Bologna negli anni Sessanta: una città tra modernità e tradizione
All’inizio degli anni Sessanta Bologna vive una stagione di passaggio. Il boom economico ha già modificato il paesaggio urbano, allargato i confini sociali della città, acceso nuove ambizioni in una borghesia professionale che continua a custodire con cura il proprio prestigio. Accanto alla città operaia e universitaria si muove infatti un altro mondo, più raccolto e influente, composto da medici, avvocati, imprenditori, docenti, famiglie che da generazioni occupano posizioni riconoscibili e protette. In questo ambiente il cognome pesa quasi quanto il merito, e il nome giusto apre porte che per altri restano chiuse.
Tra i cognomi che contano c’è quello dei Nigrisoli. La casa di cura di vicolo Malgrado rappresenta da anni una piccola istituzione cittadina, costruita sul prestigio del professor Bartolo Nigrisoli e poi consolidata dal figlio Pietro Nigrisoli. La clinica è molto più di una struttura sanitaria privata: è un luogo di potere, un presidio della buona società bolognese, uno spazio in cui medicina, reputazione e relazioni si intrecciano ogni giorno. Nei suoi corridoi passano pazienti facoltosi, professionisti affermati, infermieri, collaboratori, parenti. Tutto contribuisce a creare l’immagine di una famiglia solida, rispettata, quasi inattaccabile.
Dentro questo scenario cresce Carlo Nigrisoli, figlio di Pietro, destinato fin da giovane a proseguire la tradizione di famiglia. Il suo percorso sembra scritto in anticipo: studi in medicina, ingresso nella clinica, continuità dinastica. Anche la vita privata, almeno all’apparenza, segue una traiettoria impeccabile. Durante gli anni universitari incontra Ombretta Galeffi, una giovane donna originaria dell’Appennino romagnolo, e da quella relazione nasce un matrimonio celebrato nel 1950. Nel giro di pochi anni arrivano tre figli, Guido, Raffaele e Anna, e la famiglia si stabilisce proprio nell’appartamento interno alla casa di cura, quasi a suggellare una coincidenza perfetta fra sfera domestica e ruolo professionale.
Per chi osserva dall’esterno, i Nigrisoli offrono l’immagine classica di una famiglia borghese arrivata al compimento: nome autorevole, sicurezza economica, centralità sociale. Dietro quella superficie, però, si accumulano tensioni che con il tempo smettono di restare silenziose.

Carlo Nigrisoli e Ombretta Galeffi: la sospensione domestica
Negli anni del matrimonio, Ombretta Galeffi appare come una donna segnata da una salute fragile e da un equilibrio emotivo sempre più esposto. Soffre di forti emicranie, lamenta disturbi del sonno, attraversa periodi di prostrazione che la rendono dipendente dalle cure e dall’assistenza medica. Le testimonianze raccolte dopo la sua morte la descrivono come una persona sensibile, vulnerabile, spesso assorbita da stati di malessere che finiscono per condizionare anche il clima della casa.
La figura di Carlo Nigrisoli si muove invece in una direzione diversa. Pur inserito nel perimetro rigoroso della clinica e della professione, il medico coltiva una vita privata molto meno disciplinata di quanto il suo ambiente suggerirebbe. Ama la velocità, le corse automobilistiche, la vita notturna, i locali del centro, i ritrovi in cui la Bologna benestante si concede una libertà che di giorno preferisce non esibire. La città, sotto questo profilo, offre un doppio registro: da una parte l’ordine delle istituzioni, dall’altra una mondanità vivace, elegante, a tratti spregiudicata, che si consuma fra l’Esedra, il Guarany, il Mundo de Noche e altri luoghi d’incontro della notte bolognese.
È proprio in quel circuito mondano che la vita di Carlo Nigrisoli comincia lentamente ad allontanarsi dal perimetro domestico e dalla disciplina della clinica. Il matrimonio con Ombretta Galeffi si consuma nel tempo attraverso una distanza crescente, fatta di incomprensioni, abitudini incompatibili e silenzi sempre più frequenti. Nell’appartamento di vicolo Malgrado continua a sopravvivere l’immagine di una famiglia ordinata e rispettabile, mentre nella vita quotidiana si apre una frattura che coinvolge affetti, caratteri e prospettive.
Con il passare dei mesi quella interruzione smette di restare confinata dentro la dimensione privata. Negli ambienti della Bologna notturna cominciano a circolare voci insistenti sulla presenza di una giovane donna accanto al medico. Il suo nome compare nei racconti dei frequentatori dei locali del centro, nelle conversazioni di chi osserva con curiosità la vita mondana della città. In più occasioni Carlo Nigrisoli viene visto in compagnia della stessa ragazza e la relazione, nata inizialmente come un incontro occasionale, assume progressivamente una presenza stabile nella sua vita. In quel contesto emerge la figura di Iris Azzali, una giovane donna destinata a entrare in modo sempre più visibile nell’orbita personale del medico.

Iris Azzali: la donna che rompe il quadro
In un ambiente come quello della Bologna borghese degli anni Sessanta, dove reputazione e discrezione rappresentano valori fondamentali, una relazione di questo tipo non può rimanere a lungo invisibile. La notizia della presenza di Iris Azzali nella vita del medico si diffonde lentamente, passando di bocca in bocca tra conoscenti, colleghi e frequentatori degli stessi ambienti mondani.
All’interno della famiglia Nigrisoli la situazione si inserisce in un equilibrio già fragile. Il matrimonio con Ombretta Galeffi attraversa da tempo una fase difficile, segnata da incomprensioni e da stili di vita sempre più distanti. Le condizioni di salute della donna, i suoi problemi di insonnia e di emicrania, contribuiscono a rendere l’atmosfera domestica ancora più tesa. In questo quadro la relazione con Iris Azzali rappresenta un elemento che amplifica una crisi già esistente, rendendo più visibile la distanza tra la vita privata del medico e l’immagine di stabilità che la famiglia continua a offrire all’esterno.
Chi osserva dall’esterno coglie soltanto frammenti di questa situazione. La città percepisce il cambiamento, registra la presenza della giovane donna accanto a Carlo Nigrisoli, commenta con discrezione. Nessuno immagina ancora che quella relazione sentimentale diventerà uno degli elementi più analizzati quando la vicenda Nigrisoli entrerà improvvisamente nelle cronache nazionali.
Nel momento in cui l’inchiesta giudiziaria prenderà forma, gli investigatori ricostruiranno proprio questo periodo della vita del medico: le serate nei locali del centro, gli incontri con Iris Azzali, le tensioni che attraversano la casa di vicolo Malgrado. La relazione tra i due finirà così per assumere un significato diverso da quello che aveva avuto fino a quel momento, diventando uno dei tasselli attraverso cui verrà interpretata la crisi del matrimonio e il contesto personale nel quale maturano gli eventi successivi.
Per la stampa dell’epoca la figura di Iris Azzali offre un elemento narrativo potente. La giovane donna diventa rapidamente il simbolo di una vicenda che mescola prestigio sociale, passioni private e drammi familiari. Il racconto giornalistico del caso Nigrisoli comincia proprio da qui: da una relazione sentimentale che si muove ai margini della buona società bolognese e che, nel giro di poco tempo, finirà per trovarsi al centro di uno dei processi più discussi della cronaca italiana degli anni Sessanta.
Quando la tragedia irromperà nella casa di cura di vicolo Malgrado, la relazione tra Carlo Nigrisoli e Iris Azzali verrà riletta alla luce degli eventi. Gli investigatori torneranno a esaminare le testimonianze, i rapporti personali, le abitudini degli ultimi mesi. Quella che fino a quel momento era stata percepita come una vicenda privata entrerà così a far parte della ricostruzione complessiva del caso.
È da questo punto che prende avvio la fase più drammatica della storia: la notte in cui la vita di Ombretta Galeffi si spegne nell’appartamento della clinica Nigrisoli, dando origine a un’inchiesta destinata a dividere l’opinione pubblica e a segnare profondamente la memoria giudiziaria della città.

La notte del 14 marzo 1963 – Il delitto del curaro
La sera del 14 marzo 1963 rappresenta il momento in cui la vicenda familiare dei Nigrisoli esce definitivamente dalla dimensione privata per trasformarsi in un caso giudiziario destinato a segnare la cronaca bolognese. Ombretta Galeffi si trova nel suo appartamento, situato all’interno della casa di cura di vicolo Malgrado, lo stesso edificio nel quale il marito lavora e nel quale la famiglia vive da anni. Poco prima delle undici di sera la donna accusa un improvviso malessere che induce Carlo Nigrisoli a chiamare in fretta un collega, il medico Carlo Frascaroli, affinché intervenga per prestare assistenza.
Quando Frascaroli arriva nell’appartamento, la situazione appare già estremamente grave. Nel giro di pochi minuti le condizioni di Ombretta Galeffi precipitano fino all’arresto respiratorio, e ogni tentativo di soccorso risulta inutile. La donna muore in quella stanza della clinica che fino a poche ore prima rappresentava semplicemente il luogo della sua vita domestica.
La prima ricostruzione dei fatti viene fornita proprio da Carlo Nigrisoli, il quale sostiene che la moglie si sia tolta la vita. Secondo il medico, Ombretta Galeffi avrebbe preso una siringa e si sarebbe iniettata autonomamente un farmaco. Nella stanza gli investigatori trovano effettivamente una siringa e una fiala vuota appoggiate sul comodino, elementi che sembrano inizialmente confermare la versione del suicidio.
Gli accertamenti medico-legali introducono però un elemento destinato a modificare radicalmente l’interpretazione della morte. L’autopsia rivela infatti nel corpo della donna la presenza di sinacuranina, una sostanza appartenente alla famiglia dei derivati del curaro utilizzata in anestesia come miorilassante. Si tratta di un farmaco che agisce bloccando progressivamente la trasmissione neuromuscolare e che, in determinate quantità, conduce alla paralisi dei muscoli respiratori fino alla morte per asfissia.
La presenza di quella sostanza nel sangue di Ombretta Galeffi rende la dinamica del suicidio estremamente problematica e apre immediatamente nuovi interrogativi. In questo clima di crescente tensione si colloca anche un episodio destinato a rimanere nella memoria del caso. Quando il professor Pietro Nigrisoli, padre di Carlo e figura autorevole della medicina bolognese, vede il corpo senza vita della nuora, pronuncia parole che verranno poi riportate negli atti dell’inchiesta: «Disgraziato, l’hai ammazzata».
Da quel momento l’attenzione degli investigatori si concentra sempre più sulla figura di Carlo Nigrisoli, mentre la morte di Ombretta Galeffi smette di apparire come un gesto volontario e comincia a essere analizzata come il possibile esito di un’azione deliberata avvenuta all’interno della stessa casa di cura della famiglia.

Il processo
Il procedimento giudiziario contro Carlo Nigrisoli prende avvio nel 1965 davanti alla Corte d’Assise di Bologna e si trasforma rapidamente in uno dei processi più seguiti della cronaca italiana del tempo. Fin dalle prime udienze l’aula del tribunale si riempie di curiosi, cronisti e fotografi arrivati da diverse città, attratti da una vicenda che i quotidiani hanno ormai ribattezzato “il giallo del curaro”. La presenza di un medico appartenente a una famiglia prestigiosa, la morte misteriosa avvenuta all’interno di una clinica privata e la figura dell’amante contribuiscono a trasformare il dibattimento in un evento pubblico capace di alimentare discussioni ben oltre i confini della città.
Nel corso del processo l’accusa costruisce la propria ricostruzione attorno all’uso della sinacuranina, il derivato del curaro individuato durante l’autopsia. Secondo i pubblici ministeri, Carlo Nigrisoli avrebbe somministrato alla moglie dosi progressive della sostanza nel corso del tempo, presentandole come normali farmaci sedativi destinati a lenire le emicranie e i disturbi del sonno di Ombretta Galeffi. In questa prospettiva la sera del 14 marzo 1963 rappresenterebbe il momento conclusivo di un processo già avviato, quando la quantità iniettata diventa sufficiente a provocare la paralisi respiratoria che porta alla morte della donna.
La difesa cerca invece di orientare il dibattimento verso una lettura completamente diversa della vicenda, insistendo sulla fragilità psicologica di Ombretta Galeffi, sulle sue frequenti crisi di malessere e sulla possibilità che la donna abbia compiuto un gesto volontario. Gli avvocati di Carlo Nigrisoli tentano di dimostrare che l’ipotesi del suicidio non può essere esclusa e che le conclusioni dell’accusa poggiano su una ricostruzione priva di certezze assolute.
Dopo settimane di testimonianze, perizie mediche e confronti serrati tra accusa e difesa, la Corte d’Assise giunge alla propria decisione. Il 15 febbraio 1965 viene pronunciata la sentenza di primo grado: Carlo Nigrisoli è riconosciuto colpevole dell’omicidio della moglie e condannato all’ergastolo. La vicenda giudiziaria non si conclude però con questo verdetto. Nel successivo processo d’appello la pena viene ridotta a ventiquattro anni di reclusione, mentre nel 1969 la Corte di Cassazione conferma definitivamente la responsabilità penale del medico, ponendo fine a uno dei casi giudiziari più discussi della Bologna del dopoguerra.
Dopo molti anni trascorsi in prigione Carlo Nigrisoli ottiene la semilibertà e torna definitivamente libero nel 1988. Continuerà per tutta la vita a proclamarsi innocente. Nel 1993 si risposa con Maria Pezzi e vive lontano dai riflettori fino alla morte, avvenuta a Bologna nel 2006.
