Forensic victimology: la vittima come elemento investigativo
Si afferma spesso che la vittima è l’ultimo testimone del crimine, sintetizzando efficacemente il principio alla base della forensic victimology: la vittima come soggetto passivo del reato rappresenta una preziosa fonte di informazioni per l’investigatore. Le tracce lasciate dalla vittima non si limitano infatti alle evidenze materiali – il corpo, le lesioni, le tracce biologiche, il DNA o gli altri reperti rinvenuti sulla scena del crimine – ma comprendono l’intera storia della sua vita. Per tale ragione l’investigatore analizza sistematicamente:
- le relazioni familiari, affettive e sociali
- le comunicazioni telefoniche e i dispositivi elettronici
- le abitudini quotidiane e lo stile di vita
- l’attività sui social network e la presenza digitale
- il contesto lavorativo ed economico
- la routine, gli spostamenti e gli orari abituali.
Massimo Picozzi e Angelo Zappalà in Criminal Profiling elencano una serie di informazioni che devono essere raccolte:
- Caratteristiche dell’ambiente familiare di provenienza
- Stato civile
- Storia scolastica
- Anamnesi sotto il profilo medico generale e psicopatologico
- Uso di droghe e di alcol
- Caratteristiche della sfera relazionale e sentimentale
- Abitudini sessuali
- Stile di vita, abitudini, interessi
- Storia occupazionale
- Presenza di problemi finanziari
- Ultimo impiego conosciuto e organizzazione della giornata lavorativa
- Ricostruzione dettagliata degli avvenimenti precedenti l’aggressione
- Attività di routine (per es., aprire e leggere la posta appena rincasati)
- Precedenti di giustizia
- Informazioni disponibili lasciate dalla vittima (per es., diari o lettere)
- Conoscenza di precedenti minacce o di persone mal disposte verso la vittima
Quando ci troviamo dinanzi ad un omicidio la prima domanda che ci si pone è: “Chi è l’autore del reato?”. Dal punto di vista investigativo, tuttavia, questo non dovrebbe essere l’unico quesito da cui prende avvio l’indagine. Prima ancora di identificare il responsabile, l’investigatore dovrebbe infatti cercare di comprendere la persona offesa dal reato. La costruzione del profilo vittimologico rappresenta infatti uno dei primi passaggi dell’attività investigativa, poiché consente di formulare ipotesi sul movente, sul contesto del delitto e sul possibile rapporto tra autore e vittima.
Di conseguenza l’attenzione si concentra inizialmente su una serie di quesiti fondamentali, ai quali è necessario rispondere attraverso l’analisi delle evidenze investigative, delle testimonianze e della storia personale della vittima. Le principali domande da porsi sono:
- Perché proprio questa vittima? Era il bersaglio designato oppure si è trattato di una scelta occasionale?
- La vittima è stata scelta o si è trovata casualmente nel luogo del delitto? In altre parole, l’azione è stata pianificata o è meramente opportunistica?
- Era l’obiettivo principale dell’aggressore? In alcuni casi la persona colpita potrebbe essere una vittima sostitutiva o accidentale.
- Era facilmente raggiungibile? La sua routine, le sue abitudini o il contesto in cui viveva rendevano agevole l’azione dell’autore?
- Esistevano situazioni di conflitto a livello familiare, sentimentale, lavorativo, economico o personale?
- Chi conosceva le sue abitudini quotidiane, cioè orari, spostamenti e stile di vita?
- Chi avrebbe potuto trarre un vantaggio dalla sua morte?
- Chi sapeva che, in quel preciso momento, la vittima si sarebbe trovata sola o in una condizione di particolare vulnerabilità?
- La vittima aveva ricevuto minacce?
- Aveva modificato recentemente le proprie abitudini?
- Era coinvolta in controversie giudiziarie, lavorative o sentimentali?
- Aveva manifestato timori o preoccupazioni nei giorni precedenti il delitto?
Il profilo vittimologico
Il profilo vittimologico consiste nella ricostruzione sistematica delle caratteristiche personali, psicologiche, relazionali e comportamentali della vittima. Non si tratta di una semplice descrizione biografica, ma di un’analisi multidisciplinare finalizzata a comprendere il contesto del reato e a orientare l’attività investigativa.
La prima fase del profilo riguarda l’identificazione delle caratteristiche personali della vittima, che costituiscono il punto di partenza dell’analisi investigativa. Queste informazioni consentono di comprendere il contesto nel quale la vittima viveva e di individuare eventuali elementi rilevanti per la ricostruzione del fatto. Tra gli elementi presi in considerazione figurano:
- età;
- sesso;
- stato di salute e condizioni fisiche;
- professione;
- livello di istruzione;
- situazione economica e abitativa.
L’analisi prosegue con la ricostruzione della personalità della vittima, attraverso l’esame delle sue caratteristiche caratteriali e delle modalità con cui si relazionava con gli altri. Tra gli aspetti più significativi rientrano:
-
- introversione o estroversione
- impulsività o autocontrollo
- assertività
- modalità di gestione dei conflitti
- capacità di instaurare relazioni
- eventuali fragilità emotive o psicologiche.
Nessuna vittima vive isolata dal proprio contesto sociale, perciò il profilo vittimologico dedica particolare attenzione alle relazioni interpersonali della persona offesa. L’obiettivo è individuare eventuali conflitti, cambiamenti recenti, rapporti deteriorati o persone che conoscessero in modo approfondito la vita quotidiana della vittima. In particolare, vengono analizzati:
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- i rapporti familiari
- le amicizie
- il partner o il coniuge
- eventuali ex partner
- i colleghi di lavoro
- conoscenti e frequentazioni abituali.
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda lo stile di vita e la routine quotidiana. Le abitudini della vittima permettono infatti di comprendere se il reato sia stato opportunistico o pianificato e se l’autore disponesse di informazioni privilegiate. L’investigatore ricostruisce quindi:
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- la routine quotidiana
- gli orari abituali
- gli hobby e il tempo libero
- l’attività sui social network
- gli spostamenti
- i luoghi frequentati con maggiore regolarità.
Il profilo vittimologico comprende anche la valutazione delle eventuali condizioni di vulnerabilità della vittima per comprendere il livello di esposizione al rischio e le eventuali ragioni che hanno reso la vittima un bersaglio particolarmente sensibile. Le vulnerabilità possono essere:
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- economiche, come difficoltà finanziarie o dipendenza patrimoniale
- psicologiche, quali fragilità emotive, disturbi psichici o condizioni di particolare stress
- relazionali, ad esempio situazioni di isolamento, conflittualità o dipendenza affettiva
- fisiche, legate all’età, a disabilità o a patologie che possano aver ridotto la capacità di difesa.
Infine, si procede alla valutazione del rischio vittimologico, ossia alla stima del livello di esposizione della vittima a possibili condotte criminali sulla base delle informazioni raccolte, che è uno strumento di analisi che permette di verificare la coerenza tra il profilo della vittima, il contesto relazionale e le modalità dell’azione criminosa.
A fini investigativi il rischio viene generalmente classificato in tre livelli:
-
- rischio basso, quando non emergono particolari fattori di vulnerabilità o situazioni di esposizione
- rischio medio, quando sono presenti alcune condizioni che possono aver favorito il reato, pur senza costituire un quadro di elevata criticità
- rischio alto, quando la vittima si trovava in una situazione di particolare vulnerabilità o era esposta a minacce, conflitti, attività ad alto rischio o relazioni potenzialmente pericolose.
Il collegamento tra il profilo vittimologico e la scena del crimine
La costruzione del profilo vittimologico non costituisce un’attività autonoma, ma deve essere costantemente confrontata con la scena del crimine, gli accertamenti medico-legali e la dinamica dell’evento, al fine di verificarne la coerenza investigativa e di ricostruire con metodo scientifico la dinamica del delitto. L’analisi viene quindi sviluppata mettendo in relazione il profilo della vittima con diversi elementi fondamentali.
Il primo confronto riguarda la scena del crimine. La posizione del corpo, la distribuzione delle tracce ematiche, la presenza di segni di colluttazione, di effrazione o di disordine possono fornire indicazioni preziose sul rapporto tra autore e vittima e sulla dinamica dell’aggressione. Una scena ordinata o, al contrario, fortemente disorganizzata può fornire indicazioni sulla dinamica dell’aggressione, sul grado di pianificazione e sul rapporto tra autore e vittima.
Anche la modalità omicidiaria deve essere analizzata alla luce del profilo vittimologico. L’azione è stata rapida oppure prolungata? L’aggressione appare pianificata o improvvisata? È stata esercitata una violenza mirata oppure indiscriminata? La risposta a queste domande può contribuire a comprendere il grado di conoscenza tra autore e vittima, il livello di controllo esercitato durante il delitto e il possibile movente.
L’arma utilizzata rappresenta un ulteriore elemento di analisi. Un’arma portata dall’autore può suggerire una premeditazione, mentre un’arma reperita sul luogo potrebbe indicare un’aggressione opportunistica o improvvisa. La tipologia dell’arma può offrire indicazioni sul grado di pianificazione, sulla familiarità dell’autore con strumenti offensivi e sulla natura del rapporto con la vittima.
Particolare attenzione viene riservata all’eventuale presenza di overkilling, ossia all’impiego di una violenza eccessiva rispetto a quella strettamente necessaria per provocare la morte. Numerosi colpi inferti alla vittima, lesioni multiple o particolarmente cruente possono suggerire un forte coinvolgimento emotivo dell’autore, come rabbia, risentimento, desiderio di punizione o vendetta. Sebbene l’overkilling non sia di per sé prova di un rapporto personale tra autore e vittima, rappresenta un elemento che deve essere valutato insieme a tutti gli altri dati disponibili.
L’analisi deve inoltre verificare l’eventuale presenza di fenomeni di staging, vale a dire la modificazione intenzionale della scena del crimine da parte dell’autore con lo scopo di depistare le indagini. Lo staging può consistere nello spostamento del corpo, nell’alterazione della disposizione degli oggetti, nella simulazione di un furto, di un suicidio o di un incidente, oppure nell’eliminazione di tracce compromettenti. Il confronto tra il profilo della vittima e le caratteristiche della scena consente spesso di individuare elementi incompatibili con la ricostruzione apparentemente suggerita dall’autore.
Diverso è il fenomeno dell’undoing, che consiste in comportamenti messi in atto dall’autore per attenuare simbolicamente le conseguenze della propria azione. Rientrano tra questi comportamenti il coprire il corpo della vittima, ricomporne gli abiti, chiuderne gli occhi o assumere atteggiamenti che denotano una forma di rimorso, di pietà o di legame emotivo. L’undoing non deve essere interpretato automaticamente come indice di una relazione affettiva tra autore e vittima, ma rappresenta un elemento che può contribuire alla ricostruzione del profilo comportamentale dell’aggressore.
Nel corso dell’analisi è importante distinguere il modus operandi dalla cosiddetta firma (signature). La firma comprende quei comportamenti che non sono necessari alla commissione del reato, ma rispondono a esigenze psicologiche dell’autore e tendono a ripetersi in più episodi criminosi. Essa può manifestarsi attraverso specifiche modalità di disposizione del corpo, mutilazioni, rituali o altri comportamenti simbolici che riflettono la personalità dell’aggressore. Il modus operandi rappresenta invece l’insieme delle modalità operative utilizzate per commettere il reato e garantirne il successo. A differenza della firma, il modus operandi può modificarsi nel tempo in funzione dell’esperienza acquisita dall’autore e delle circostanze del caso. Esso comprende, ad esempio:
-
- la scelta del momento dell’aggressione
- le modalità di avvicinamento alla vittima
- l’eventuale neutralizzazione delle difese
- i mezzi impiegati per la fuga
- le precauzioni adottate per evitare l’identificazione.
L’analisi si estende, infine, al comportamento post delictum. Questi comportamenti, se interpretati nel contesto complessivo dell’indagine, possono fornire indicazioni sul livello di organizzazione dell’autore, sul suo coinvolgimento emotivo e sulla natura del rapporto con la vittima. Tra gli elementi di interesse investigativo rientrano:
- la fuga
- l’occultamento del cadavere
- la distruzione o l’asportazione di prove
- il tentativo di simulare altre ipotesi investigative
- il ritorno sulla scena del crimine
- i contatti con i familiari della vittima
- le dichiarazioni rese agli investigatori
- l’eventuale partecipazione alle ricerche o alle manifestazioni pubbliche.
