Proscenio italiano
Nel 1972 l’Italia vive una stagione inquieta. Il miracolo economico appartiene già al passato, l’industrializzazione ha trasformato il Paese e milioni di persone si sono spostate dal Mezzogiorno verso le grandi città del Nord. Le fabbriche restano il cuore della vita economica nazionale, ma sono attraversate da scioperi, conflitti sindacali e tensioni sociali sempre più frequenti.
La crescita continua, seppur con minore slancio rispetto agli anni Sessanta. L’inflazione aumenta, il costo della vita pesa sulle famiglie e la fiducia nelle istituzioni comincia a mostrare crepe evidenti. Nelle periferie industriali convivono aspirazioni di benessere e un crescente senso di insoddisfazione.
La televisione rappresenta il principale collante culturale della nazione. Milioni di italiani seguono i programmi della RAI, si riuniscono davanti a Rischiatutto con Mike Bongiorno e condividono un immaginario collettivo ancora fortemente unitario. Parallelamente, una nuova generazione guarda altrove: al rock, ai movimenti studenteschi, alle contestazioni universitarie e ai profondi mutamenti culturali che attraversano l’Occidente.
Anche il cinema riflette questo clima. Autori come Francesco Rosi, Elio Petri, Federico Fellini, Marco Bellocchio e Pier Paolo Pasolini raccontano un Paese attraversato da inquietudini profonde, nel quale politica, lavoro, potere e identità nazionale diventano oggetto di un confronto sempre più aspro.
Sul piano politico la situazione appare instabile. Le elezioni anticipate del maggio 1972 riportano al governo Giulio Andreotti, mentre il Movimento Sociale Italiano cresce nel consenso e la sinistra extraparlamentare continua a occupare piazze, università e fabbriche. L’eco di Piazza Fontana non si è ancora spenta e il termine “strategia della tensione” comincia a entrare nel dibattito pubblico.
L’Italia vive così una condizione ambigua: una democrazia formalmente solida che convive con apparati opachi, organizzazioni clandestine, estremismi ideologici e violenze politiche sempre più frequenti.
La frontiera orientale costituisce uno dei territori più delicati di questo scenario. Il Friuli-Venezia Giulia conserva le cicatrici della guerra, della questione confinaria e delle tensioni legate alla vicinanza con la Jugoslavia socialista. In quest’area operano gruppi neofascisti particolarmente attivi e, negli anni successivi, emergeranno collegamenti con depositi clandestini di esplosivi, reti eversive e strutture rimaste a lungo nell’ombra.
È su questo sfondo che si colloca Peteano. Un piccolo centro del Goriziano destinato a entrare nella storia repubblicana la sera del 31 maggio 1972, quando una telefonata anonima segnala un’automobile abbandonata lungo una strada secondaria. Pochi minuti dopo un’esplosione uccide tre carabinieri e apre uno dei capitoli più oscuri della storia italiana contemporanea.

La Fiat 500 di Peteano
La sera del 31 maggio 1972 tutto ha inizio con una telefonata anonima.
Alle 22:35 la centrale dei Carabinieri di Gorizia riceve una segnalazione: lungo una strada secondaria nei pressi di Peteano di Sagrado è stata abbandonata una Fiat 500 bianca. L’automobile presenta due fori sul parabrezza e appare sospetta. Nulla lascia immaginare che quella vettura sia stata trasformata in una trappola mortale.
Poco prima delle 23:00 una pattuglia raggiunge il luogo indicato. Sul posto si trovano il tenente Angelo Tagliari, il brigadiere Antonio Ferraro e i carabinieri Donato Poveromo e Franco Dongiovanni. L’intervento rientra nella normale attività di controllo svolta dalle forze dell’ordine: verificare una segnalazione, accertare eventuali responsabilità, mettere in sicurezza l’area.
La Fiat 500 è parcheggiata lungo una stradina isolata, immersa nell’oscurità della campagna goriziana. L’ambiente circostante appare tranquillo, quasi ordinario. Nessun movimento sospetto, nessun segnale evidente di pericolo. Quando i militari si avvicinano al veicolo e tentano di aprirne il cofano, scatta il meccanismo predisposto dagli attentatori.
L’esplosione è devastante. L’ordigno, nascosto all’interno dell’automobile e collegato al sistema di apertura, investe in pieno gli uomini raccolti attorno alla vettura. Antonio Ferraro, Donato Poveromo e Franco Dongiovanni muoiono sul colpo. Angelo Tagliari rimane gravemente ferito insieme al brigadiere Giuseppe Zazzaro, giunto sul posto durante le operazioni di controllo.
Fin dai primi rilievi emerge un elemento decisivo: la scena rivela preparazione, metodo e una conoscenza accurata delle procedure operative delle forze dell’ordine. La telefonata anonima, la strada isolata, la Fiat 500 e il congegno esplosivo collegato al cofano fanno parte di una medesima architettura criminale. Ogni dettaglio è concepito per richiamare una pattuglia e concentrare l’effetto dell’ordigno sui militari intervenuti. L’attentato colpisce direttamente un simbolo dell’autorità pubblica e introduce una modalità operativa destinata a lasciare un segno profondo nella storia della violenza politica italiana.
Il bersaglio è rappresentato da uomini in uniforme, chiamati a intervenire nell’esercizio delle proprie funzioni. L’attacco assume quindi un significato diverso rispetto alle stragi che colpiscono indiscriminatamente luoghi pubblici e cittadini comuni: a Peteano viene preso di mira un simbolo diretto dell’autorità statale.
La strage scuote profondamente il Paese. Tre carabinieri cadono in un’imboscata costruita con precisione e sangue freddo, in un territorio dove operano già ambienti clandestini che soltanto molti anni dopo verranno ricostruiti nella loro reale dimensione. Peteano entra così nella storia italiana come l’origine di una lunghissima vicenda giudiziaria e politica, segnata da depistaggi, omissioni e verità emerse dopo decenni di indagini.
Nelle ore successive l’attenzione degli investigatori si concentra sulla ricerca degli autori e sulle caratteristiche dell’ordigno. Le prime risposte sembrano vicine. In realtà, la strage di Peteano sta per imboccare una direzione completamente diversa. Una direzione che allontanerà la verità per oltre un decennio.

Prime indagini e pista anarchica
Le indagini sulla strage di Peteano vengono affidate al colonnello Dino Mingarelli, comandante del reparto investigativo dei Carabinieri di Padova, competente per il territorio del Friuli-Venezia Giulia. Fin dalle prime settimane l’inchiesta imbocca una direzione precisa: la ricerca dei responsabili negli ambienti anarchici e nell’estrema sinistra.
Quell’orientamento appare significativo perché alcuni elementi tecnici raccolti subito dopo l’attentato suggeriscono scenari differenti. Tra i reperti figurano bossoli calibro .22 che presentano caratteristiche compatibili con armi già emerse in precedenti attività investigative riguardanti militanti neofascisti attivi nel Triveneto. Quelle informazioni, tuttavia, non assumono un ruolo centrale nello sviluppo dell’inchiesta.
Negli anni successivi, la documentazione esaminata dalla Commissione parlamentare sul terrorismo e le successive indagini condotte dal magistrato Felice Casson consentiranno di ricostruire con maggiore precisione il percorso seguito da quelle evidenze. Parte del materiale investigativo viene trasmessa tardivamente alla magistratura, mentre alcune indicazioni potenzialmente utili per approfondire la pista neofascista rimangono prive di sviluppi concreti.
Le ricostruzioni emerse nel corso degli anni mostrano inoltre l’esistenza di rapporti informativi tra il reparto guidato da Mingarelli e ambienti dell’estrema destra locale. Si tratta di una rete composta da confidenti, frequentatori di poligoni di tiro, militanti nazionalisti e figure già note agli apparati di sicurezza. Proprio da quell’universo sarebbero potuti emergere collegamenti significativi con gli autori dell’attentato.
Una parte rilevante delle successive valutazioni giudiziarie si concentra proprio su questo punto: la scelta di privilegiare la pista anarchica finisce per allontanare l’inchiesta dagli ambienti che, negli anni successivi, verranno progressivamente associati alla strage.
Il risultato è immediato. L’attività investigativa concentra uomini, risorse e tempo su una direzione destinata a rivelarsi infruttuosa. Alcuni pregiudicati locali vengono sottoposti a procedimento giudiziario, ma il quadro accusatorio si dimostra fragile e i processi si concludono con assoluzioni.
Mentre l’inchiesta percorre quella strada, prove, testimonianze e collegamenti utili a comprendere la reale matrice dell’attentato rimangono ai margini. Peteano entra così in una lunga stagione di errori, omissioni e verità rinviate, destinata a durare oltre un decennio e a trasformare la strage in uno dei casi più controversi della storia repubblicana.

Vinciguerra, Cicuttini e la riapertura della verità
Per gran parte degli anni Settanta la strage di Peteano rimane avvolta da ricostruzioni incomplete e percorsi investigativi incapaci di raggiungere i responsabili reali. Una svolta significativa matura soltanto negli anni Ottanta, quando nuovi elementi consentono di riesaminare l’intera vicenda da una prospettiva diversa.
Tra i protagonisti di questa fase emerge il magistrato Felice Casson. Attraverso l’analisi dei reperti balistici, la rilettura degli atti processuali e l’acquisizione di nuove testimonianze, Casson ricostruisce progressivamente il coinvolgimento dell’eversione neofascista nell’attentato di Peteano.
Nel 1984 arriva un passaggio destinato a modificare radicalmente il quadro investigativo. Vincenzo Vinciguerra, militante di Ordine Nuovo, rivendica la piena responsabilità dell’attentato, dichiarando di averne ideato e organizzato l’esecuzione. Le sue ammissioni forniscono all’istruttoria un punto di riferimento concreto e permettono di collegare Peteano agli ambienti dell’estrema destra clandestina attivi nel Triveneto durante gli anni della Strategia della Tensione.
Le indagini consentono inoltre di associare alla strage la figura di Ivano Boccaccio. Considerato uno degli uomini coinvolti nell’attentato, Boccaccio scompare rapidamente dalla scena eversiva: nell’ottobre del 1972 perde la vita durante un tentativo di dirottamento all’aeroporto di Ronchi dei Legionari.
Tra i nomi emersi nel corso dell’istruttoria figura anche Carlo Cicuttini. Quando gli investigatori iniziano a ricostruirne il ruolo, Cicuttini si trova già fuori dall’Italia. Rifugiatosi nella Spagna franchista alla fine del 1972, riesce a sottrarsi per lungo tempo alla magistratura italiana, dando origine a una delle latitanze più lunghe dell’eversione neofascista italiana. La sua fuga si conclude soltanto nel 1998, quando viene individuato in Francia, arrestato, estradato e successivamente condannato all’ergastolo.
Parallelamente, l’istruttoria approfondisce anche la provenienza dell’esplosivo utilizzato nell’attentato. Alcune indagini prendono in esame la possibilità che il materiale provenisse da depositi clandestini collegati alla rete Gladio presenti nel Friuli-Venezia Giulia. La questione alimenta un ampio dibattito storico e giudiziario e contribuisce ad ampliare ulteriormente il quadro entro cui collocare la strage di Peteano.
A quel punto la vicenda di Peteano presenta finalmente contorni molto più definiti. Dopo oltre venticinque anni emergono responsabilità operative, organizzative e ideologiche rimaste a lungo sommerse. Dopo oltre venticinque anni la fisionomia della strage emerge con maggiore nitidezza. Responsabilità, ruoli e appartenenze politiche convergono verso l’universo dell’eversione neofascista che attraversò una parte della storia italiana tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta.

Depistaggi e verità negate
Mentre l’inchiesta sulla strage di Peteano procede verso l’individuazione dei responsabili materiali, prende forma un secondo filone destinato ad assumere un’importanza enorme nella ricostruzione complessiva della vicenda: quello dei depistaggi.
Con il passare degli anni emerge infatti un quadro nel quale errori investigativi, omissioni documentali, false piste e manipolazioni dei reperti non appaiono come episodi isolati. La Commissione parlamentare sul terrorismo e le stragi definirà successivamente quei comportamenti un fatto storico accertato, riconoscendo l’esistenza di attività che contribuirono ad allontanare l’inchiesta dai reali autori dell’attentato.
Tra le figure più discusse compare il perito balistico Marco Morin. Le sue relazioni tecniche attribuiscono l’esplosivo utilizzato a Peteano al Semtex-H, materiale di produzione cecoslovacca che sembrava orientare l’attenzione verso scenari internazionali molto diversi da quelli che emergeranno in seguito. Gli approfondimenti successivi mettono però in discussione quelle conclusioni: la catena di custodia dei reperti presenta anomalie significative e le perizie vengono progressivamente private della loro credibilità. Morin sarà infine condannato per favoreggiamento e peculato.
L’attenzione della magistratura si concentra successivamente anche sul comportamento di alcuni ufficiali coinvolti nelle prime fasi dell’inchiesta. Dino Mingarelli, Antonio Chirico e Giuseppe Napoli vengono processati per una serie di condotte legate alla gestione delle indagini e alla trasmissione delle informazioni raccolte dopo la strage. Nel 1992 arrivano le condanne definitive per reati che comprendono falsa testimonianza, soppressione di atti e attività di depistaggio.
Le sentenze e le successive relazioni parlamentari delineano un quadro particolarmente grave: per anni informazioni rilevanti non seguono il normale percorso investigativo, mentre elementi potenzialmente utili alla ricostruzione della matrice neofascista rimangono ai margini dell’inchiesta.
Peteano assume così una dimensione che supera la sola responsabilità degli attentatori. Accanto alla strage emerge una seconda vicenda, sviluppatasi negli uffici investigativi, nei laboratori peritali e negli apparati incaricati di accertare la verità. La ricerca dei colpevoli procede quindi lungo un percorso accidentato, rallentato da comportamenti che contribuiscono a prolungare per anni l’oscurità attorno all’attentato.
Con la conclusione di questo filone processuale, la vicenda di Peteano assume contorni più ampi. Attentatori, depistaggi, documenti alterati e informazioni sottratte all’inchiesta entrano a far parte della medesima ricostruzione storica e giudiziaria. La ricerca della verità procede per decenni attraverso questo intreccio di responsabilità e occultamenti.

Esiti giudiziari e memoria
All’inizio del nuovo secolo il quadro giudiziario della strage di Peteano presenta contorni ormai definiti. Le sentenze attribuiscono responsabilità precise agli esponenti dell’eversione neofascista coinvolti nell’attentato, mentre i procedimenti relativi ai depistaggi portano all’accertamento delle condotte che avevano ostacolato per anni il lavoro della magistratura.
Dopo decenni di istruttorie, processi, riaperture e verifiche, la ricostruzione della vicenda raggiunge una stabilità che era mancata durante gran parte degli anni Settanta e Ottanta. Restano aperte alcune questioni storiche relative ai rapporti tra apparati informativi, ambienti eversivi e reti clandestine; le responsabilità dell’attentato, invece, trovano una definizione consolidata nelle decisioni dei tribunali.
Peteano occupa oggi una posizione particolare nella storia repubblicana italiana. La strage viene frequentemente richiamata negli studi dedicati alla Strategia della Tensione, ai depistaggi e alle relazioni sviluppatesi tra terrorismo neofascista e settori degli apparati statali. Gran parte della sua importanza deriva proprio dall’intreccio tra l’attentato e ciò che accade successivamente: omissioni, manipolazioni investigative, documenti occultati e percorsi giudiziari durati decenni.
Nel Friuli-Venezia Giulia la memoria della strage continua a essere custodita attraverso commemorazioni, iniziative pubbliche e momenti di ricordo dedicati ai tre carabinieri uccisi la sera del 31 maggio 1972. Il trascorrere del tempo non ha cancellato il peso simbolico di quella vicenda, rimasta profondamente legata alla storia del territorio.
Numerosi storici hanno osservato come Peteano occupi uno spazio peculiare nella memoria collettiva nazionale. Milano richiama immediatamente Piazza Fontana; Bologna richiama la stazione; Brescia richiama Piazza della Loggia. Peteano, al contrario, è rimasta per lungo tempo ai margini del grande racconto pubblico delle stragi italiane. La posizione periferica, la dimensione rurale del luogo e la complessità delle successive vicende giudiziarie hanno contribuito a renderla meno presente nell’immaginario nazionale rispetto ad altri attentati della stessa stagione.
Eppure la storia di Peteano conserva un valore particolare. In nessun altro episodio della Strategia della Tensione emergono con altrettanta chiarezza il peso dei depistaggi, la durata delle verità negate e la difficoltà incontrata dalle istituzioni nel ricostruire integralmente ciò che era accaduto.
A oltre mezzo secolo dall’esplosione della Fiat 500, Peteano conserva una posizione singolare nella storia repubblicana. Attentato, depistaggi, latitanze e processi compongono una vicenda che attraversa l’intera stagione della Strategia della Tensione. Quel tratto di campagna del Goriziano è entrato nella memoria nazionale come uno dei luoghi in cui sono emerse con maggiore nitidezza le relazioni tra eversione neofascista, apparati deviati e verità rimaste sepolte per decenni.
