LA FORENSIC VICTIMOLOGY APPLICATA AL CASO CHIARA POGGI. COSTRUZIONE DEL PROFILO VITTIMOLOGICO DI UNA VITTIMA DI OMICIDIO – PARTE VI

Le armi utilizzate

L’arma che ha ucciso Chiara Poggi il 13 agosto 2007 non è mai stata rinvenuta né identificata con certezza. Ciò che sappiamo delle sue possibili caratteristiche emerge dall’esame delle lesioni sul corpo della vittima, dalla documentazione radiologica, dai preparati istologici, dalla microscopia elettronica e, più di recente, dalle nuove analisi comparative e sperimentali.
La prima ricostruzione è del dottor Marco Ballardini, consulente tecnico del pubblico ministero Rosa Muscio, che eseguì l’autopsia il 16 agosto 2007. Per Ballardini Chiara Poggi morì per la lacerazione dell’encefalo causata dalla frattura con sfondamento del cranio nella regione parieto-occipitale sinistra, dentro un quadro di numerose lesioni contusive al capo e al volto, inferte con colpi ripetuti e con notevole forza da un corpo contundente di difficile identificazione. Dalla forma delle ferite Ballardini ricavò alcune possibili caratteristiche dello strumento: una superficie battente stretta, uno o più margini regolari e molto netti, e una punta utilizzabile da sola. Alcune lesioni, pur avendo natura prevalentemente contusiva, avevano aspetti che facevano pensare a qualcosa di tagliente o a una componente a punta-taglio.
Una nuova valutazione dell’arma è arrivata nel 2025 dalla consulenza affidata dalla Procura di Pavia alla professoressa Cristina Cattaneo, secondo la quale le lesioni indicano uno strumento contundente in metallo, con superficie piana, margini e spigoli, compatibile per esempio con un martello dalla testa squadrata e code posteriori, ma anche con altri oggetti come piccole accette o picconi. A colpire, insomma, non sarebbe stato il filo o la punta di questi attrezzi, ma la loro parte contundente: la superficie piatta, un margine, uno spigolo, a seconda del colpo. Le stesse parti dell’oggetto spiegherebbero sia le lesioni più estese, sia quelle piccole e lineari, comprese le ferite alle palpebre e agli zigomi.
L’assenza dell’arma impedisce di stabilire sicuramente quale oggetto sia stato usato, da dove provenisse, se l’aggressore lo abbia portato con sé o se l’abbia trovato in casa. Nemmeno si può verificarne peso, dimensioni, maneggevolezza, né se l’autore ci avesse già dimestichezza.
Nonostante la relazione Ballardini e la consulenza Cattaneo indichino, seppure in maniera parsimoniosa, l’impiego di una sola arma, la conformazione di alcune lesioni riscontrate sul capo della vittima, insieme ad alcune risultanze dell’autopsia eseguita dallo stesso dottor Ballardini, suggerisce la possibile presenza di un’ulteriore arma rispetto a quella ipotizzata.
Nel capo della vittima è presente una lesione morfologicamente differente dalle altre, descritta dal dottor Ballardini nei seguenti termini:

“In regione temporale sinistra, in prossimità del padiglione auricolare, antero-superiormente rispetto a quest’ultimo, piccola soluzione di continuo ovalariforme e a tutto spessore del tegumento, a margini finemente irregolari e contusi, a 7,5 cm circa dal piano di appoggio e 7 cm circa dal vertice, con diametro maggiore della lunghezza di circa 5 mm ed orientato secondo il piano frontale del corpo; diametro minore della lunghezza di circa 2 mm.”

In questo caso, l’azione lesiva ha interessato l’intero spessore del tegumento, attraversando epidermide, derma e tessuto sottocutaneo fino al piano immediatamente soprastante il periostio. La soluzione di continuo presenta dimensioni particolarmente ridotte, con un diametro maggiore di circa 5 millimetri e uno minore di circa 2, e un orientamento riferito al piano frontale del corpo. Le caratteristiche morfologiche permettono quindi di prendere in considerazione l’impiego di uno strumento dotato di una parte terminale sottile e appuntita, assimilabile a un punteruolo, quale un cacciavite o uno degli utensili presenti in un coltellino multifunzione.
L’aggressione potrebbe tuttavia avere avuto un momento iniziale differente rispetto alla successiva azione con le armi bianche, attraverso l’impiego di un telo o di un altro mezzo idoneo a ostacolare la respirazione. Nella già citata relazione Ballardini, a proposito dei polmoni, si legge: “Distelectasia, con prevalente enfisema acuto. Imponente iperemia. Rare microemorragie”. Distelectasia ed enfisema acuto descrivono alterazioni polmonari compatibili con una compromissione della normale ventilazione e possono essere osservati anche in presenza di meccanismi asfittici. In ambito forense, valutati insieme agli altri reperti autoptici, possono quindi concorrere a sostenere l’ipotesi di un tentativo di soffocamento o di un diverso meccanismo asfittico, senza fornire, isolatamente considerati, una prova univoca della sua effettiva realizzazione.
Un possibile meccanismo alternativo è quello traumatico: un violento impatto esterno sul torace può provocare alterazioni della ventilazione polmonare, aree di atelectasia o distelectasia e, qualora determini una rottura alveolare, la diffusione di aria nell’interstizio. Nel torace della vittima, tuttavia, non risultano descritte diffuse ecchimosi esterne o altre lesioni traumatiche tali da proporre un immediato riscontro a questa possibilità.
Il quadro permette dunque di ampliare il numero dei mezzi potenzialmente impiegati durante l’aggressione oltre le sole armi bianche: accanto a queste ultime può essere presa in considerazione, con la necessaria cautela, anche un’azione diretta a ostacolare la respirazione. Quanto agli strumenti lesivi, la piccola soluzione di continuo ovalariforme descritta in regione temporale, morfologicamente differente dalle altre ferite, rafforza l’ipotesi che le armi bianche utilizzate possano essere state almeno due.

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