fu rinvenuto in un torrente, da cui venne rimosso circa un’ora dopo. In pochi minuti, anche gli altri due corpi vennero ritrovati a breve distanza dal primo. Quando il medico legale arrivò sul luogo, i tre cadaveri erano già stati rimossi dal torrente dalla polizia e il coroner non poté che constatare il decesso dei tre bambini. L’autopsia non confortò l’iniziale ipotesi della polizia, ovvero che i bambini avessero subito violenza sessuale, ma nemmeno escluse questa possibilità.

James Moore morì in seguito a diverse ferite alla testa, al dorso e alle estremità. Il cadavere presentava segni di annegamento. Fu ritrovato completamente nudo, con i polsi legati alle caviglie dietro la schiena, utilizzando i lacci delle sue scarpe. C’erano piccoli segni di difesa e le scarse ferite causate dai lacci suggerirono che non aveva lottato dopo essere stato legato: questo potrebbe far pensare che fosse privo di conoscenza all’inizio dell’aggressione. Il suo corpo, infine, non presentava segni evidenti di violenza sessuale.

Anche Steven Branch morì in seguito a diverse ferite alla testa, al dorso, alle estremità. Vi erano segni di annegamento. Come le altre vittime, fu ritrovato nudo e incaprettato. Sul viso e sulla testa presentava molti colpi violenti, oltre a superficiali graffi, abrasioni e contusioni sul resto del corpo. Benché le ferite fossero simili a quelle trovate sul corpo di James, esse erano molto più intense, soprattutto sul viso. Presentava anche una frattura lunga tre pollici alla base del cranio. Non furono individuate ferite da difesa.

Il cadavere di Christopher Byers presentava segni di violenza ben più estesi ed evidenti. La causa di morte fu ricondotta a multiple ferite alla testa. Le sue parti intime erano state rimosse con violenza e presentava altri tagli e ferite nella zona genitale. Era completamente nudo e incaprettato con i lacci delle scarpe. La perizia tossicologica riportò anche la presenza di un farmaco anticonvulsivante nel sangue. C’erano anche diversi segni di ferite rimarginate. Il cadavere presentava poi ferite da difesa e tre serie di ferite sulle natiche. Nonostante non ci fossero segni evidenti di stupro, il medico legale non ne escluse affatto la possibilità. Christopher Byers non morì per annegamento, ma era già senza vita quando venne abbandonato nell’acqua.

Sulla scena del crimine non furono trovate né tracce di sangue né l’arma del delitto. Le uniche tracce di sangue rinvenute rimasero sull’argine del torrente dopo che i cadaveri erano stati rimossi dall’acqua. Le biciclette e i vestiti erano stati gettati nel torrente per rimuovere tutte le tracce eventualmente presenti. I vestiti erano trattenuti da bastoncini che, però, non vennero repertati dalla polizia. Due paia di indumenti intimi non furono ritrovati. Nell’area venne inoltre individuata l’impronta di una scarpa da tennis mai analizzata in seguito.

Già il giorno successivo la polizia interrogò il suo sospetto numero uno. Si trattava di Damien Echols, diciassettenne che nel settembre 1992 era stato dimesso da un ospedale psichiatrico di Little Rock, dove era in cura per depressione grave; era già noto alla polizia locale, era considerato interessato all’occulto, fan dell’heavy metal e percepito come outsider.

La polizia, certa di aver trovato l’assassino, concentrò le proprie indagini alla ricerca di prove che le consentissero di inchiodare Damien Echols. Tutti i suoi amici vennero interrogati e l’attenzione si concentrò in particolare su Jason Baldwin, il suo migliore amico. Si cercarono poi dei testimoni-chiave che risulteranno del tutto inattendibili quando non addirittura dei mitomani alla ricerca dei classici 15 minuti di celebrità. La prova regina, però, fu rappresentata dalla confessione di Jessie Misskelley. Il 3 giugno Jessie confessò gli omicidi, accusando Damien Echols e un altro amico comune, Jason Baldwin.

Nella sua confessione, Jessie dichiarò che Jason Baldwin lo chiamò molto presto la mattina del 5 maggio. Durante la telefonata Jason gli avrebbe chiesto di accompagnare lui e Damien Echols sulle colline di Robin Hood. Inizialmente, Jessie disse di essersi recato là intorno alle 9 del mattino. Si trovavano nei pressi del ruscello quando i tre bambini arrivarono in bicicletta. Baldwin ed Echols avrebbero avvicinato le vittime, iniziando subito a colpirle con violenza. Jessie, dichiarando di essersi limitato a guardare, disse che almeno due dei bambini furono stuprati e costretti ad un rapporto orale su Baldwin ed Echols. Nel frattempo, Michael Moore cercò di fuggire, ma Jessie lo bloccò riconsegnandolo a Baldwin ed Echols.

Secondo il racconto di Jessie, Baldwin avrebbe usato un coltello per ferire i visi dei bambini e l’area genitale di Christopher Byers. Echols avrebbe colpito uno dei bambini con un largo ramoscello, per poi strangolarlo. Dopo di ciò, avrebbero spogliato e legato le vittime. Jessie si sarebbe poi allontanato, sicuro che Christopher Byers fosse già morto. Tornato a casa, avrebbe ricevuto una telefonata da Baldwin in cui ammetteva i delitti. Quando gli venne chiesto se avesse fatto parte di una setta, Jessie confermò di farne parte da circa tre mesi. Disse che di solito si incontravano nei boschi, dove facevano orge e riti di iniziazione, come uccidere e mangiare cani.

Durante queste prime dichiarazioni, Jessie cambiò più volte l’orario degli omicidi, dicendo che erano avvenuti a mezzogiorno anziché alle 9, sostenendo che i bambini avevano marinato la scuola. Dopo due ore, Jessie cambiò nuovamente versione, affermando che lui, Baldwin ed Echols erano arrivati all’area di Robin Hood tra le 17 e le 18 ma – su suggerimento di uno degli investigatori – spostò gli orari di un’ora in avanti. Come ultima versione Jessie dichiarò che lui e i suoi amici arrivarono sul posto alle 18 e le vittime li raggiunsero quando era già quasi buio. In questa ultima dichiarazione, Jessie fornì ulteriori dettagli sugli abusi sessuali perpetratei

Stando a quanto riportato in seguito dal difensore di Jessie, Dan Stidham, il ragazzo gli avrebbe detto che lui e i suoi amici inizialmente furono avvicinati dalla polizia, che avrebbe promesso loro un premio se avessero dato informazioni sugli omicidi. Jessie venne condotto negli uffici della polizia per alcune domande, nonostante non avessero un’autorizzazione firmata dal padre. Di norma, una violazione simile di un diritto dei minori riconosciuto a livello costituzionale avrebbe portato all’invalidamento della confessione stessa. Stranamente il giudice Burnett, però, la ritenne ammissibile.

La polizia si era concentrata fin dall’inizio su Damien, tralasciando le altre possibili piste. Come spesso succede si era innamorata di una tesi e tutte le prove che potevano portare ad altre persone sono state ignorate. Dopo la confessione di Misskelley, i tre teenager vennero arrestati e accusati degli omicidi di James Moore, Steven Branch e Christopher Byers.

Nel gennaio 1994 iniziò il processo Misskelley. La sua confessione – ritrattata, ma comunque ammessa in aula – divenne il fulcro dell’accusa, nonostante le numerose incongruenze. Il 5 febbraio la giuria lo dichiarò colpevole di un’imputazione di omicidio di primo grado e due di secondo grado. Venne condannato all’ergastolo e a quaranta anni di reclusione. All’epoca aveva sedici anni.

A fine febbraio, invece, cominciò il processo Echols/Baldwin. L’accusa non presentò prove concrete decisive che li legassero alla scena del crimine. L’impianto accusatorio si basò sulla presunta natura satanica del delitto, sull’immagine oscura di Echols (libri sull’occulto, abbigliamento, musica), su alcune dubbie testimonianze e sulla perizia di un esperto di occultismo. Il 18 marzo la giuria dichiarò entrambi colpevoli di triplice omicidio. Il diciottenne Echols venne condannato a morte per iniezione letale. Baldwin, all’epoca sedicenne, all’ergastolo senza condizionale.

Ciò che ci si chiede non è soltanto se Jessie, Jason e Damien siano innocenti o colpevoli, ma anche se siano stati applicati i principi che la legge impone nel processo: che fine hanno fatto la presunzione di innocenza, il ragionevole dubbio, la certezza della prova? Principi sacrificati in nome della sete di vendetta della comunità. Fin da subito i difensori ricorsero in appello, ma il giudice e poi la Corte Suprema dell’Arkansas bocciarono tutti i ricorsi.

Tuttavia a inizio anni 2000 l’impalcatura iniziò a scricchiolare. Nell’ottobre 2003 una dei testimoni individuati dall’accusa ammise che il suo racconto era stato fabbricato, affermando di essere stata spinta dagli investigatori con la minaccia di portarle via il figlio se non avesse collaborato. E già nel 2001, quando lo Stato dell’Arkansas approvò una legge che ammetteva la possibilità di ricorrere al test del DNA anche dopo la condanna, i legali di Echols avevano chiesto che l’esame del DNA venisse svolto sui reperti ancora a disposizione.

Stando ai risultati del DNA resi noti nel luglio 2007, nessun materiale genetico raccolto sulla scena del crimine era attribuibile a Damien Echols, Jason Baldwin o Jessie Misskelley. In particolare uno dei legali di Echols precisò che dall’esame del DNA risultava che

  • non c’era alcun legame tra Echols e i suoi presunti complici e gli elementi rinvenuti sulla scena del crimine. Veniva così smentito quanto ritenuto dall’accusa: se Echols avesse davvero sottoposto a violenza le vittime, come sostenuto in dibattimento, dovrebbero esserci tracce di suo DNA sulla scena del crimine;
  • un capello trovato su un laccio utilizzato per legare una delle vittime corrisponderebbe a quello di Terry Hobbs, patrigno di uno dei bambini uccisi, Stevie Branch, mentre un secondo capello, rimasto non identificato per tutti quegli anni, apparterrebbe a David Jacoby, un amico di Terry Hobbs, che era a casa sua sia il pomeriggio che la sera del giorno della scomparsa;
  • del DNA estraneo a quello degli accusati è stato trovato sul pene di due vittime.

Nell’ottobre 2007 gli avvocati di Echols depositarono una istanza per un nuovo processo o per la liberazione immediata, basandosi sulle nuove prove DNA e su testimonianze che suggerivano un possibile coinvolgimento di Hobbs. Si sottolineò inoltre che sono emerse alcune irregolarità all’interno del processo di primo grado. Il foreperson cioè caposquadra della giuria nel processo Echols/Baldwin aveva discusso il caso con un avvocato prima del verdetto, violando le regole di isolamento e il giudice David Burnett avrebbe avuto contatti impropri con la giuria durante le deliberazioni.

A settembre 2008 il giudice Burnett respinse la richiesta di nuovo processo nonostante le nuove evidenze. La difesa portò il caso alla Corte Suprema dell’Arkansas, la quale nel 2010 ordinò a un giudice di valutare se i nuovi elementi, tra cui il DNA, potessero giustificare l’annullamento delle condanne o un nuovo processo, riaprendo di fatto la vicenda dopo quasi 17 anni.

Nel 2011 di fronte alla prospettiva concreta di un nuovo processo, con un quadro probatorio indebolito e forte pressione mediatica, lo Stato dell’Arkansas e la difesa avviarono negoziati per chiudere il caso senza arrivare a un nuovo dibattimento completo.

I tre di West Memphis accettarono un Alford plea che è un tipo di accordo di patteggiamento in cui un imputato si dichiara colpevole, ma contemporaneamente afferma la propria innocenza. Invece di ammettere esplicitamente di aver commesso il crimine, l’imputato riconosce che le prove presentate dall’accusa sarebbero probabilmente sufficienti per una condanna. Questo tipo di patteggiamento, che prende il nome dal caso North Carolina v. Alford, permette all’imputato di accedere a una pena ridotta senza dover ammettere la colpa, evitando così i rischi e l’incertezza di un processo.  Il giudice, quindi, annullò le condanne originarie, conteggiò il tempo già scontato in carcere e dispose la loro liberazione immediata. A tutt’oggi restano però, a tutti gli effetti, dei condannati per omicidio.

Dopo la liberazione Echols si è dedicato alla pubblicazione di memoir, come il libro Il buio dietro di me tradotto da Stefano Massaron ed edito da Einaudi nel 2013, e ha iniziato a lavorare come artista ed esperto di esoterismo, mantenendo una forte presenza pubblica sul caso. Baldwin si è impegnato in progetti per innocenti condannati e si è iscritto all’università, con l’intenzione di diventare avvocato. Misskelley è rimasto più defilato mediaticamente, vive in Arkansas e rilascia raramente interviste.

Negli ultimi anni sono usciti la terza parte del documentario Paradise Lost, che già nel 1996 con la prima parte aveva contribuito a riaccendere i riflettori sulla vicenda, il film Devil’s Knot – Fino a prova contraria, e West Of Memphis, documentario prodotto tra gli altri anche da Peter Jackson, che riportano all’attenzione del grande pubblico le lacune probatorie e i sospetti su altri possibili responsabili. Intanto gli avvocati di Echols e degli altri hanno chiesto accesso totale ai reperti per ulteriori test forensi (compresi metodi non disponibili negli anni ’90) e hanno perseguito la via della revisione, incontrando però resistenze da parte delle autorità locali.

Nel 2020 Echols ha chiesto formalmente di applicare l’M-Vac, una tecnologia di touch DNA capace di estrarre microtracce da tessuti come le stringhe delle scarpe con cui i bambini erano legati. Un giudice di primo grado ha negato la richiesta nel 2022, sostenendo che la legge statale sui test post-condanna non si applichi a chi è stato liberato con Alford plea. Due anni dopo un tribunale dell’Arkansas ha respinto la richiesta di nuove analisi, interpretando la normativa in modo restrittivo. La difesa è risorsa però alla Corte Suprema statale che l’anno scorso ha stabilito che Echols ha il diritto di chiedere nuovi test del DNA sulle prove del caso, correggendo l’interpretazione precedente dei tribunali di grado inferiore. Questo verdetto riapre la strada all’uso di tecnologie moderne sulle stringhe e su altri reperti, con l’obiettivo dichiarato di individuare eventuali profili genetici alternativi ai tre condannati originali.

I futuri esami – in particolare sulle stringhe – potrebbero, se individuassero DNA di terzi, rafforzare la tesi di innocenza dei West Memphis Three e indirizzare verso altri sospetti. Ad agosto di quest’anno un giudice della contea ha ordinato che le legature e i capelli raccolti all’epoca vengano sottoposti a nuove analisi con tecniche avanzate di DNA, in esecuzione del quadro aperto dalla sentenza della Corte Suprema.

Le piste alternative

PISTA TERRY HOBBS / DAVID JACOBY

Terry Hobbs è il patrigno di Stevie Branch. All’epoca del delitto non viene considerato un sospettato centrale, e il focus della polizia resta su Echols, Baldwin e Misskelley, nel quadro del presunto delitto satanico. In questa fase non vengono svolte indagini particolarmente approfondite sull’alibi né su eventuali conflitti familiari.

Nel 2007, i nuovi test del DNA su reperti del caso evidenziano un capello nel nodo di una delle legature non incompatibile con il profilo di Terry Hobbs; un altro capello compatibile con quello del suo amico David Jacoby.

L’accusa ammette che nessun reperto genetico collega direttamente i West Memphis Three alla scena del crimine, ma ribadisce di mantenere la fiducia nelle condanne; la difesa, al contrario, pone il focus proprio su questi due profili alternativi.

Dopo la diffusione dei risultati del DNA, i media locali e nazionali iniziano a parlare esplicitamente di Terry Hobbs come possibile sospetto, almeno sul piano teorico.

Due anni dopo Pamela Hobbs (madre di Stevie ed ex moglie di Terry) presenta una dichiarazione giurata in cui afferma, tra l’altro, di non essere più convinta della colpevolezza dei West Memphis Three e di nutrire seri dubbi sul ruolo dell’ex marito, anche alla luce del capello compatibile con lui nella legatura.

Contemporaneamente, nel contesto di una causa per diffamazione intentata da Terry Hobbs contro la cantante Natalie Maines (Dixie Chicks), emergono nuove dichiarazioni: due uomini sostengono che Hobbs avrebbe fatto ammissioni implicite o racconti sospetti sul caso negli anni ’90; dichiarazioni ovviamente contestate e mai tradotte in accuse formali.

Negli anni successivi, i legali di Echols e degli altri insistono per nuovi test su stringhe, capelli e altri reperti, proprio perché sostengono che il DNA già rilevato suggerisce la presenza di almeno un adulto diverso dai tre imputati originali (Hobbs/Jacoby).

Nel 2025, l’ordine di un giudice della contea di testare nuovamente le legature e vari campioni di capelli rende di fatto la pista Hobbs/Jacoby ancora attiva sul piano forense, anche se non esiste allo stato una nuova incriminazione.

PISTA JOHN MARK BYERS

Un altro personaggio alquanto inquietante è John Mark Byers, padre di Christopher. Secondo la difesa Byers avrebbe potuto essere sospettato per diversi motivi:

  • era arrabbiato col figlio;
  • suo figlio è stato l’unico ad essere evirato;
  • conosceva bene la zona;
  • era a conoscenza dei movimenti della squadra di ricerca;
  • aveva una corporatura abbastanza robusta da trasportare i ragazzi al torrente e buttarceli dentro;
  • era un gioielliere, quindi possedeva la precisione richiesta per effettuare una mutilazione come quella trovata sul corpo del figlio.

Nel novembre 1993, John Mark Byers venne interrogato dal West Memphis Police Department, dopo che aveva regalato un coltello da caccia ad un membro della crew che stava girando il documentario Paradise Lost. John Mark Byers ammise di aver consegnato il coltello, un vecchio regalo di Natale della moglie Melissa, ma precisò di non averlo mai utilizzato. Disse di averlo messo su un ripiano alto del mobile del bagno per evitare che i suoi due figli potessero prenderlo. Quando gli è stato chiesto se qualcuno potesse essersi ferito con esso, egli rispose in maniera negativa, riconfermando che non era mai stato utilizzato. Allora perché c’erano tracce ematiche su di esso? A quel punto Byers ricordò di aver usato il coltello per tagliare della carne di cervo. Quando gli è stato fatto notare che il sangue trovato sul coltello corrispondeva al gruppo sanguigno di Christopher, Byers continuò a sostenere di non avere alcuna idea di come il sangue di suo figlio potesse essere finito là sopra.

Dopo che si ottennero i risultati condotti su Melissa, Ryan e John Mark Byers, si scoprì che le tracce di sangue corrispondevano al gruppo sanguigno sia di John che di Christopher Byers. Non furono effettuati ulteriori riscontri per cercare di scoprire a chi effettivamente appartenessero quelle tracce di sangue.

Un altro indizio che poteva collegare John Mark Byers agli omicidi, indizio molto più forte di quelli che potevano sostenere l’accusa contro Damien, Jason e Jessie, era la presenza di un altro capello umano su un vestito di una vittima. Si trattava di un capello scuro appartenente ad un individuo di razza caucasica, che al microscopio poteva essere ricondotto tanto a John Mark Byers quanto a Damien Echols. Nessuna altra analisi venne però effettuata al riguardo.

Benché ci fossero molti aspetti poco chiari e alcuni indizi che portavano a John Mark Byers come possibile colpevole, egli non venne mai stato sottoposto ad alcuna indagine, né inserito nella lista dei possibili sospettati. Che sia dovuto al fatto che Byers aveva una relazione amichevole con i poliziotti, dato che era un informatore della polizia di West Memphis all’epoca dei delitti? La faziosità a favore di Byers e contro Echols ha reso ciechi a tal punto gli investigatori da non far vedere loro gli indizi che portavano le indagini lontane da Damien e verso Byers?

Negli anni 2000, Byers cambiò atteggiamento dichiarando di essere convinto dell’innocenza di Echols, Baldwin e Misskelley, arrivando a chiederne la liberazione fino a farsi riprendere mentre visita Echols nel braccio della morte. Il focus dei difensori si sposta sempre più su Hobbs; la pista Byers viene gradualmente messa in secondo piano anche perché non emergono evidenze forensi nuove contro di lui.

PISTA RISTORANTE MR. BOJANGLES

La sera della scomparsa dei bambini, verso le 20, Marty King, del ristorante Mr. Bojangles, vicino alle colline di Robin Hood, chiamò la polizia, comunicandole che un uomo in stato confusionale e coperto di sangue e fango era rimasto chiuso per oltre un’ora nel bagno delle donne. L’ufficiale Regan Meek, accorsa sul posto, non entrò però nel ristorante in quanto fuori dalla sua circoscrizione, nonostante sapesse che tre bambini erano scomparsi a poca distanza da lì. Dopo il ritrovamento dei cadaveri, la polizia prelevò dei campioni di sangue nel bagno, che non vennero mai inviati per essere analizzati e, poi, misteriosamente scomparvero. La circostanza si fece ancora più grave quando il laboratorio analisi comunicò che sui cadaveri furono ritrovati due capelli, uno dei quali poteva appartenere ad un soggetto afroamericano.

TEORIA ANIMAL PREDATION (LE FERITE COME MORSICATURE E NON COME RITUALE)

All’epoca dei fatti, il patologo Frank Peretti interpretò la mutilazione genitale di Christopher Byers e altre lesioni come compatibili con l’uso di un coltello; nel contesto del satanic panic, queste ferite vengono caricate di significato rituale. Intorno ai primi anni 2000, la difesa coinvolse esperti per rileggere le foto autoptiche dei corpi.

Secondo loro molte delle ferite da coltello sarebbero in realtà graffi, tagli e morsi prodotti da animali acquatici (tartarughe, pesci, piccoli mammiferi) intervenuti post-mortem e, in particolare, la mutilazione dei genitali di Byers sarebbe compatibile con morsi e strappi di animali, non con un’azione chirurgica o rituale compiuta con arma da taglio.

Nel 2006, la teoria dell’animal predation entra ufficialmente nei documenti depositati in tribunale a sostegno delle richieste di nuovo processo: si sottolinea che questa lettura forense rappresenta una drammatica rottura rispetto alla versione accusatoria originaria. Pur senza individuare un nuovo colpevole, questa pista cambierebbe la scena del crimine: da sacrificio rituale a omicidio classico seguito da degradazione naturale in acqua, aprendo così lo spazio per ipotesi alternative.

IPOTESI SERIAL KILLER / TRUCK DRIVER

Già negli anni immediatamente successivi ai fatti, alcuni commentatori ipotizzarono che un aggressore sconosciuto – magari di passaggio – avesse potuto rapire e uccidere i bambini, approfittando dell’area boschiva e della vicinanza all’autostrada. Ma questa pista rimane sullo sfondo rispetto all’enfasi sul satanismo e sugli outsider locali.

Con la crescente attenzione ai serial killer itineranti lungo le autostrade americane, alcuni profiler e giornalisti iniziarono a domandarsi se il triplice omicidio di West Memphis possa rientrare in una serie più ampia di crimini commessi da autotrasportatori o simili.

Nel 2014, l’ex profiler FBI John Douglas sostenne che il quadro non è compatibile con un rituale satanico, ma con un delitto scaturito da un moto di rabbia o comunque di tipo personale. Lo stesso anno un avvocato storico del caso dichiara a più media che, oltre alla pista Hobbs, esiste una teoria interna alla difesa che coinvolge un serial killer camionista, ritenuto responsabile di altri omicidi e potenzialmente collegabile al contesto di West Memphis, importante nodo autostradale, e area di transito intenso di TIR.

Al momento, però, questa rimane una pista teorica: non è emerso un nome pubblico di sospettato specifico, e la scommessa della difesa è che i nuovi test DNA sulle legature possano, se davvero identificheranno un profilo ignoto, permettere un confronto con database di condannati per omicidio, inclusi eventuali serial killer in carcere.

Per saperne di più:

FILMOGRAFIA
Paradise Lost: The Child Murders at Robin Hood Hills – 1996
Paradise Lost 2: Revelations – 2000
Paradise Lost 3: Purgatory – 2011
West of Memphis – 2012
Devil’s Knot – Fino a prova contraria – 2013

BIBLIOGRAFIA
Guy Reel Blood of Innocents – 1995
Mara Leveritt Devil’s Knot: The True Story of the West Memphis Three – 2002
Brett Alexander Savory & MW Anderson Pentacle of the Sun: Writings in Support of the West Memphis Three – 2004
Greg Day Untying the Knot: John Mark Byers and the West Memphis Three – 2012
Damien Echols Il buio dietro di me – 2013

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