Da Menfi a New York
Giuseppe Masseria nasce a Menfi, in provincia di Agrigento, il 17 gennaio 1886. Cresce in una Sicilia nella quale la mafia è già radicata in diverse aree occidentali dell’isola e, ancora adolescente, entra in contatto con gli ambienti criminali locali. Nel 1903, a diciassette anni, lascia l’Italia e raggiunge gli Stati Uniti, stabilendosi a New York durante una delle fasi più intense dell’immigrazione italiana verso la città. Masseria porta con sé precedenti maturati in Sicilia e impiega poco tempo a inserirsi nella malavita newyorkese.
I primi anni americani coincidono con la crescita delle organizzazioni siciliane attive soprattutto a Manhattan e Brooklyn, impegnate nelle estorsioni, nel gioco d’azzardo, nei furti e nella falsificazione. Masseria opera inizialmente nel Lower East Side e sviluppa rapporti con uomini inseriti nel sottobosco criminale italiano, costruendo una reputazione fondata anche sulla capacità di sopravvivere agli scontri che accompagnano la competizione tra gruppi rivali.
L’inizio del Proibizionismo, nel 1920, modifica profondamente gli equilibri della criminalità newyorkese. Il commercio clandestino degli alcolici moltiplica i profitti disponibili e favorisce alleanze che superano spesso le tradizionali appartenenze regionali o etniche. Masseria partecipa al nuovo scenario senza limitare i propri rapporti ai soli mafiosi siciliani: negli anni successivi lavoreranno sotto la sua protezione uomini come Charles “Lucky” Luciano, Frank Costello e Vito Genovese, protagonisti della generazione destinata a trasformare la mafia americana.
La conquista del potere
All’inizio degli anni Venti gli equilibri della mafia newyorkese sono dominati dallo scontro tra Masseria e Salvatore D’Aquila, siciliano di Palermo che aveva costruito una propria organizzazione dopo la condanna di Giuseppe Morello. Il ritorno di Morello dal penitenziario federale di Atlanta riaccende la rivalità e Masseria si schiera al suo fianco, diventando uno dei principali avversari di D’Aquila. La contesa precipita nel 1922, quando Umberto Valenti, temuto uomo d’armi legato al boss palermitano, cerca di eliminare gli esponenti della fazione rivale.
Il 7 maggio Vincenzo Terranova, fratellastro di Morello, perde la vita in un agguato nei pressi della propria abitazione sulla East 116th Street; poche ore dopo un secondo attacco ferisce mortalmente Silva Tagliagamba, altro esponente del gruppo. Gli investigatori attribuiscono a Valenti la responsabilità di entrambi gli attacchi, mentre nei mesi successivi Masseria riesce a sottrarsi a diversi tentativi di omicidio. Il più celebre risale al 9 agosto, quando due uomini armati lo inseguono sulla Second Avenue e sparano ripetutamente senza colpirlo, episodio che contribuisce ad alimentare la reputazione di un uomo capace di sopravvivere alle imboscate dei rivali.
La resa dei conti arriva l’11 agosto durante un incontro organizzato in un locale tra Second Avenue e la East 12th Street. Valenti comprende di essere caduto in un agguato, tenta la fuga e muore sotto i colpi degli avversari, mentre una bambina di otto anni e uno spazzino restano feriti nella sparatoria. La tradizione criminale attribuirà l’uccisione a Charles “Lucky” Luciano, ma l’identità dell’esecutore non fu stabilita giudiziariamente. Con la morte di Valenti la pressione esercitata da D’Aquila perde uno dei suoi uomini più pericolosi e Masseria consolida il controllo sul gruppo al quale Morello aveva legato il proprio destino, lasciando al più anziano mafioso un ruolo di consigliere. È negli anni successivi che Giuseppe Masseria si afferma definitivamente negli ambienti criminali newyorkesi con il soprannome destinato a identificarne il potere: “Joe the Boss”.
La Guerra Castellammarese
Alla fine degli anni Venti il predominio di Masseria incontra la resistenza dei mafiosi originari di Castellammare del Golfo, presenti soprattutto a Brooklyn e legati a una rete che mantiene stretti rapporti con la Sicilia. Dopo l’uscita di scena di Nicolò Schirò, la guida dello schieramento passa a Salvatore Maranzano, arrivato negli Stati Uniti pochi anni prima e deciso a contrastare l’autorità di “Joe the Boss”. Le tensioni riguardano il controllo delle organizzazioni mafiose, i tributi imposti ai gruppi alleati e gli interessi economici alimentati dal Proibizionismo, fino a trasformarsi nel 1930 in un conflitto aperto.
Il 26 febbraio 1930 l’omicidio di Gaetano Reina, boss del Bronx fino ad allora vicino a Masseria e sospettato di voler passare dalla parte di Maranzano, modifica gli equilibri dello scontro. Masseria favorisce Joseph Pinzolo come successore, provocando la reazione di Tommaso Gagliano e Gaetano Lucchese, uomini di primo piano del gruppo Reina, che scelgono di schierarsi contro di lui. La morte del boss finisce quindi per indebolire Masseria anziché rafforzarlo, consegnando ai castellammaresi nuovi alleati e ampliando il fronte avversario.
Durante l’estate la guerra raggiunge direttamente i vertici dei due schieramenti. Il 15 luglio un agguato a Brooklyn costa la vita a Vito Bonventre, esponente castellammarese; un mese dopo, il 15 agosto, due sicari entrano nell’ufficio di Giuseppe Morello a East Harlem e lo uccidono a colpi d’arma da fuoco, privando Masseria del consigliere più esperto. Il 9 settembre tocca a Joseph Pinzolo, mentre il 5 novembre Alfred Mineo e Steve Ferrigno cadono sotto i colpi degli uomini della fazione avversaria in un cortile del Bronx. Nel giro di pochi mesi la successione degli omicidi modifica profondamente i rapporti di forza e riduce il numero degli uomini sui quali “Joe the Boss” può fare affidamento.
All’inizio del 1931 il conflitto non ha ancora prodotto un vincitore, ma la posizione di Masseria appare sempre più fragile. Le perdite subite si sommano ai costi economici di una guerra che ostacola gli affari e costringe entrambe le fazioni a destinare uomini e risorse alla propria sicurezza. Il problema per Masseria, tuttavia, non riguarda più soltanto Maranzano: il malcontento cresce anche all’interno del suo schieramento e alcuni dei collaboratori più importanti iniziano a considerare la prosecuzione della guerra incompatibile con i propri interessi.
Il Tradimento di Lucky Luciano
Nei primi mesi del 1931 la posizione di Masseria continua a indebolirsi, mentre la guerra sottrae uomini, denaro e sicurezza agli affari delle organizzazioni coinvolte. All’interno del suo stesso schieramento cresce soprattutto l’insofferenza di Charles “Lucky” Luciano e degli uomini a lui più vicini, interessati a rapporti criminali capaci di superare le tradizionali divisioni territoriali ed etniche. La prosecuzione dello scontro con Maranzano rappresenta ormai un ostacolo economico e, per Luciano, anche un limite alle alleanze costruite con esponenti italiani ed ebrei della malavita newyorkese.
Luciano avvia quindi contatti riservati con Maranzano e raggiunge un accordo destinato a decidere la guerra: Masseria sarà eliminato e, in cambio, il capo castellammarese porrà fine alle ostilità, riconoscendo al traditore una posizione di primo piano nel nuovo equilibrio criminale. Anche Vito Genovese partecipa alla fronda maturata intorno a “Joe the Boss”, mentre altri uomini del gruppo comprendono che la sopravvivenza dei propri affari dipende ormai dalla conclusione del conflitto. Le linee che avevano separato i due schieramenti durante la fase iniziale risultano così progressivamente erose dalle defezioni e dagli accordi personali.
Secondo alcune ricostruzioni, Masseria scopre o sospetta il doppio gioco e chiede a Joe Adonis di eliminare Luciano, senza sapere che anche Adonis gravita ormai intorno agli uomini decisi a porre fine alla guerra. Il particolare compare nelle ricostruzioni successive e non dispone di un accertamento giudiziario capace di definirne con certezza la dinamica. Il dato centrale rimane però il rovesciamento delle alleanze: nella primavera del 1931 uno dei collaboratori più importanti di Masseria ha ormai concordato con il nemico la sua eliminazione.
Il 15 aprile Luciano organizza un incontro con Masseria a Coney Island. La guerra castellammarese, iniziata come scontro per il predominio sulla mafia newyorkese, sta per concludersi con l’eliminazione di uno dei due contendenti.
Coney Island, 15 aprile 1931
Nel pomeriggio del 15 aprile 1931 Masseria raggiunge il ristorante Nuova Villa Tammaro, al 2715 West 15th Street di Coney Island, locale gestito da Gerardo Scarpato. Al tavolo con lui siede Luciano e i due trascorrono alcune ore mangiando e giocando a carte. Intorno alle 15:00 alcuni uomini armati irrompono nel ristorante e sparano ripetutamente contro “Joe the Boss”, colpito da numerosi proiettili e morto sul posto. Luciano non riporta ferite e racconta agli investigatori di essersi allontanato poco prima della sparatoria per andare in bagno.
L’identità degli uomini entrati nel locale non sarà stabilita giudiziariamente. Le ricostruzioni successive indicano Albert Anastasia, Vito Genovese, Joe Adonis e Benjamin “Bugsy” Siegel come componenti del gruppo incaricato dell’esecuzione, ma nessuno di loro subirà una condanna per l’omicidio. Anche la dinamica tramandata negli anni contiene particolari mai accertati, rendendo necessario separare il ruolo attribuito a Luciano nell’eliminazione di Masseria dall’identità dei sicari, rimasta priva di una conferma giudiziaria.
Una fotografia scattata sulla scena mostra il cadavere di Masseria accanto al tavolo e alcune carte da gioco sparse sul pavimento. L’immagine alimenterà in seguito la leggenda dell’asso di picche stretto nella mano del boss come simbolo mafioso di morte, particolare trasformato dalla cultura popolare in uno degli elementi più celebri dell’assassinio senza un solido fondamento nella documentazione della scena.
La morte di Masseria pone fine alla guerra castellammarese e lascia Maranzano nella posizione dominante. Il successo dura però soltanto pochi mesi: il 10 settembre 1931 anche Maranzano sarà ucciso a Manhattan. Dalla scomparsa dei due principali contendenti emergerà la generazione guidata da Luciano, destinata a ridisegnare gli equilibri della mafia newyorkese e a inaugurare una fase profondamente diversa della criminalità organizzata americana.
