L’USTICA SARDA: IL CASO VOLPE 132, DUE MILITARI SCOMPARSI E UNA VERITÀ ANCORA DA ACCERTARE

La sera in cui scomparve il Volpe 132
Ci sono vicende che, a distanza di decenni, continuano a interrogare la memoria collettiva. Per la Sardegna, una di queste comincia la sera del 2 marzo 1994, lungo la costa sud-orientale dell’isola, tra Capo Carbonara e Capo Ferrato. Alle 18:44, dall’aeroporto di Cagliari-Elmas decolla l’Agusta A109 Volpe 132 della Guardia di Finanza. A bordo ci sono il maresciallo Gianfranco Deriu, quarantunenne di Cuglieri, e il brigadiere Fabrizio Sedda, ventottenne di Ottana, impegnati in una missione di ricognizione costiera notturna per la sorveglianza dei traffici illeciti via mare, in collegamento con la motovedetta Colombina.
Alle 19:15 arriva l’ultimo contatto radio conosciuto. Le fonti disponibili riportano formulazioni non del tutto coincidenti del messaggio: tra quelle citate figura l’indicazione di dirigersi verso sud, mentre negli atti parlamentari si legge il riferimento agli obiettivi segnalati sul radar. Subito dopo, l’elicottero scompare dai contatti senza lanciare alcun messaggio di emergenza. Le ricerche immediate non consentono di individuare né il relitto principale né l’equipaggio, sollevando fin dal principio interrogativi sulla traiettoria del velivolo e sull’anomala distanza tra gli ultimi riferimenti disponibili e il luogo del ritrovamento dei primi rottami.

I frammenti restituiti dal mare
Il 4 marzo vengono individuati alcuni reperti galleggianti al largo di Capo Ferrato, nella baia di Feraxi: parti dei portelloni, un frammento della pala del rotore principale, pezzi della carlinga e un casco da pilota. Non vengono recuperati i motori né la fusoliera principale, e i corpi di Deriu e Sedda non saranno mai ritrovati.
La scarsità dei reperti condiziona fin dall’inizio le possibilità d’inchiesta: gli investigatori devono affidarsi alle poche componenti galleggianti, alle comunicazioni radio e alle testimonianze raccolte lungo la costa. Proprio l’esame della fusoliera e dei motori avrebbe potuto offrire indicazioni decisive sulla dinamica della caduta e sulle sollecitazioni subite dalla struttura. Per le famiglie cominciava così una lunga attesa, mentre il caso diventava oggetto di accertamenti militari, indagini giudiziarie e iniziative parlamentari.

La prima ricostruzione e gli atti coperti da segreto
Secondo la cronologia riportata negli atti parlamentari, la commissione tecnico-militare conclude l’istruttoria nel maggio 1994, qualificando l’accaduto come un incidente senza individuare una spiegazione condivisa. Il 9 giugno la Procura della Repubblica di Cagliari richiede all’Aeronautica la relazione dell’inchiesta, ma la documentazione viene dichiarata coperta da segreto militare. La secretazione degli atti diventa uno degli aspetti più controversi della vicenda, alimentando successive richieste di chiarimento sulle possibilità di accesso alla documentazione e sulla completezza degli accertamenti iniziali.
Il caso torna al centro del dibattito istituzionale il 6 novembre 2013 con l’interpellanza 2-00290 presentata alla Camera, che ricostruisce la scomparsa, le testimonianze della costa, la presenza del mercantile Lucina e i sospetti legati ai traffici illeciti. L’atto documenta i quesiti formali rivolti al Governo per chiarire quali elementi fossero stati effettivamente acquisiti nelle prime settimane dopo la tragedia e quali fossero invece rimasti inesplorati.

Il boato, il bagliore e la possibile presenza di un secondo velivolo
Nella zona di Feraxi vengono raccolte le testimonianze di quattro persone – Giovanni Utzeri, Luigi Marini, Antonio Cuccu e Giuseppe Zuncheddu – che riferiscono di aver udito un boato e visto un bagliore intenso sopra il mare. Alcune ricostruzioni giornalistiche riportano inoltre la presenza di una nave mercantile nella rada e il rumore di un secondo velivolo che si sarebbe allontanato subito dopo.
Queste dichiarazioni hanno alimentato dubbi sulla dinamica dell’incidente, senza dimostrare, da sole, un coinvolgimento esterno. Trattandosi di ricordi da analizzare in relazione a orari, distanze e visibilità, le testimonianze rappresentano tessere da incastrare rigorosamente con i reperti metallici e le analisi peritali per stabilire se il Volpe 132 sia precipitato per un’avaria interna o in seguito a un evento esterno.

La perizia di Firrao e Delogu
Nel corso delle indagini giudiziarie, il professor Donato Firrao, esperto di metallografia del Politecnico di Torino, e il maggiore Giovanni Delogu del RIS dei Carabinieri esaminano i frammenti metallici recuperati. La consulenza, depositata nel 2011 e resa nota nel febbraio  2024 da Avvenire e L’Unione Sarda, rileva sui reperti segni compatibili con una deflagrazione a bordo di modesta entità, non riconducibile alla detonazione di una carica esplosiva ma all’accensione dei vapori di carburante nei serbatoi.
I periti ipotizzano due modalità d’innesco: l’impatto diretto di un proiettile tracciante o le scintille generate da un proiettile ordinario contro le strutture metalliche.
La relazione sposta l’attenzione sulla possibilità che l’elicottero sia stato raggiunto da proiettili, portando la Procura di Cagliari a modificare l’ipotesi di reato da disastro aviatorio a omicidio volontario plurimo a carico di ignoti, pur senza arrivare all’identificazione dei responsabili o dell’imbarcazione da cui sarebbe partito il colpo prima della successiva archiviazione.

I documenti mancanti e le lacune da verificare
Negli anni, ricostruzioni giornalistiche e atti parlamentari hanno segnalato anomalie nel reperimento della documentazione sulla missione, lacune nei tracciati radar e manomissioni nelle registrazioni radio, oltre all’incendio divampato in un deposito della Finanza che distrusse i registri di bordo. Sono stati sollevati interrogativi anche sulle informazioni raccolte dalle installazioni militari presenti in Sardegna, tra cui il Poligono del Salto di Quirra, la base di Decimomannu e la stazione radar di Capo Frasca.
Vanno tenuti distinti i documenti mai reperiti, gli atti secretati e i dati tecnici mai registrati dalle stazioni radar. Ricostruire la cronologia documentale completa della missione e delle prime indagini rimane il passaggio fondamentale per comprendere quali aspetti siano ancora concretamente verificabili negli archivi di Stato.

La nave Lucina e la strage in Algeria
Tra gli elementi più complessi dell’inchiesta figura il mercantile italiano Lucina, indicato da testimoni locali nella rada di Feraxi nei giorni precedenti la scomparsa con anomale variazioni della linea di galleggiamento, interpretabili come operazioni di carico e scarico non dichiarate prima di allontanarsi a fari spenti. L’interpellanza del 2013 richiama sospetti sul coinvolgimento della nave in traffici illeciti di armi, droga e rifiuti tossici, ipotizzando che il Volpe 132 possa aver intercettato un’attività clandestina.
La storia del Lucina sfocia nella tragedia pochi mesi dopo: nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1994, nel porto algerino di Djendjen, un commando armato sgozza nelle cuccette i sette marittimi italiani dell’equipaggio (Salvatore Scotto di Perla, Antonio Scotto Lavina, Antonio Schiano di Cola, Gerardo Esposito, Andrea Maltese, Domenico Schillaci e Gerardo Russo). Nonostante il processo algerino si sia concluso nel 1999 con la condanna di esponenti del fondamentalismo islamico, la vicinanza temporale e la brutalità dell’attacco continuano ad alimentare l’ipotesi di un’eliminazione mirata di testimoni scomodi.

Il contesto mediterraneo e le altre piste
Nel 1994 il Mediterraneo è un teatro incandescente segnato dalla guerra nell’ex Jugoslavia, dal conflitto civile algerino e dai traffici internazionali d’armi e rifiuti pericolosi gestiti dalle cosiddette “navi dei veleni”. All’interno di questa intricata rete di eventi, la scomparsa del Volpe 132 è stata accostata all’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, assassinati a Mogadiscio il 20 marzo 1994 mentre indagavano sulle medesime rotte opache.
La contemporaneità di questi eventi non dimostra un’unica regia, ma delinea il contesto operativo complesso e rischioso in cui si svolgeva la sorveglianza costiera della Guardia di Finanza nell’Italia meridionale negli anni Novanta.

La manovra a Capo Carbonara
Nel febbraio 2025 emerge un verbale giudiziario risalente al 20 febbraio 1998 con la deposizione del pilota della Guardia di Finanza Alessandro Comitini. Il testimone riferisce che l’elicottero, poco prima di sparire, si sarebbe abbassato nei pressi della stazione meteorologica di Capo Carbonara fin quasi a toccare il suolo.
Comitini definisce la manovra del tutto anomala per un volo notturno in assenza di una piazzola illuminata.
La testimonianza introduce un elemento operativo importante, compatibile con un’attività di identificazione a vista di un bersaglio a terra o sul mare, e conferma l’importanza di rileggere integralmente i verbali d’archivio.

I rottami di Capoterra: una pista esclusa
All’inizio del 2026 una mareggiata porta sulla spiaggia di La Maddalena, a Capoterra, diversi frammenti metallici di un velivolo. Il ritrovamento riaccende le speranze di una svolta sul Volpe 132, spingendo la Procura ad avviare accertamenti tecnici tramite il RIS.
Tuttavia, il 27 agosto 2026 L’Unione Sarda rende noto che le analisi di laboratorio hanno escluso la riconducibilità dei reperti all’Agusta A109 della Finanza, attribuendoli invece a un caccia militare F-104 precipitato anni prima. La pista si è rivelata un falso allarme, confermando la necessità di rigorosi riscontri scientifici prima di assegnare un reperto al caso Deriu-Sedda.

La possibilità di una nuova ricerca in mare
A oltre trent’anni dalla tragedia, l’assenza del relitto principale resta l’ostacolo maggiore alla verità. Le moderne tecnologie sottomarine – dai sonar a scansione laterale ai sistemi multibeam fino ai robot filoguidati ROV ad alta profondità – renderebbero oggi possibile una campagna di ricerca sistematica sul fondale sabbioso di Feraxi.
Ripartendo dalle coordinate storiche, dallo studio delle correnti e dalle mappe di dispersione dei reperti del 1994, il recupero della fusoliera consentirebbe di esaminare la struttura e verificare l’effettiva distribuzione dei danni, offrendo risposte concrete e fondate alle famiglie e agli inquirenti.

Deriu e Sedda, una verità ancora da accertare
Dietro le perizie, i documenti e le ipotesi investigative ci sono due militari servitori dello Stato partiti per una missione di ricognizione e mai tornati. La vicenda di Gianfranco Deriu e Fabrizio Sedda ha attraversato tre decenni di indagini, secretazioni, testimonianze e recenti rivelazioni d’archivio senza giungere a una spiegazione definitiva.
Per avanzare occorre incrociare gli atti militari e giudiziari sbloccati, consultare le perizie tecniche nella loro forma integrale e valutare concretamente l’esplorazione dei fondali. La memoria dei due militari e la sofferenza delle loro famiglie meritano risposte fondate su documenti e reperti verificabili, affinché la domanda su cosa accadde davvero la sera del 2 marzo 1994 trovi finalmente una risposta rigorosa e trasparente.

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