Ferragosto 1990
Torchiera è una piccola frazione agricola di Pontevico, nella Bassa bresciana, a pochi chilometri dal confine con la provincia di Cremona. Nell’estate del 1990 conserva ancora i caratteri di una comunità rurale nella quale cascine, abitazioni e aziende agricole scandiscono il paesaggio; il lavoro nei campi e negli allevamenti lega molte famiglie alla stessa terra da generazioni. La sera del 15 agosto, mentre a Pontevico si concludono i festeggiamenti per l’Assunta, nelle campagne circostanti trascorrono le ultime ore di Ferragosto.
A Torchiera vive la famiglia Viscardi, conosciuta in paese soprattutto per l’attività legata all’allevamento di polli. Giuliano Viscardi, 58 anni, e la moglie Agnese Maringoni, 53, hanno tre figli: Guido, Luciano e Maria Francesca. La vita familiare ruota attorno al lavoro e all’azienda e le ricostruzioni pubblicate negli anni successivi descriveranno i Viscardi come persone riservate, ben conosciute dalla comunità e interamente dedicate alla propria attività.
Guido, ventottenne, ha già costruito una propria famiglia: è sposato, ha una bambina e abita a poca distanza dalla casa dei genitori. La scelta di vivere altrove gli risparmierà, nella notte di Ferragosto, la sorte che attende gli altri componenti della famiglia. Nella villetta rimangono Giuliano e Agnese insieme agli altri due figli, Luciano e Maria Francesca, rispettivamente di 28 e 23 anni.
La famiglia possiede beni e denaro legati all’attività agricola, una condizione sufficiente ad attirare l’attenzione di uomini convinti di poter ricavare dalla casa un bottino consistente. Infatti, nelle ore comprese tra il 15 e il 16 agosto due uomini raggiungono Torchiera con un progetto preciso: entrare nell’abitazione dei Viscardi e rapinarli. Si chiamano Ljubisa Vrbanovic, conosciuto come Manolo, e Ivica Bairic. La loro incursione trasformerà una rapina in uno dei più sanguinosi delitti avvenuti nella provincia di Brescia nel secondo dopoguerra.
La notte di Ferragosto
Durante la notte Ljubisa Vrbanovic e Ivica Bairic entrano nell’abitazione dei Viscardi armati di due pistole, una Smith & Wesson 357 Magnum e una calibro 22. Dopo avere immobilizzato Giuliano Viscardi e Agnese Maringoni, i due vengono sorpresi dal rientro di Luciano, che si trova improvvisamente davanti ai rapinatori e, secondo le ricostruzioni investigative, tenta di reagire.
La resistenza del giovane trasforma l’incursione in un massacro. Luciano viene raggiunto da numerosi proiettili durante lo scontro con gli aggressori, mentre Giuliano, Agnese e Maria Francesca vengono uccisi a loro volta, eliminando ogni possibile testimone di quanto era accaduto nella casa. I colpi esplosi sono numerosi e uno dei proiettili perfora un calorifero, provocando una perdita d’acqua che durante la notte invade progressivamente tutti i locali.
Alle prime ore del 16 agosto Guido raggiunge la casa dei genitori insieme alla figlia Sara e, appena arrivato, nota alcuni particolari insoliti: il cancello è socchiuso, le persiane sono ancora abbassate e da sotto la porta fuoriesce acqua mescolata al sangue. Entrato nella villetta, scopre i corpi dei genitori e dei due fratelli, comprendendo in pochi istanti di essere rimasto l’unico superstite della famiglia che aveva salutato soltanto poche ore prima.
La rapina ha prodotto un bottino irrisorio rispetto alla violenza impiegata e lascia agli investigatori una scena segnata da numerosi colpi d’arma da fuoco. Nelle campagne di Torchiera, però, qualcuno ha notato una Mercedes estranea alla zona: una segnalazione apparentemente marginale che permetterà alla Squadra Mobile di Brescia di imboccare rapidamente la pista degli assassini.

La Mercedes e la caccia a Manolo
Gli accertamenti sulla Mercedes permettono alla Squadra Mobile di Brescia di risalire a un taxi rubato alcune settimane prima nelle Marche e dotato di telefono di bordo, una caratteristica ancora poco comune nel 1990. Il controllo delle chiamate effettuate attraverso quell’apparecchio imprime una direzione precisa alle indagini: diversi contatti telefonici raggiungono Kragujevac, allora in Jugoslavia, e i numeri chiamati risultano legati alle famiglie di Ljubisa Vrbanovic e Ivica Bairic. A quel punto gli investigatori dispongono di un collegamento tra l’automobile segnalata nei pressi della cascina e due uomini sui quali concentrare gli accertamenti. Vrbanovic, conosciuto come Manolo, aveva inoltre frequentato l’Italia e conosceva la Bassa bresciana, dove aveva già commesso reati.
La ricerca dei due prosegue oltre i confini italiani e coinvolge le autorità jugoslave. Bairic morirà poco tempo dopo durante una rapina compiuta nel proprio Paese, mentre Vrbanovic finirà nelle mani della polizia e dovrà rispondere anche dell’eccidio dei Viscardi. Le indagini svolte tra Italia e Jugoslavia ricostruiscono progressivamente i suoi movimenti e il rapporto con il complice, fino a identificare nei due uomini gli autori dell’incursione avvenuta durante la notte di Ferragosto.
Per Manolo comincia allora una vicenda giudiziaria destinata a protrarsi per oltre vent’anni, segnata anche dalle trasformazioni politiche e legislative della Jugoslavia. Processato in Serbia per la strage di Torchiera, Vrbanovic viene condannato alla pena di morte, successivamente commutata in quarant’anni di reclusione dopo l’abolizione della pena capitale. Molti anni più tardi anche la giustizia italiana cercherà di processarlo per l’uccisione dei quattro Viscardi, trovandosi però davanti a un interrogativo inatteso destinato a complicare il procedimento: dove si trova realmente Ljubisa Vrbanovic?
Il killer dagli occhi gialli
Ljubisa Vrbanovic, soprannominato Manolo e conosciuto dalla cronaca italiana come il killer dagli occhi gialli, rimane per molti anni nelle carceri serbe. La condanna pronunciata per i fatti di Torchiera avrebbe dovuto tenerlo detenuto fino al 2039; in Italia, intanto, il procedimento giudiziario segue tempi molto più lunghi e soltanto nel 2015 la Corte d’Assise di Brescia fissa il processo per il quadruplice omicidio.
La prima udienza è prevista per il 14 dicembre 2015, a venticinque anni dalla morte dei Viscardi. Prima di procedere, però, occorre notificare gli atti all’imputato e le autorità italiane si rivolgono alla Serbia, dove Vrbanovic dovrebbe trovarsi nel carcere di Pozarevac. La risposta apre un problema inatteso: Manolo non risulta più detenuto nell’istituto e non è possibile stabilire immediatamente dove si trovi. La Corte rinvia l’udienza e avvia una rogatoria internazionale, seguita da ulteriori solleciti alle autorità serbe.
Nel febbraio 2016 arriva a Brescia un certificato che modifica completamente la prospettiva del procedimento. Secondo la documentazione trasmessa da Belgrado, Vrbanovic è morto l’11 marzo 2014 nell’ospedale carcerario della capitale serba, dove era stato ricoverato per un tumore ai polmoni. L’imputato che la giustizia italiana si preparava a processare sarebbe dunque deceduto da quasi due anni, senza che le autorità giudiziarie italiane ne fossero state informate.
Il certificato di morte non chiude immediatamente la questione. La documentazione arrivata dalla Serbia presenta lacune sufficienti a spingere la Corte e la Procura a chiedere ulteriori verifiche, mentre Guido Viscardi manifesta apertamente i propri dubbi e pretende una prova certa dell’identità dell’uomo morto a Belgrado. L’accertamento richiesto riguarda ormai un punto molto preciso: stabilire se nella tomba attribuita a Ljubisa Vrbanovic riposi realmente Manolo.

Una morte da dimostrare
I dubbi sulla morte di Manolo trasformano gli ultimi mesi del procedimento bresciano in una ricerca molto diversa da quella iniziata nel 1990. La Procura vuole una conferma biologica dell’identità del defunto e chiede di conoscere il luogo della sepoltura, così da poter riesumare i resti e confrontarne il DNA con quello di un familiare. Guido Viscardi sostiene la richiesta: dopo ventisei anni trascorsi aspettando un processo italiano, un semplice certificato proveniente dalla Serbia non basta a convincerlo che l’uomo responsabile della morte dei suoi genitori e dei suoi fratelli sia realmente deceduto.
Nel marzo 2017 arriva un elemento inatteso. Una trentenne serba di nome Ljubica, chiamata Violetta, dichiara di essere la figlia naturale di Vrbanovic e indica il luogo dove il padre sarebbe stato sepolto. La tomba viene individuata a Ilicevo, frazione di Kragujevac: una semplice croce di legno porta il nome di Ljubisa Vrbanovic. La donna afferma inoltre che alcune persone presenti al funerale avevano visto Manolo nella bara e si dichiara disponibile a fornire il proprio DNA per un eventuale confronto.
La Procura rinnova la richiesta di un accertamento genetico, proponendo la comparazione dei resti con il profilo della figlia e con quello di un familiare di Vrbanovic. La Corte d’Assise sceglie però una strada differente: considera attendibile la documentazione trasmessa dalle autorità serbe e respinge la richiesta di riesumazione. Il 17 maggio 2017 dichiara estinto il reato per morte dell’imputato, chiudendo definitivamente il processo italiano prima che possa celebrarsi un giudizio sul quadruplice omicidio.
Per Guido Viscardi la decisione conclude il procedimento senza cancellare il dubbio che lo aveva accompagnato fino all’ultima udienza. La Serbia aveva già giudicato e condannato Manolo per la strage; in Italia, ventisette anni dopo la notte di Torchiera, il processo termina davanti a un certificato di morte e a una tomba che la Corte ritiene sufficienti per dichiarare conclusa ogni possibilità di procedere contro Ljubisa Vrbanovic.
