Le impronte: la memoria delle superfici
Ogni contatto lascia una traccia. Una mano che si appoggia a una porta, un polpastrello che sfiora un vetro, un palmo che accompagna l’apertura di un portone trasferiscono sulla superficie una quantità variabile di residui cutanei. Sudore, sostanze sebacee e particelle microscopiche si depositano sul materiale creando una memoria fisica del passaggio di una persona.
Le impronte digitali e palmari derivano dalle creste papillari presenti sulla pelle dei polpastrelli e del palmo della mano. La disposizione di queste creste si forma durante la vita fetale e mantiene la propria configurazione nel corso dell’esistenza. Proprio questa caratteristica ha reso le impronte uno degli strumenti identificativi più utilizzati nell’ambito della criminalistica.
L’impiego delle impronte per riconoscere una persona possiede origini molto antiche. Il passaggio a un metodo scientifico avviene tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando studiosi come Francis Galton e Juan Vucetich dimostrano l’unicità e la permanenza dei disegni papillari. Le forze di polizia iniziano così a raccogliere e classificare sistematicamente le impronte, sostituendo progressivamente i precedenti sistemi di identificazione basati sulle misurazioni corporee.
Con il passare del tempo, la dattiloscopia diventa uno degli strumenti centrali delle indagini giudiziarie. L’evoluzione tecnologica modifica le modalità di raccolta e confronto delle tracce, mentre il principio fondamentale rimane invariato: ogni impronta conserva caratteristiche sufficientemente specifiche da consentire un confronto tecnico e una possibile attribuzione individuale.
In una scena del crimine, le impronte forniscono informazioni che vanno oltre l’identificazione di una persona. La loro distribuzione su una superficie, la posizione, l’altezza, la sovrapposizione con altre tracce e il loro stato di conservazione contribuiscono alla ricostruzione dei movimenti avvenuti in un determinato ambiente. Una porta, una finestra o un mobile possono conservare una sequenza di contatti accumulati nel tempo, offrendo agli investigatori elementi utili per comprendere l’utilizzo di quello spazio.
La durata di un’impronta dipende da numerosi fattori. Superfici lisce e poco esposte a sfregamenti possono conservarla per periodi molto lunghi. Pulizie, umidità, calore, manipolazioni successive e condizioni ambientali particolari possono invece modificarla o cancellarla. Ogni traccia deve quindi essere interpretata tenendo conto del contesto in cui viene rinvenuta.
Il caso di Garlasco offre un esempio particolarmente interessante sotto questo profilo. L’attenzione si concentra su una superficie utilizzata quotidianamente da più persone: il portone d’ingresso di casa Poggi. Prima di analizzare le tracce repertate su quella porta, è necessario comprendere come un’impronta venga rilevata e interpretata dagli investigatori, e quali informazioni possa realmente restituire sulla storia di una superficie.

Come si legge un’impronta sulla scena del crimine
Quando gli investigatori entrano in una scena del crimine, uno degli obiettivi principali consiste nell’individuare tutte le tracce di contatto lasciate dalle persone che hanno frequentato quell’ambiente. Le impronte digitali e palmari rientrano tra gli elementi più ricercati perché possono fornire informazioni sull’identità di un soggetto e sulle modalità con cui si è mosso all’interno della scena.
La prima fase riguarda la documentazione dell’ambiente. Ogni stanza viene fotografata e descritta prima che qualsiasi oggetto venga spostato. Successivamente gli operatori individuano le superfici potenzialmente utili: porte, finestre, maniglie, mobili, vetri, interruttori e tutti quei punti che una persona potrebbe aver toccato durante la propria permanenza.
Molte impronte non sono immediatamente visibili. Per individuarle vengono utilizzate tecniche specifiche di illuminazione e procedure di sviluppo che consentono di evidenziare il residuo lasciato dalla pelle. Una volta individuata, la traccia viene fotografata, repertata e conservata seguendo protocolli rigorosi che garantiscono la catena di custodia del reperto.
La fase successiva si svolge in laboratorio. Qui gli specialisti analizzano il disegno formato dalle creste papillari e ne studiano le caratteristiche distintive. L’attenzione si concentra soprattutto sulle cosiddette minuzie: biforcazioni, interruzioni, uncini, isolotti e altri dettagli che permettono di confrontare due impronte e stabilire se appartengano alla stessa persona.
L’identificazione richiede l’analisi di numerosi elementi. Gli esperti esaminano la disposizione complessiva delle creste, la posizione reciproca delle minuzie, le distanze tra i punti caratteristici, la curvatura locale delle linee papillari, i pori sudoripari visibili, le irregolarità dei bordi delle creste e tutti quei dettagli che la qualità della traccia rende osservabili.
Accanto all’identificazione esiste però un secondo livello di analisi, spesso meno conosciuto ma altrettanto importante. Gli investigatori osservano la posizione dell’impronta sulla superficie, la sua orientazione, l’altezza da terra, l’eventuale sovrapposizione con altre tracce e il rapporto con gli oggetti circostanti. Questi elementi consentono di formulare ipotesi sul gesto che ha generato il contatto e sulla funzione che quella traccia ha avuto all’interno della scena.
Anche l’assenza di determinate impronte può assumere rilievo investigativo. Una superficie utilizzata quotidianamente da più persone tende normalmente ad accumulare tracce nel corso del tempo. La distribuzione delle impronte crea una sorta di stratificazione che riflette l’uso ordinario di quell’oggetto. Quando questa stratificazione appare incompleta, discontinua o incoerente con le abitudini note dei soggetti coinvolti, gli investigatori sono chiamati a comprendere le ragioni di tale anomalia.
Nel delitto di Garlasco, il tema della stratificazione delle impronte assume un ruolo centrale. L’attenzione si concentra sul portone d’ingresso di casa Poggi, una superficie utilizzata quotidianamente dai membri della famiglia e sulla quale emergono alcuni degli interrogativi più significativi legati alla conservazione delle tracce.

Il portone di casa Poggi
Tra le tracce repertate sul portone d’ingresso dell’abitazione compaiono alcune impronte attribuite a Marco Pizzamiglio e Giancarlo Sangiuliano, appartenenti al RIS di Parma. La loro presenza è documentata durante le attività tecnico-scientifiche svolte all’interno della casa. Si tratta di un dato rilevante perché le impronte appartengono a operatori intervenuti quando la scena era già sottoposta ad accertamenti specialistici, contingenza che teoricamente non dovrebbe verificarsi.
Sul medesimo portone viene inoltre repertata una traccia palmare attribuita a Marco Poggi. L’impronta si trova nella parte alta della porta e presenta una collocazione diversa rispetto all’area normalmente interessata dai gesti di apertura e chiusura. La sua posizione richiama un appoggio effettuato a una quota superiore rispetto alla zona della maniglia.
L’elemento assume particolare interesse perché Marco Poggi si trovava lontano da Garlasco nei giorni immediatamente precedenti al delitto. Eppure la sua impronta risulta ancora presente sulla superficie del portone al momento dei rilievi. La porta conserva quindi almeno una traccia riconducibile a un utilizzo avvenuto in epoca anteriore ai fatti, circostanza che richiama l’attenzione sul tema della stratificazione delle impronte e sulla capacità di una superficie utilizzata quotidianamente di conservare nel tempo i segni lasciati dai suoi frequentatori. Proprio in questa prospettiva emerge l’anomalia rappresentata dal portone d’ingresso di casa Poggi.

La porta che non ricorda
Una porta d’ingresso utilizzata ogni giorno registra inevitabilmente il passaggio delle persone che la aprono e la chiudono. Le mani si appoggiano alla maniglia, accompagnano il movimento del battente, esercitano una spinta o una trazione. Con il trascorrere del tempo, questi contatti producono una stratificazione di tracce che tende a riflettere le abitudini di utilizzo della superficie.
Nel caso del portone di casa Poggi, l’attenzione si concentra sulla cronologia delle impronte documentate durante i rilievi. La presenza della traccia palmare attribuita a Marco Poggi dimostra che la superficie aveva conservato almeno un contatto riconducibile a un periodo precedente ai giorni dell’omicidio.
Lo stesso ingresso costituiva il principale punto di accesso all’abitazione per Chiara Poggi e per Alberto Stasi. Chiara Poggi viveva nella casa di via Pascoli; Alberto Stasi la frequentava abitualmente. Entrambi avevano utilizzato quel portone nei giorni precedenti al delitto.
Nella documentazione esaminata non compaiono impronte a loro attribuite a Chiara Poggi nelle aree funzionali della porta.
Il dato assume interesse proprio sotto il profilo della stratificazione delle tracce. La superficie conserva infatti un’impronta attribuita a Marco Poggi, riconducibile a una presenza precedente, mentre non restituisce impronte attribuite alle persone che utilizzavano concretamente quell’ingresso nei giorni immediatamente precedenti all’omicidio.
Una pulizia della superficie, una manipolazione successiva o altri eventi capaci di modificare la conservazione delle tracce possono aver inciso sulla stratificazione originaria delle impronte. La documentazione disponibile non consente di stabilire quale circostanza abbia determinato questo risultato. Resta quindi aperto un interrogativo sulle modalità con cui le tracce si siano conservate, modificate o disperse nel tempo.
