Vincenzo Verzeni – Il vampiro cretino

Nel panorama della criminologia italiana, il nome di Vincenzo Verzeni occupa una posizione peculiare. Nato a Bottanuco l’11 aprile 1849, in un contesto familiare contadino e povero di calore umano, Verzeni, descritto come “cretino, figlio di cretini [veniva definito cretinismo l’ipotiroidismo congenito, molto diffuso nelle zone montane e cagionato da carenza endemica di sodio, NdA] e malato di pellagra”, è oggi considerato uno dei primi casi di omicida seriale in Italia. Due assassinii accertati, consumati tra il 1870 e il 1871, sono sufficienti a proiettarlo al centro di un dibattito che travalica la cronaca nera per entrare nella storia dell’antropologia criminale.
Le vittime sono due donne, entrambe aggredite in aperta campagna. La dinamica presenta elementi che, alla luce delle categorie moderne, appaiono inequivocabili: approccio diretto, violenza rapida, strangolamento manuale e, soprattutto, una relazione con il corpo post mortem che introduce componenti di natura sessuale e compulsiva. Verzeni stesso, nelle sue confessioni, descrive il gesto omicidiario come strettamente connesso al piacere, fino a dichiarare che l’atto dello strangolamento coincide con il raggiungimento dell’orgasmo: “Appena io metteva loro le mani sul collo aveva l’erezione”.

Le vittime

Il primo omicidio avviene l’8 dicembre 1870. Giovanna Motta, 14 anni, viene ritrovata nuda su una strada di campagna con la bocca piena di terra. Il corpo è “quasi spaccato a mezzo per lungo; mancante di alcune parti, ed in specie dei visceri”, che vengono trovati all’interno di un albero, mentre un polpaccio è in una baracca. Dal corpo erano stati asportati gli organi sessuali, mentre i vestiti sono nascosti sotto del frumento. Le condizioni del cadavere rendono difficile per i periti stabilire con certezza la dinamica esatta della morte. In particolare, non è possibile distinguere con precisione le lesioni inferte in vita da quelle successive al decesso, né determinare con sicurezza la causa immediata della morte, sebbene non venga esclusa l’ipotesi di soffocamento. Anche l’eventuale violenza sessuale resta indeterminata, a causa dell’asportazione degli organi genitali.
L’anno successivo, il 27 agosto, Verzeni aggredisce Elisabetta Pagnoncelli di 28 anni. Trovata nuda in un campo coltivato, sul collo reca un’ecchimosi lacerata prodotta da una corda, ritrovata sulla scena del crimine. Il cadavere presenta ampie ferite al braccio destro, in regione lombare, alla nuca, al ventre, dal quale fuoriuscivano “gli intestini ed il ventricolo”. Anche in questo caso il corpo viene sottoposto a violenze successive al decesso: profonde ferite, mutilazioni e l’eviscerazione indicano un accanimento che va oltre la semplice azione omicidiaria. Sul dorso della vittima vengono rinvenuti alcuni spilli, mentre altri sono dispersi nelle vicinanze, confermando una modalità che assume tratti quasi rituali.
La componente sessuale è strutturale; non siamo infatti in presenza di un movente economico, di una vendetta o di un impulso momentaneo: è una dinamica interna, reiterabile e difficilmente controllabile. In questo senso, Verzeni anticipa molti tratti che la criminologia contemporanea identificherà nei serial killer: compulsione, ritualità, escalation e una particolare gestione del corpo della vittima.

La perizia di Cesare Lombroso

Il caso Verzeni non è solo un caso criminale; è, soprattutto, un caso scientifico. A occuparsene è Cesare Lombroso, che vede in lui una conferma della propria teoria dell’atavismo criminale. Secondo Lombroso, Verzeni rappresenta un ritorno a stadi primitivi dell’evoluzione umana: un individuo capace di replicare istinti arcaici, predatori, quasi animaleschi. Le anomalie fisiche rilevate – asimmetrie craniche, particolarità anatomiche – vengono lette come segnali di una degenerazione biologica.
Durante l’esame psichiatrico, Verzeni confessa a Lombroso non solo gli omicidi accertati, ma anche altri episodi, dichiarando di trarre da tali atti un piacere intenso. La dimensione del godimento emerge con forza nelle testimonianze riportate: si parla di un “piacere ineffabile” nel mordere i corpi e succhiarne il sangue, in una narrazione che richiama suggestioni proprie della letteratura gotica e popolare.
Lo stesso Verzeni riferisce di aver asportato parti dei corpi per conservarle e consumarle in un secondo momento, in una sorta di ritualità che rafforza l’idea di una condotta non episodica ma bensì strutturata: “Spaccai la Motta con un rasoio e provai nel farlo un gran piacere” e “succhiai il sangue che era salato, con che godei moltissimo… Poi asportai il polpaccio per poterlo continuare a gustare a casa e arrostirmelo”.
Lombroso ritiene di trovarsi dinanzi a una rivelazione scientifica. Nella sua ricostruzione, Verzeni appare come una figura assimilabile a un Jack lo squartatore italiano, capace di agire con una violenza reiterata e priva di rimorso, al punto da ammettere che, se fosse stato liberato, non avrebbe saputo resistere alla tentazione di uccidere ancora.
Per Lombroso, il caso assume un valore paradigmatico. Verzeni diventa la prova vivente della teoria dell’atavismo: un individuo che riproduce comportamenti e istinti primitivi, riconducibili a stadi evolutivi precedenti. Elementi come la cosiddetta fossetta occipitale mediana vengono interpretati come segni fisici di questa regressione, rafforzando l’idea di una connessione tra caratteristiche biologiche e predisposizione al crimine.
Questa lettura apre scenari complessi; Lombroso stesso comprende che le implicazioni delle sue conclusioni sono profonde e problematiche. Se il delinquente è, almeno in parte, determinato da fattori biologici e quindi meno responsabile, allora l’intero impianto giuridico basato sulla responsabilità individuale rischia di entrare in crisi. Il tentativo di distinguere tra imputabili e non imputabili, che aveva inizialmente guidato le sue ricerche, si trasforma così in una fonte di incertezza per giudici e periti.
A partire da questi elementi, Lombroso sviluppa una lettura complessa del caso. Pur riconoscendo la scarsità di dati che indichino una vera e propria alterazione mentale, sostiene che la natura dei delitti richiede comunque una spiegazione che va oltre la semplice volontà criminale. Introduce così l’idea di un furore sanguinario associato a una componente sessuale deviata, in cui impulsi violenti e libidine si intrecciano in modo anomalo.
Per sostenere questa interpretazione, Lombroso individua una serie di elementi che, a suo avviso, resterebbero altrimenti inspiegabili: la trasformazione improvvisa del carattere dopo la pubertà, il passaggio da una personalità docile a comportamenti estremamente violenti; la dispersione dei resti delle vittime e alcuni gesti apparentemente privi di logica; la rapidità con cui vengono compiuti atti complessi; la reiterazione dei delitti in periodi specifici dell’anno; la scelta di vittime molto diverse tra loro, senza apparenti criteri di attrazione; e infine la forza fisica dimostrata durante le aggressioni.
A questi fattori Lombroso aggiunge una componente ereditaria, legata alle condizioni familiari e a patologie come la pellagra, che nella sua prospettiva contribuirebbero a spiegare una precoce e accentuata deviazione della sfera sessuale.
La conclusione cui giunge è articolata. Da un lato, riconosce che Verzeni conserva lucidità e capacità di pianificazione, come dimostrano i tentativi di occultare i delitti e di costruirsi un alibi. Dall’altro, ritiene che la violenza degli atti riveli una componente morbosa che riduce, almeno in parte, la responsabilità dell’imputato.
È proprio questa contraddizione a costituire il cuore della sua analisi: Verzeni appare contemporaneamente lucido e dominato da impulsi che sembrano sfuggire al controllo. Una tensione che Lombroso sintetizza in modo emblematico, parlando di una perfetta lucidità di menteaccompagnata, al contempo, da una sorta di irresistibilità dell’atto.

Il vampiro alla sbarra

Il processo Verzeni si tiene davanti alla Corte d’Assise di Bergamo dal 26 marzo al 9 aprile 1873 ed è essenzialmente incentrato sullo stato mentale dell’imputato.
All’udienza del 31 marzo, Cesare Lombroso interviene con una serie di osservazioni che mirano chiaramente a orientare la percezione dei giudici. La prima è una domanda apparentemente tecnica, ma dal forte impatto suggestivo: chiede ai periti che hanno esaminato Verzeni nelle carceri di Bergamo se abbiano mai rilevato sulla sua camicia tracce di macchie seminali, antiche o recenti. L’obiettivo è evidente: sostenere l’idea di una devianza sessuale strutturata, arrivando a insinuare che l’imputato fosse un onanista, tesi questa non accolta dai periti.
Non soddisfatto, Lombroso tenta un secondo affondo, ancora più teatrale. Domanda se sia stata esaminata la retina dell’imputato, sostenendo che essa rappresenta “quasi una finestra per cui si guarda entro il cervello”. La richiesta, oltre a mettere in difficoltà i periti – che ammettono la propria impreparazione su questo specifico punto – appare come un’ulteriore mossa retorica rivolta alla corte. L’indagine viene comunque autorizzata e affidata a un oculista indicato dallo stesso Lombroso. L’esame, svolto in aula il 3 aprile, non produce risultati significativi: si limita ad accertare che Verzeni è affetto da strabismo.
Il 7 aprile è la volta del perito psichiatra, il dottor Mancini, direttore del Manicomio di Brescia, figura di grande autorevolezza scientifica. La sua esposizione è ampia e articolata e si fonda su un principio chiaro: per comprendere la dimensione morale di un individuo è necessario partire dalla sua realtà fisica. In quest’ottica, Mancini sottopone Verzeni a un’osservazione prolungata, durata sei mesi.
Dall’analisi emergono alcuni elementi fisici – come lo strabismo e i postumi di un’antica osteite alla gamba destra – che contribuiscono a delineare un profilo complessivo dell’imputato, senza assumere valore determinante sul piano psichiatrico. Più rilevante, invece, è l’attenzione che Mancini dedica alla sfera sessuale, in linea con l’impostazione clinica dell’epoca.
Nel corso dei colloqui, il perito affronta direttamente il tema della masturbazione. Verzeni sostiene di avervi fatto ricorso solo raramente e per imitazione di altri detenuti, dichiarando inoltre di non aver mai avuto rapporti sessuali con donne. Una versione che Mancini non ritiene credibile. A suo avviso, infatti, il linguaggio utilizzato dall’imputato, giudicato particolarmente scurrile, rappresenta un chiaro indice di lascivia; allo stesso modo, le condizioni fisiche dei genitali non risultano compatibili con l’immagine di castità e continenza che Verzeni tenta di fornire.
In questo confronto tra impostazioni diverse – quella più suggestiva e orientata di Lombroso e quella più sistematica e osservativa di Mancini – si delinea uno dei nodi centrali del processo: la difficoltà di distinguere tra devianza morale, impulso sessuale e reale patologia psichica.
Dal punto di vista fisico, le perizie non rilevano in Vincenzo Verzeni alcuna alterazione tale da poter incidere direttamente sulla sua condotta morale. Vengono escluse condizioni patologiche evidenti – come alcolismo, malattie cardiache, forme di deterioramento cerebrale o altre affezioni del sistema nervoso – che possano spiegare il comportamento criminale in termini strettamente medici.
Ancora più netta è la posizione dei periti sul piano psichico. Le indagini condotte escludono la presenza di allucinazioni sensoriali, così come di qualsiasi forma di delirio, anche di tipo circoscritto. Le testimonianze raccolte tra custodi e detenuti confermano l’assenza di comportamenti anomali: nessuno segnala stranezze, alterazioni o segni riconducibili a una qualche forma di alienazione mentale. Il lavoro peritale si spinge fino a un tentativo di analisi profonda della personalità dell’imputato, una sorta di “esame dell’animo” volto a comprendere il suo stato psicologico anche nel momento della commissione dei reati. La conclusione, anticipata con chiarezza, è che non vi siano elementi per sostenere la tesi della pazzia.
I periti rafforzano questa posizione articolando una serie di argomentazioni. In primo luogo, Verzeni non presenta né i segni fisici né quelli morali tipicamente associati alle patologie mentali. Il suo comportamento sociale non devia in modo significativo da quello di un individuo considerato sano: non compie azioni incoerenti, né omette condotte che ci si aspetterebbe da una persona lucida.
In secondo luogo, viene richiamato un principio fondamentale della psichiatria dell’epoca: la malattia mentale non è un fenomeno che compare e scompare improvvisamente. Non è quindi plausibile che Verzeni fosse affetto da pazzia esclusivamente nel momento del delitto, senza manifestarne tracce prima o dopo.
Un ulteriore elemento riguarda la condotta concreta dell’imputato durante i fatti. Verzeni dimostra consapevolezza e capacità di pianificazione: sceglie luoghi e momenti in cui è meno probabile essere scoperto, interrompe l’azione quando percepisce un rischio, tenta la fuga per evitare la cattura. In un episodio specifico, sospende l’aggressione per controllare se vi siano testimoni nelle vicinanze. Tutti comportamenti che indicano lucidità e controllo, incompatibili con uno stato di totale alienazione.
Anche durante l’atto violento, secondo i periti, non emergono elementi riconducibili a una perdita completa di coscienza. In un caso, di fronte alla resistenza della vittima, Verzeni desiste: una reazione che difficilmente si concilierebbe con quella di un soggetto in preda a un impulso incontrollabile.
Nel complesso, i suoi delitti appaiono caratterizzati da una certa coerenza: modalità operative simili, ripetute nel tempo a distanza ravvicinata. Questo schema ricorrente, unito alla capacità di adottare precauzioni e mantenere un comportamento calcolato, porta i periti a escludere non solo la pazzia, ma anche uno stato di “furore morboso” tale da annullare la responsabilità.
La conclusione è netta: anche ammettendo che alcuni episodi siano stati commessi in condizioni particolari, non vi sono elementi sufficienti per considerare Verzeni incapace di intendere e di volere. Al contrario, la sua condotta suggerisce la presenza costante di consapevolezza e libertà d’azione, rendendo difficile qualsiasi riduzione della responsabilità penale su base psichiatrica.
Il 9 aprile prende la parola Cesare Lombroso, e lo fa con un intervento che unisce provocazione e costruzione teorica. L’apertura è affidata a una battuta ad effetto su re Carlo Felice, ricordato come cleptomane: un esempio che gli consente di introdurre il tema della valutazione medico-legale del comportamento deviante. Il sottotesto è chiaro: anche ciò che appare come semplice trasgressione può rientrare in una dimensione patologica.
Da qui, Lombroso sposta il discorso sul terreno della repressione sessuale, individuando nelle condizioni di isolamento o di limitazione dell’attività sessuale un possibile fattore scatenante. Secondo questa lettura, i comportamenti più estremi si manifesterebbero con maggiore frequenza in contesti sociali caratterizzati da privazione: tra sacerdoti, militari, studenti o lavoratori isolati.
Entrando nel merito del caso, Lombroso propone una lettura bifasica delle azioni di Verzeni. Nella fase iniziale, sostiene, agisce una componente di eccitazione; nella prosecuzione, subentra una forma di “furore bestiale”. Una distinzione che gli consente di mettere in discussione la piena lucidità dell’imputato, evidenziando come i delitti si verifichino talvolta in condizioni poco coerenti con un impulso sessuale “ordinario”: sia per il periodo dell’anno – con una concentrazione nei mesi invernali – sia per il profilo delle vittime, spesso non corrispondente a canoni di attrazione convenzionali.
Alcuni elementi della condotta, inoltre, vengono interpretati come segnali di disorganizzazione mentale. Tra questi, l’asportazione e il successivo abbandono di parti del corpo della vittima, o episodi apparentemente privi di logica, come la mancata distruzione di oggetti compromettenti. In questo quadro, anche il cosiddetto “mistero degli spilli” viene letto come indice di una confusione ideativa più profonda.
Sul piano anatomico, Lombroso riconosce che Verzeni non presenta patologie evidenti ed individua una serie di anomalie craniche e fisiche che, nella sua prospettiva, assumono valore interpretativo. Asimmetrie nella struttura frontale, particolarità ossee, differenze nella conformazione auricolare e segni oculari vengono ricondotti a una teoria di tipo atavistico, secondo cui tali caratteristiche costituirebbero tracce di una regressione evolutiva.
Lo stesso Lombroso invita a non attribuire a questi elementi un valore deterministico assoluto. Piuttosto, li utilizza per sostenere una posizione più sfumata: Verzeni non sarebbe completamente padrone delle proprie azioni. In altre parole, pur non essendo totalmente incapace, non agirebbe sempre in pieno dominio della volontà.
Questa impostazione emerge con chiarezza anche nel confronto con il pubblico ministero, che chiede di precisare il grado di responsabilità dell’imputato. La risposta di Lombroso è prudente: riconosce la difficoltà di fornire una valutazione netta, trattandosi di un fenomeno complesso, di natura psicologica. La conclusione è articolata: Verzeni sarebbe pienamente responsabile nella fase iniziale dell’atto e meno nel momento in cui subentra una condizione assimilabile a uno stato di alterazione o “delirio”.
La sentenza del 1873 lo condanna all’ergastolo e ai lavori forzati a vita nel manicomio criminale della Senavra a Milano. Il 23 luglio 1874 tenta di uccidersi impiccandosi all’inferriata della sua cella. Sopravvive e intanto la condanna viene commutata in trent’anni di reclusione che sconta a Civitavecchia. Esce per fine pena all’inizio del Novecento e ritorna a Bottanuco dove muore per cause naturali il 31 dicembre 1918.

Fino a che punto un impulso può ridurre la responsabilità?

In questo equilibrio instabile tra coscienza e impulso, tra responsabilità e determinazione biologica, si colloca uno dei primi tentativi della criminologia moderna di comprendere il fenomeno dell’omicidio seriale. Un tentativo che, pur nei limiti del contesto scientifico dell’epoca, continua a sollevare interrogativi ancora oggi aperti.
Il processo mette in crisi questa lettura e i periti si dividono. Da un lato Lombroso, che sostiene una parziale diminuzione di responsabilità legata a un impulso irresistibile; dall’altro altri esperti, come il dottor Mancini, che escludono la pazzia e sottolineano la lucidità dell’imputato. Verzeni sceglie i luoghi, evita di essere scoperto, interrompe l’azione se percepisce un rischio: comportamenti incompatibili con uno stato di totale alienazione.
Il nodo è tutto qui: Verzeni è capace di intendere e di volere e allo stesso tempo appare dominato da una pulsione che lui stesso definisce ingestibile. Una contraddizione che anticipa questioni ancora oggi centrali nel diritto penale: fino a che punto un impulso può ridurre la responsabilità? Esiste una linea chiara tra devianza, patologia e scelta?
Una posizione che, ancora una volta, mette in luce la tensione tra due esigenze opposte: da un lato, la necessità giuridica di definire la responsabilità; dall’altro, il tentativo scientifico di comprendere un comportamento che sfugge alle categorie tradizionali.

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