“Non c’era più orgoglio popolare, (…) alternativo (…). Anzi, le mille lire di più che il benessere aveva infilato nelle saccocce dei giovani proletari, avevano reso quei giovani proletari sciocchi, presuntuosi, vanitosi, cattivi.”
(Pier Paolo Pasolini, Petrolio)
L’Italia patisce un progressivo impoverimento culturale, con conseguenze dirette sulla vita politica e sociale. Allo stesso tempo, si avverte una crescente dimenticanza della caratura del proprio passato, da cui è scaturita la fioritura artistica e filosofica del Paese. Questa erosione ha reso la realtà contemporanea esposta a modelli e a valori imposti dalla globalizzazione. Un declino che interessa non solo l’Italia, ma l’intero Occidente.
La situazione nasce da una combinazione di fattori strettamente interconnessi. La politica si allontana dai bisogni concreti della collettività, trasformandosi da strumento di rappresentanza a veicolo di logiche economiche di stampo neo-malthusiano, consolidando un crescente distacco dalle istanze reali della società. Accanto a ciò, un’élite dirigente spesso insipiente, nata da una borghesia mediocre e permeata di classismo, si dimostra incapace di visione e profondità, manifestando difficoltà nel comprendere la complessità sociale e nel progettare strategie politiche sostenibili. Contemporaneamente, media e social network diffondono modelli superficiali, dove apparenza e spettacolarità oscurano il pensiero critico. In una società in cui l’abito fa il monaco, lo stolto conformismo detta legge. Questo clima rende le nuove generazioni permeabili a modelli deleteri, come serie TV sempre più violente, e alimenta una cultura dominante che premia l’edonismo – inteso come ricerca del piacere e della gratificazione personale – e l’utilitarismo, orientando le scelte individuali al vantaggio personale più che al bene collettivo, rafforzando l’individualismo.
In questo contesto assumono rilievo le riflessioni di Edward Bernays, Walter Lippmann e Lewis Powell, secondo i quali era necessario limitare la partecipazione delle masse al processo politico. La stabilità del sistema, sostenevano, si basava sulla diffusione di un’apatia generalizzata, ottenuta attraverso l’assimilazione dei cittadini ai valori standardizzati della classe media.
Il cosiddetto “riflusso” descrive questo progressivo disimpegno politico, frutto di un’operazione di distrazione di massa basata sulla cultura della visibilità e sull’affermazione dell’esistenza commerciale. In questo quadro, l’operazione “Blue Moon” (strategia mirata alla diffusione di stupefacenti tra i giovani per allontanarli dalla politica e dall’impegno sociale) rappresentò uno dei pilastri fondamentali. Non sorprende, quindi, che molti giovani abbandonassero le assemblee per affollare le balere, seguendo fenomeni culturali come “La Febbre del Sabato Sera”, mentre le opere impegnate nella critica sociale lasciavano spazio a Tolkien e ad altri autori di evasione.
Questa trasformazione trova eco nel pensiero di diversi filosofi e teorici contemporanei. Herbert Marcuse denunciava una società tecnologica e consumistica capace di neutralizzare la critica e favorire il conformismo. Adorno e Horkheimer evidenziavano come l’industria culturale trasformi la cultura in merce, anestetizzando la coscienza critica. Guy Debord parlava di “società dello spettacolo”, in cui le immagini sostituiscono le esperienze reali, distraendo le masse dai problemi politici. Jean Baudrillard, infine, metteva in rilievo la crescente prevalenza dell’iperrealtà, dove l’apparenza e i simboli finiscono per sostituire la realtà stessa, fenomeno strettamente legato alla cultura della visibilità contemporanea. Parallelamente, si osserva l’affermarsi di valori centrati sulla carriera individuale a scapito dei legami familiari, mentre i media privilegiano i problemi personali rispetto a quelli collettivi. Fenomeni come la “Milano da bere” testimoniano un cambiamento radicale delle priorità sociali, in cui l’apparenza tende a sostituire la sostanza.
Oggi, la società contemporanea si caratterizza per la predominanza della cultura della visibilità e dell’esistenza commerciale su ogni altra dimensione della vita collettiva. Questa condizione limita la capacità critica dei cittadini e il loro impegno civico, incidendo profondamente sulla qualità della vita democratica e sulla tenuta culturale del Paese: il miracolo neoliberista.
