LA FORENSIC VICTIMOLOGY APPLICATA AL CASO CHIARA POGGI. COSTRUZIONE DEL PROFILO VITTIMOLOGICO DI UNA VITTIMA DI OMICIDIO – PARTE I

Quando si verifica un crimine violento, il dibattito pubblico tende a svilupparsi lungo due direttrici parallele. Da un lato, l’attenzione si concentra sull’autore del reato, nel tentativo di comprenderne il movente, la personalità e le ragioni che l’hanno condotto all’azione criminale. Dall’altro, i mass media costruiscono spesso il racconto attorno alla vittima, scandagliandone la vita, le relazioni e il contesto familiare, fino a farne il principale elemento di identificazione emotiva per l’opinione pubblica, con il rischio di spettacolarizzarne la sofferenza.

Benché oggi la persona offesa dal reato occupi uno spazio rilevante nell’informazione e nell’immaginario collettivo, per lungo tempo essa è rimasta ai margini della riflessione giuridica e criminologica, mentre il sistema penale concentrava la propria attenzione quasi esclusivamente sull’autore del reato e sulla sua responsabilità. In altre parole, il soggetto passivo del reato era considerato un semplice testimone del processo penale, privo di un’autonoma tutela e marginale rispetto al rapporto tra Stato e imputato.
Solo a partire dalla seconda metà del Novecento, con la nascita della vittimologia come disciplina autonoma, la vittima è divenuta oggetto di un’analisi scientifica sistematica.

Analizzare la vittima non significa affatto attribuirle responsabilità né ricercare comportamenti che abbiano in qualche modo favorito il delitto; al contrario, significa ricostruirne in maniera scientifica la biografia, le relazioni, le abitudini, la routine quotidiana e il livello di esposizione ai diversi fattori di rischio, così da comprendere perché quella persona sia stata scelta come bersaglio dell’azione criminale.

In ambito investigativo il profilo vittimologico costituisce uno strumento essenziale per orientare le indagini, restringere il numero dei possibili sospettati, individuare il movente più compatibile con gli elementi raccolti e interpretare correttamente la scena del crimine.

Origini ed evoluzione della vittimologia

Per molti decenni lo studio del crimine concentrò la propria attenzione quasi esclusivamente sull’autore del reato. La criminologia classica cercava di comprendere le cause della devianza, la personalità del reo e i fattori che conducevano alla commissione del delitto, mentre la vittima rimaneva sostanzialmente ai margini della riflessione scientifica.
A partire dalla seconda metà del Novecento questo paradigma iniziò progressivamente a cambiare, anche come risposta alle atrocità della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto. La vittima cessò di essere considerata un semplice soggetto passivo del reato e divenne oggetto di un autonomo filone di ricerca destinato a dare origine alla vittimologia.

Tra i principali studiosi che contribuirono allo sviluppo della disciplina si ricordano Hans von Hentig, Benjamín Mendelsohn, Frederick Wertham e Stephen Schafer. Pur partendo da prospettive differenti, essi condividevano condivisero un’intuizione fondamentale: comprendere il reato richiede anche lo studio della vittima, del rapporto con l’autore e delle dinamiche che precedono, accompagnano e seguono l’evento criminoso.
Von Hentig evidenziò come autore e vittima dovessero essere studiati congiuntamente, introducendo il concetto di relazione dinamica tra i due soggetti. Mendelsohn elaborò una classificazione delle vittime basata sul diverso grado di coinvolgimento nella dinamica del reato, teoria che suscitò critiche per il rischio di alimentare interpretazioni colpevolizzanti della vittima. Wertham sottolineò l’importanza di analizzare sistematicamente la vittima dell’omicidio e i processi di disumanizzazione messi in atto dall’autore.
Schafer ampliò l’oggetto della disciplina includendo anche le conseguenze della vittimizzazione e il rapporto tra autore e vittima prima, durante e dopo il reato.

In Italia il principale riferimento è Guglielmo Gulotta, avvocato e psicologo, che fin dal 1976 (La vittima) dedicò ampio spazio all’analisi della disciplina che studia il crimine dalla parte della vittima con scopi diagnostici, preventivi, riparativi e trattamentali del reato e della conseguente vittimizzazione. Secondo Gulotta nell’ottica moderna la vittimologia è un valido strumento per individuare la responsabilità e pericolosità dell’autore del reato, oltre a consentire di individuare i mezzi preventivi della vittimizzazione delle vittime tendenziali e della recidiva vittimale e gli strumenti per aiutare la vittima post delictum.

L’evoluzione della vittimologia può essere sintetizzata in tre fasi:
1. studio del rapporto autore-vittima
2. tutela della persona offesa
3. approccio interdisciplinare.
È proprio questa evoluzione che ha portato alla nascita della forensic victimology, disciplina che considera la vittima non soltanto come destinataria della tutela giuridica, ma anche come una fondamentale fonte di informazioni per la ricostruzione investigativa del delitto. Da questa prospettiva prende avvio il moderno profilo vittimologico.

Definire la vittima

Nel diritto penale italiano il termine vittima non compare né nel Codice penale né nel Codice di procedura penale. Il legislatore utilizza invece espressioni come: persona offesa dal reato, persona offesa e soggetto passivo del reato. Il soggetto passivo del reato è il titolare del bene giuridico protetto dalla norma penale. La persona danneggiata, invece, è chi subisce un danno patrimoniale o non patrimoniale derivante dal reato e può non coincidere con il soggetto passivo. L’esempio classico è l’omicidio: la persona offesa è la vittima uccisa, mentre i familiari sono danneggiati dal reato. La criminologia adotta invece un concetto molto più ampio di vittima, che comprende non solo chi subisce direttamente il reato, ma anche chi si percepisce come vittima e necessita di assistenza, protezione e riparazione.

Nelle società più antiche il reato era concepito come un’offesa privata e la vittima rivestiva un ruolo centrale nella gestione del conflitto. Con il progressivo monopolio statale della giustizia penale, soprattutto dal Medioevo, il reato veniva invece considerato un’offesa alla collettività e all’ordine pubblico. Da quel momento il processo penale si concentrò sul rapporto tra Stato e imputato, relegando la vittima a un ruolo marginale.

Anche l’Illuminismo e la Scuola Classica, pur introducendo fondamentali garanzie per l’imputato, non dedicarono particolare attenzione alla tutela della vittima. La prima vera rivalutazione della vittima avvenne con la Scuola Positiva: Cesare Lombroso, Enrico Ferri e Raffaele Garofalo iniziarono a considerare la vittima come il terzo protagonista del sistema penale, accanto allo Stato e al reo. Secondo Ferri, in particolare, lo Stato dovrebbe garantire il risarcimento del danno subito dalla vittima, riconoscendo alla riparazione una funzione pubblica e non soltanto privatistica. La tutela della vittima divenne così parte integrante della politica criminale.

Le diverse forme di vittimizzazione

La vittimizzazione rappresenta il nucleo centrale della vittimologia e può essere definita come il processo attraverso il quale una persona, un gruppo o un’intera comunità subiscono un danno fisico, psicologico, economico o sociale a seguito di un reato, di un abuso di potere, di un evento traumatico o di una violazione dei diritti fondamentali.

La vittimizzazione primaria è il danno direttamente provocato dal reato e comprende tutte le conseguenze immediate derivanti dall’azione criminosa, quali le lesioni fisiche, il trauma psicologico, la perdita economica, il danno morale e, nei casi più gravi, la morte.

Per vittimizzazione secondaria si intende l’insieme delle ulteriori sofferenze che la vittima può subire dopo il reato a causa delle modalità con cui viene trattata dalle istituzioni, dagli operatori della giustizia, dai mezzi di comunicazione o dalla stessa società. La persona offesa può essere costretta a rivivere ripetutamente il trauma attraverso interrogatori reiterati, accertamenti invasivi o processi particolarmente lunghi e in altri casi può essere esposta alla spettacolarizzazione mediatica, alla diffusione della propria identità o a forme di colpevolizzazione, fenomeno noto come victim blaming, che tende ad attribuire alla vittima una responsabilità, anche solo indiretta, per quanto accaduto.

La vittimizzazione terziaria riguarda gli effetti del reato sulle persone legate alla vittima principale. Familiari, partner, figli, amici e persone emotivamente coinvolte possono sviluppare conseguenze psicologiche anche molto gravi, soprattutto nei casi di omicidio, violenza sessuale o eventi particolarmente traumatici. Il dolore, il senso di perdita, la ricerca di giustizia e il prolungato coinvolgimento nelle vicende processuali possono determinare forme di stress cronico, depressione o disturbo post-traumatico da stress anche nelle cosiddette co-vittime. Per questo motivo la moderna vittimologia riconosce ai familiari un ruolo autonomo nel percorso di assistenza e sostegno.

La rivittimizzazione, o revictimization, si verifica quando una persona già vittima di un reato subisce ulteriori episodi di vittimizzazione nel corso della propria vita. Il nuovo evento può essere dello stesso tipo oppure appartenere a una diversa categoria di reato. Numerosi studi hanno evidenziato come le vittime di maltrattamenti, violenza domestica, stalking o abuso sessuale presentino un rischio significativamente maggiore di essere nuovamente vittimizzate rispetto alla popolazione generale.

La vittimizzazione può assumere anche una dimensione collettiva quando il danno interessa un’intera comunità o una determinata categoria di persone. È il caso degli attentati terroristici, delle guerre, delle persecuzioni etniche, dei genocidi, dei disastri ambientali o delle calamità naturali. In tali circostanze la vittima non è soltanto il singolo individuo, ma l’intero gruppo sociale colpito dall’evento traumatico.

L’evoluzione tecnologica ha dato origine a nuove forme di vittimizzazione, oggi raccolte sotto il termine di vittimizzazione digitale o cyber victimization. Esse comprendono il cyberstalking, il cyberbullismo, il revenge porn, il furto di identità digitale, le truffe informatiche, il phishing e la diffusione illecita di dati personali. La peculiarità della vittimizzazione digitale risiede nella sua capacità di prolungarsi nel tempo e di amplificare il danno attraverso la diffusione incontrollata delle informazioni nella rete, con ripercussioni spesso molto gravi sulla vita personale, lavorativa e relazionale della vittima.

Le diverse forme di vittimizzazione indicano come il danno non si esaurisca nell’evento criminoso, ma possa prolungarsi nel tempo e coinvolgere soggetti diversi.

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