Due mariti morti, uomini scomparsi e una casa distrutta dal fuoco. Quando gli investigatori iniziarono a scavare nella proprietà della vedova norvegese, trovarono una serie di corpi. Ma la donna decapitata tra le rovine era davvero Belle?
Nelle prime ore del 28 aprile 1908, Joe Maxon si svegliò nella stanza al piano superiore della casa di Belle Gunness perché sentiva odore di fumo. Una volta aperta la porta, vide che il corridoio era già invaso dalle fiamme; chiamò Belle e i bambini, ma nessuno gli rispose. Riuscì a raggiungere una finestra e a saltare fuori, poi corse in città a chiedere aiuto. Quando i soccorritori giunsero alla fattoria, l’edificio era ormai ridotto a un cumulo di macerie. Nel seminterrato trovarono i corpi carbonizzati di tre bambini e quello di una donna adulta senza testa.
Si pensò immediatamente che si trattasse di Belle, ma nessuno poteva dirlo con certezza: mancava proprio il reperto che avrebbe permesso l’identificazione, e le condizioni del cadavere non dissiparono i molti dubbi. Inizialmente sembrava la vicenda di una famiglia morta in un incendio doloso, con un ex bracciante indicato come possibile responsabile. Fu l’arrivo di Asle Helgelien, un agricoltore del South Dakota che cercava notizie del fratello Andrew, a fare insospettire gli investigatori, che iniziarono a scavare nella proprietà dove trovarono dei resti umani sepolti. Da quel momento, la casa di Belle Gunness divenne nota come la “murder farm”, la fattoria degli omicidi. Il numero delle vittime e la sorte della proprietaria, però, rimasero incerti.
Una nuova vita in America
Belle nacque in Norvegia l’11 novembre 1859, con il nome di Brynhild Paulsdatter Størseth. Emigrò negli Stati Uniti nel 1881 e si stabilì a Chicago, dove lavorò per un periodo come domestica. Tre anni dopo sposò Mads Sorenson, un immigrato norvegese che lavorava come guardiano notturno. La coppia si occupò di bambini in affido, tra cui Jennie, che sarebbe rimasta con Belle anche dopo il trasferimento in Indiana. Nei primi anni di matrimonio, i Sorenson aprirono un’attività commerciale; il negozio prese fuoco e l’assicurazione risarcì i danni. Anche la loro abitazione fu interessata da un incendio, un episodio che avrebbe contribuito a creare attorno a Belle una reputazione di donna perseguitata dalla sfortuna. Le fonti riportano versioni diverse sulla natura e sulla successione di questi incendi che alimentarono dubbi circa la loro natura dolosa, ma non si riuscì mai a provare in maniera incontrovertibile una condotta criminale.
Anche la morte di due bambine affidate ai Sorenson, Caroline e Alex, fu riletta con sospetto dopo la scoperta dei corpi nella fattoria. Esse morirono nel 1896 e nel 1898, ufficialmente a causa di una colite; poiché le loro vite erano assicurate, successivamente si ipotizzò che fossero state avvelenate. Mads morì il 30 luglio 1900: in quella data due polizze sulla sua vita erano ancora valide. Belle riscosse il denaro e, nei mesi successivi, lasciò Chicago. Il sospetto che avesse avvelenato il marito si diffuse soltanto dopo la sua morte, ma all’epoca non si sollevò alcun dubbio. Con il denaro ricevuto, Belle acquistò una fattoria alla periferia di La Porte, in Indiana. La casa in mattoni aveva diversi locali, un seminterrato e terreni coltivabili. La proprietà era abbastanza estesa da richiedere manodopera, ma consentiva alla vedova anche di vivere lontano dal centro abitato e di ricevere visitatori senza attirare l’attenzione.
Peter Gunness e la fattoria di La Porte
Nel 1902 Belle sposò Peter Gunness, un agricoltore norvegese rimasto vedovo, che aveva già due figlie. Una delle bambine morì pochi giorni dopo le nozze; otto mesi più tardi anche Peter andò incontro alla stessa sorte. Secondo la versione fornita da Belle, un tritacarne per salsicce gli era caduto sulla testa. Il fratello di Peter, Gust, non si fidò di quella spiegazione e si preoccupò per la figlia rimasta in vita: andò a La Porte e la portò con sé in Minnesota. La morte di Peter fu considerata sospetta, ma non furono trovate prove a carico di Belle: soltanto in seguito, la sua versione del tritacarne sarebbe stata ricordata come uno degli episodi più macabri della sua storia. Dopo il secondo matrimonio, Belle continuò a occuparsi della fattoria: lavorava nei campi e allevava animali. Dovendosi occupare di diverse attività agricole aveva bisogno di braccianti e, nel corso degli anni, assunse uomini che vivevano o lavoravano nella proprietà. Alcuni di loro scomparvero senza che i vicini sapessero dove fossero andati. Quando qualcuno chiedeva notizie, Belle forniva spiegazioni diverse: un uomo sarebbe partito per St. Louis, un altro avrebbe lasciato la zona per cercare lavoro altrove.
Nel 1904 arrivò Olaf Lindboe, un immigrato norvegese che aveva risposto a un annuncio di lavoro. Aveva con sé i risparmi accumulati negli anni e, secondo le testimonianze ricostruite in seguito, parlava della possibilità di sposare Belle. Scomparve dopo alcuni mesi. Belle disse ai vicini che se n’era andato; a persone diverse riferì destinazioni diverse. Nel 1905 un altro bracciante, Henry Gurholt, sparì, lasciando nella fattoria parte dei propri effetti personali. La scomparsa di un lavoratore poteva essere spiegata con una partenza improvvisa, soprattutto in una comunità di immigrati in cui molti si spostavano per cercare nuove opportunità ma, col passare del tempo, la ripetizione di questo schema avrebbe assunto un altro significato: uomini arrivati alla fattoria, visti per un periodo accanto a Belle e poi svaniti, mentre i loro bauli e i loro vestiti restavano nella casa.
Gli annunci matrimoniali
Nel 1905 Belle iniziò a pubblicare annunci sui giornali norvegesi diffusi nel Midwest: cercava un uomo affidabile, interessato a condividere con lei la gestione della fattoria e disposto a contribuire con del denaro. Le inserzioni erano rivolte a uomini che vivevano lontano e desideravano trovare una compagna o intraprendere un nuovo inizio. Belle rispondeva alle lettere, raccontava della proprietà e chiedeva ai pretendenti di trasferirsi a La Porte. Le fonti descrivono un flusso consistente di corrispondenza: il postino portava alla fattoria numerose lettere ogni settimana. Alcuni uomini vendettero i propri beni o ritirarono i risparmi prima di partire. George Berry, Christian Hilkven, Emil Tell, Ole Budsberg e John Moe sono solo alcuni dei nomi associati agli annunci e alle successive sparizioni. Non tutti i casi, però, furono ricostruiti allo stesso modo ed è pertanto impossibile affermare con certezza che ogni uomo scomparso sia stato ucciso da Belle.
Gli uomini venivano talvolta presentati ai vicini come parenti in visita. Quando non si vedevano più, i loro effetti personali rimanevano nella casa. Questo dettaglio, insieme alle lettere e ai movimenti di denaro, contribuì a delineare l’immagine di una donna che attirava uomini soli nella propria proprietà per sottrarre loro i risparmi. Molti elementi sembrano corroborare questa ipotesi, ma non si riuscì mai a stabilire con certezza il numero esatto delle vittime. Anche la sorte di Jennie, la figlia affidata a Belle, alimentò i sospetti. Nel 1906 la ragazza scomparve; Belle disse che l’aveva mandata a studiare in California, ma i giovani che la conoscevano raccontarono di non averla vista partire e di non aver più ricevuto sue notizie. Quando gli investigatori scavarono nella fattoria dopo l’incendio, furono trovati resti attribuibili a Jennie. La sua scomparsa, che per anni era stata presentata come una partenza per motivi di studio, diventò così una delle vicende più inquietanti del caso.
Ray Lamphere e l’arrivo di Andrew
Nel 1907 Belle assunse Ray Lamphere, un bracciante che si stabilì nella proprietà. Le ricostruzioni lo descrivono come un uomo legato a lei e desideroso di diventare il suo compagno, ma i dettagli della relazione sono controversi. Di certo il rapporto si deteriorò quando Belle iniziò a frequentare Andrew Helgelien, agricoltore del South Dakota che aveva conosciuto attraverso gli annunci matrimoniali. La corrispondenza tra Belle e Andrew era iniziata nel 1906. In quei mesi lei gli scrisse ripetutamente, incoraggiandolo a vendere i suoi beni e a trasferirsi in Indiana purché portasse con sé il denaro e mantenesse segreti i suoi piani. Nel gennaio 1908 Andrew arrivò a La Porte e trasferì i suoi risparmi in una banca locale. Poco dopo scomparve. Quando Andrew non tornò a casa, il fratello Asle iniziò a cercarlo. Recuperò le lettere di Belle e le scrisse per chiedere notizie. Lei rispose che Andrew era partito. La banca confermò che l’uomo era arrivato in città e aveva ritirato il denaro. Asle decise allora di raggiungere La Porte. Nel frattempo Belle aveva licenziato Lamphere, che era stato accusato di essersi introdotto nella proprietà dopo essere stato allontanato. Poco prima dell’incendio, il 27 aprile, Belle si recò da un avvocato per redigere il testamento. Secondo le ricostruzioni, disse di temere che Lamphere potesse farle del male e appiccare il fuoco alla casa. Il giorno seguente l’edificio bruciò. La coincidenza avrebbe dato un’immediata direzione alle indagini: Lamphere fu arrestato e accusato di incendio doloso e omicidio.
I corpi e gli scavi
Il corpo senza testa trovato nel seminterrato fu inizialmente attribuito a Belle, insieme a quelli di tre bambini, Lucy, Myrtle e Phillip. L’identità della donna adulta, però, era tutt’altro che certa. La dentatura ritrovata tra le rovine fu indicata come un possibile elemento identificativo; durante il processo, tuttavia, il valore di quella prova venne messo in discussione, così come le dimensioni del corpo. Senza la testa, poi, non era possibile ottenere un’identificazione conclusiva. Intanto Asle, insieme a Joe Maxon, cominciò a scavare in un’area della proprietà in cui Belle aveva interrato dei rifiuti. Lì fu trovato il corpo di Andrew, avvolto in un sacco. Gli scavi proseguirono sotto la supervisione dello sceriffo Albert Smutzer e nei giorni seguenti emersero altri resti umani, alcuni in condizioni tali da rendere difficile stabilire a chi appartenessero.
La società storica della contea di La Porte parla di almeno tredici corpi sepolti nella fattoria; la Library of Congress riassume le notizie dell’epoca riferendo il ritrovamento di più di una dozzina di corpi. Non è possibile trasformare quel totale nel numero certo delle vittime di Belle: alcuni resti rimasero non identificati e le attribuzioni furono a lungo oggetto di discussione. La notizia attirò a La Porte giornalisti, curiosi e parenti di persone scomparse. Molti arrivarono nella speranza di riconoscere un oggetto, un indumento o un resto appartenente a un congiunto. Nelle cronache di quei giorni si mescolarono informazioni, testimonianze, ipotesi e voci. La stampa propose cifre sempre più alte e trasformò la fattoria in un luogo quasi leggendario, mentre gli investigatori cercavano di identificare i morti e stabilire chi fosse responsabile delle sparizioni.
Il processo a Lamphere
Ray Lamphere fu processato nel novembre 1908. L’accusa sosteneva che aveva incendiato la casa e ucciso Belle e i bambini; l’ipotesi che fosse anche complice di Belle in precedenti omicidi emerse nel corso delle indagini, ma non fu provata in tribunale. La difesa contestò la ricostruzione dell’accusa e insistette soprattutto sul fatto che il corpo femminile non fosse stato identificato con certezza come quello di Belle. Nel processo si discussero le testimonianze sulle minacce di Lamphere, i suoi spostamenti la notte dell’incendio, le condizioni della casa e gli elementi odontoiatrici associati alla donna decapitata. La possibilità che Belle fosse fuggita venne evocata dalla difesa, che presentò anche testimonianze di persone convinte di averla vista dopo il rogo, ma gli avvistamenti non offrirono una prova definitiva: erano ricordi e riconoscimenti contestabili, spesso resi più fragili dal tempo e dalla notorietà ormai enorme del caso. La giuria dichiarò Lamphere colpevole di incendio doloso, ma non di omicidio. La condanna non stabilì chi avesse ucciso i bambini, né chi fosse la donna nel seminterrato, né quale fosse stato il ruolo di Lamphere nelle sparizioni precedenti. Il processo, dunque, non chiuse il caso: separò la responsabilità per l’incendio dalle accuse di omicidio che non erano state dimostrate oltre ogni ragionevole dubbio. Lamphere morì in carcere nel 1909.
Belle era davvero morta?
Dopo il processo continuarono ad arrivare segnalazioni di avvistamenti. Belle sarebbe stata vista in diverse città, talvolta con un velo o sotto un nome diverso. Alcuni sostenevano che avesse preparato la propria fuga, lasciando nella casa il corpo di un’altra donna e facendo apparire la propria morte credibile; altri ritenevano che fosse morta nell’incendio e che le incertezze sull’identificazione fossero state amplificate dalla stampa. Nessuna di queste ricostruzioni è stata provata. Il cadavere trovato tra le rovine non fu identificato in modo certo come quello di Belle, ma l’assenza di un’identificazione certa non dimostra che lei fosse riuscita a fuggire. Allo stesso modo, le molte segnalazioni successive non consentono stabilire che fosse ancora viva. Anche il numero delle vittime rimane incerto. Le sepolture, la scomparsa di Jennie, i pretendenti che non fecero ritorno e le testimonianze raccolte nella fattoria disegnano un quadro grave e inquietante. Ma le cifre più spettacolari, spesso ripetute nei racconti popolari, non sono sostenute da identificazioni certe per ogni singolo caso. La storia di Belle Gunness si è così sdoppiata. Da una parte ci sono date, lettere, testimonianze, resti e un processo che si concluse con una condanna per incendio doloso. Dall’altra c’è la figura della vedova che attirava uomini alla fattoria, li privava dei risparmi e poi li faceva sparire, per infine svanire lei stessa tra le fiamme.
