Tra le pieghe più aspre e meno raccontate della storia italiana del dopoguerra, la Sardegna occupa un posto inquietante, sospeso tra necessità geopolitiche e devastazione ambientale. Un’isola trasformata, in larga parte e per decenni, in laboratorio militare a cielo aperto, dove il confine tra difesa e distruzione si è fatto sempre più labile. Una realtà ricostruita con rigore dalla giornalista e antropologa Lisa Camillo nel suo libro “Una ferita italiana”, da cui emergono molti degli elementi più oscuri di questa vicenda.
Nel cuore del nord dell’isola, sul Monte Limbara, tra Gallura e Logudoro, sorgeva una delle installazioni legate alla presenza della NATO: una base radio dell’USAF, l’aeronautica militare statunitense, destinata all’intercettazione delle comunicazioni sovietiche durante gli anni della Guerra Fredda. Era solo una delle numerose presenze militari disseminate sul territorio sardo, un sistema capillare che arrivava a concentrare circa il 60% delle basi NATO presenti in Sardegna, spesso nascosto in aree di straordinaria bellezza naturale.
Luoghi come Teulada incarnano questa contraddizione in modo emblematico: spiagge incontaminate, acque cristalline, e sotto la superficie – letteralmente – missili conficcati nel terreno, residuati bellici e ordigni inesplosi. Un paesaggio che, più che difeso, appare sequestrato, con intere zone interdette alla popolazione civile per gran parte dell’anno.
Le radici di questa presenza affondano negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Tra il 1947 e il 1950, mentre prendeva forma l’ordine bipolare del mondo e prendeva avvio la Guerra Fredda, l’Italia, stremata dalla fame e dalla distruzione, accettò il sostegno economico statunitense, anche a costo di cedere porzioni del proprio territorio a fini militari. La Sardegna divenne così un avamposto strategico: missili puntati verso l’Unione Sovietica e vaste aree destinate a simulazioni di guerra.
Nel corso dei decenni successivi, l’intero territorio sardo – dal nord al sud dell’isola – è stato inglobato in una logica militare pervasiva. Il prezzo pagato è stato altissimo. Il passaggio dei carri armati ha devastato intere aree, cancellando anche preziose testimonianze archeologiche di epoca nuragica. Le immagini aeree restituiscono paesaggi craterizzati, segnati da esplosioni ripetute, dove la natura appare violentata, resa irriconoscibile.
È però nel sud-est dell’isola, nei poligoni di Teulada, Capo Frasca e soprattutto Quirra, che questa trasformazione assume contorni ancora più tetri. Qui, nel corso degli anni, si è consolidato un sistema opaco fatto di attività militari, smaltimenti e silenzi istituzionali. A incrinarlo è stata, a distanza di decenni, l’inchiesta del magistrato Domenico Fiordalisi, che a Lanusei ha indagato sull’impatto ambientale e sanitario delle attività nei poligoni.
Il processo “Veleni di Quirra”, avviato nel 2011, ha portato alla luce un intreccio inquietante di traffici, armi, segreti militari, inquinamento e morte. In primo grado, nel marzo 2023, tutti i 20 imputati sono stati assolti “perché il fatto non sussiste”: i giudici non hanno ritenuto provato il nesso penale tra le attività del poligono e le patologie riscontrate. L’iter giudiziario, tuttavia, non è concluso: ad aprile 2026 il processo è in appello a Cagliari. L’assoluzione penale, in ogni caso, non equivale a una negazione dell’inquinamento, ma indica soltanto che, sul piano giuridico, le prove disponibili non sono state ritenute sufficienti a dimostrare un nesso causale diretto.
A rafforzare questo scenario sono state le analisi del fisico Evandro Lodi Rizzini, già collaboratore del CERN di Ginevra, che ha riesumato i corpi di 18 pastori morti di cancro, rilevando in 12 casi la presenza di torio, elemento altamente radioattivo. Parte della documentazione è stata coperta da segreto di Stato, includendo dati estremamente gravi, come le 167 vittime correlate alla contaminazione nell’area.
Il poligono di Quirra è così divenuto simbolo della cosiddetta “sindrome di Quirra”: un’incidenza anomala di tumori, neoplasie e leucemie che ha colpito militari e civili residenti nelle zone circostanti, segnando intere comunità.
In questo scenario si inserisce l’azione di Mauro Pili, già sindaco di Iglesias e fondatore della lista civica UNIDAS (Unione Difesa Ambiente Sardegna), che negli anni ha denunciato con forza un intreccio di interessi tra Ministero della Difesa e ambienti accademici.
Emblematico è il caso del professore Francesco Riccobono, incaricato nel 2004 dall’Aeronautica di studiare quanto avveniva nel poligono di Quirra. Nel corso di un lungo interrogatorio, emerse come la richiesta ministeriale di accertare la verità si configurasse, nei fatti, come una messinscena. Alla domanda sull’omissione del torio nei documenti ufficiali, Riccobono parlò di un errore di impaginazione, poi smentito da intercettazioni ambientali che rivelavano pressioni dirette per omettere elementi compromettenti.
Parallelamente, ulteriori riscontri arrivano dalle dichiarazioni del generale Francesco Pia, secondo cui nel territorio di Perdasdefogu giungevano colonne di mezzi militari carichi di armamenti da smaltire tramite esplosione.
Le modalità operative erano rudimentali: ruspe scavavano enormi fosse in aree isolate, riempite di ordigni e fatte detonare. Le cavità venivano poi ricoperte senza alcuna attenzione alla dispersione delle polveri, che si sollevavano e si depositavano sul territorio circostante come una coltre.
Tra gli anni Novanta e Duemila, il poligono di Quirra fu teatro di una vera e propria campagna di brillamenti. Decine di crateri, larghi fino a trenta metri, ospitavano ordigni di varia provenienza. Dopo ogni esplosione, restavano residui di polveri nere, bianche e verdi, mentre nubi dense, alte fino a cinquanta metri, venivano trasportate dai venti verso i centri abitati, come Escalaplano.
Ed è proprio a Escalaplano che, a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, la situazione assume contorni ancora più drammatici. Si registra un numero anomalo di nascite con gravi malformazioni, interruzioni di gravidanza e compromissioni diffuse del bestiame. La pediatra Luisa Aru ha dichiarato di aver osservato patologie viste fino ad allora solo nei manuali. In alcuni casi, si è stimato che un bambino su quattro nascesse con gravi malattie.
Il nesso tra esposizione a sostanze tossiche e insorgenza di patologie è stato riconosciuto dalla Corte di Cassazione nel 2018 per i militari impiegati nei Balcani, ma non per il contesto sardo. Eppure, circa 4200 missili MILAN contenenti torio sono stati esplosi nel poligono di Teulada, in aree interdette ai civili: di questi, solo 19 sono stati recuperati. Nel corso di una visita ispettiva, Pili ha riscontrato che il materiale radioattivo proveniente da quei residui era conservato in modo inadeguato. Altri 2000 missili dello stesso tipo risultano utilizzati nell’area di Quirra.
Accanto alle denunce, persiste un clima di silenzio. Alcuni cittadini hanno formato comitati, mentre molti pastori evitano di esporsi per timore di perdere l’accesso ai pascoli all’interno del poligono. In questo contesto, anche di fronte alla nascita di animali deformi, prevale spesso la scelta di non denunciare.
Una testimonianza significativa è quella del veterinario Sandro Lorrai, che nel 2017, recatosi nelle campagne di Ollistincus dopo segnalazioni di una moria di pecore, descrisse uno scenario desolante: carcasse ovunque e vasche d’acqua con riflessi giallo-verdastri, ricoperte da una patina oleosa.
In questo stesso territorio si inserisce la vicenda del medico Antonio Pili, primario dell’ospedale Binaghi di Cagliari ed ex sindaco di Villaputzu. Già nel 2001 denunciò la connessione tra tumori e attività del poligono. Le conseguenze furono pesanti: la perdita delle elezioni e una vicenda giudiziaria che lo portò al carcere, con l’accusa di non aver segnalato la presenza di arsenico – elemento utilizzato come spiegazione alternativa, legato a una lunga storia mineraria, che finì per oscurare responsabilità più ampie.
Negli anni successivi, anche il sindaco Fernando Codonesu denunciò le attività del poligono, subendo intimidazioni, tra cui una bomba finta al municipio e l’invio di un proiettile.
Le origini di questa realtà risalgono al 1957, quando il Ministero della Difesa individuò la zona di Teulada come area ideale per un poligono. Circa 250 famiglie furono allontanate: alcune accettarono compensazioni, altre subirono espropri forzati e vennero caricate su camion destinati al trasporto di bestiame.
A distanza di decenni, lo scenario si estende anche ad altre aree dell’isola. Nell’arcipelago della Maddalena, nel 2003, si sfiorò un incidente atomico: il sottomarino nucleare USS 768 Hartford si incagliò al largo dell’isola e fu condotto alla base di Santo Stefano in gran segreto. La vicenda emerse grazie a uno scoop del giornale The Day, mentre la versione ufficiale americana parlò di un incidente di routine. Rilievi successivi dell’IRSN francese misero in dubbio tale ricostruzione, indicando una diversa localizzazione e sollevando interrogativi sulla presenza stessa del sottomarino in quelle acque.
A confermare la diffusione di contaminanti contribuiscono anche studi scientifici. L’entomologa Ilaria Negri, analizzando le api, ha rilevato la presenza di particolato metallico – manganese, vanadio, rame, cromo – nei loro organismi.
Su questo punto interviene anche la dottoressa Antonietta Gatti, che collega l’inalazione di polveri sottili alla trasmissione di contaminanti dall’organismo materno all’embrione, con conseguenze che includono malformazioni fetali. Le nanoparticelle si generano nei processi di combustione e nelle esplosioni, si disperdono nell’aria e, una volta inalate o ingerite, risultano difficilmente eliminabili dall’organismo.
Insieme a Stefano Montanari, ha fondato la Nanodiagnostic S.r.l., laboratorio specializzato nell’analisi di campioni biologici. Tra i casi analizzati, il rapporto n. 35 del 2007 su un giovane militare morto dopo aver prestato servizio a Teulada evidenziò tessuti impregnati di particolato metallico e aggregati compatibili con esplosioni ad alta energia, costituiti da sostanze né biocompatibili né biodegradabili.
Nel 2018, nel corso del procedimento su Quirra, anche questa attività di ricerca fu oggetto di pressioni. All’indomani della sua audizione presso il Tribunale di Lanusei, venne disposto un sequestro probatorio nei confronti della Gatti e del laboratorio. Il provvedimento fu poi dichiarato illegittimo, ma alla restituzione i dispositivi risultavano manomessi. La comparsa di file non presenti nelle copie di sicurezza e messaggi informali che evocavano l’interesse dei servizi segreti rafforzarono l’impressione di un intervento non neutrale. Nonostante ciò, la ricercatrice ha proseguito la propria attività.
Parallelamente, già a partire dagli anni Sessanta, un’altra presenza ha inciso profondamente sul territorio: quella della SARAS, fondata dalla famiglia Moratti a Sarroch. La popolazione locale risente delle emissioni: secondo medici del territorio, si registra un maggiore consumo di farmaci e una diffusione significativa di patologie respiratorie, incluse forme tumorali.
Uno studio del professor Annibale Biggeri ha evidenziato mutazioni del DNA nella popolazione, un abbassamento dell’età media e casi di tumori particolarmente aggressivi, con esiti fatali in pochi mesi. Testimonianze locali riferiscono che, durante le piogge intense, le esondazioni dei vasconi causano il riversamento in mare dei materiali di scarto, con effetti visibili anche sulla flora marina, come l’alterazione del colore delle alghe.
Nel Golfo degli Angeli, le petroliere dirette alla raffineria, dopo lo scarico, effettuano operazioni di lavaggio delle cisterne. Le acque, pur depurate dal greggio, trattengono residui oleosi e idrocarburi: il loro scarico è vietato entro le dodici miglia, ma le segnalazioni di chiazze e odori persistono. I controlli della Capitaneria di porto sono presenti, ma le operazioni in acque internazionali sfuggono spesso alla vigilanza.
A monitorare la situazione interviene anche l’associazione Mare Limpiu, impegnata nella denuncia dell’inquinamento da idrocarburi e microplastiche, nella presentazione di esposti alle autorità competenti e nell’organizzazione di attività di pulizia di spiagge e fondali. Il nodo resta irrisolto: un traffico petrolifero intenso a ridosso di un’area di straordinario valore.
Le conseguenze ambientali e sanitarie si manifestano anche nella fauna e nella popolazione: pesci contaminati da metalli pesanti e alterazioni dell’epitelio nasale nei bambini di Sarroch. Un intreccio tra industria, apparati strategici e interessi economici che contribuisce a rafforzare un clima di omertà.
Eppure, accanto a questo silenzio, esiste una resistenza. I balentes sono tutti quei sardi che, come l’attivista Mariella Cao, continuano a opporsi alle bombe e ai veleni che hanno reso impraticabili vaste porzioni dell’isola.
La Sardegna non è solo un territorio ferito: è una linea di confine tra verità e omissione, tra sviluppo e sacrificio. E finché quella linea resterà opaca, ogni assoluzione, ogni silenzio, ogni mare solo in apparenza calmo continuerà a nascondere ciò che non è stato ancora davvero portato alla luce.
