Mara Favro

Mara Favro, una notte senza ritorno. Cronaca di una scomparsa, di un corpo ritrovato e di un’inchiesta che (forse) non ha trovato una verità

La scomparsa

Nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2024 Mara Favro, 51 anni, madre di una bambina, scompare nel nulla dopo aver terminato il suo turno di lavoro in una pizzeria di Chiomonte, in alta Val di Susa. Da quella notte inizia una vicenda che, per quasi due anni, oscillerà tra ipotesi contraddittorie, ritardi investigativi, narrazioni inconciliabili e un epilogo giudiziario che, pur chiudendo il fascicolo, lascia aperte molte domande.

Mara vive a Susa. Sta attraversando un periodo complesso: assume farmaci per problemi psichici, è seguita dai servizi sociali, ma nulla – per chi la conosce – lascia presagire un progetto di allontanamento o un gesto estremo. Lavora da otto giorni alla pizzeria Don Ciccio di Chiomonte. Un lavoro provvisorio, mal pagato, che secondo più testimonianze avrebbe intenzione di lasciare a breve.

Il 7 marzo manda un vocale all’ex marito per organizzare il sabato mattina con la figlia. Un gesto ordinario, incompatibile con l’idea di una fuga programmata.

Pizzeria Don Ciccio

Secondo il primo racconto fornito dal titolare del locale, Vincenzo “Luca” Milione, e dal pizzaiolo Cosimo Esposito, Mara avrebbe accettato un passaggio verso Susa a fine turno. Poco dopo, però, avrebbe chiamato il titolare per dirgli di aver dimenticato le chiavi e le sigarette in pizzeria. Da qui una sequenza che appare subito fragile: autostop, un camion con targa polacca, ritorno davanti al locale, recupero degli oggetti e poi la decisione di incamminarsi a piedi, di notte, lungo la Statale 24, per percorrere circa sette chilometri.

Una ricostruzione che negli interrogatori successivi cambia più volte: Esposito ritratterà, dichiarando di non avere la patente; Milione parlerà di messaggi Whatsapp poi “eliminati per tutti”, senza che sui telefoni compaia la notifica di cancellazione. Le versioni non solo divergono: si escludono a vicenda.

Tra le 3.00 e le 5.47 del mattino, dal telefono di Mara partono messaggi anomali: link musicali inviati alla figlia e alla chat di gruppo delle mamme, un selfie molto buio e piuttosto inquietante, comunicazioni prive di contesto. Al mattino, dalle 8.00 circa, sia il fratello sia il datore di lavoro le scrivono: i messaggi non vengono recapitati. Il telefono di Mara non verrà mai ritrovato.

L’ultimo selfie di Mara Favro

Le indagini

Nell’abitazione di Susa emergono elementi disturbanti: scritte sullo specchio (“Ministero dell’Istruzione”, “Ministero della Difesa”), una cartellina con annotazioni datate 8 marzo 2024 contenenti parole come “carabinieri”, “verbale”, “medico legale”, “autopsia”. Il fratello spiega che Mara aveva l’abitudine di scrivere ovunque, ma il contenuto di quegli appunti verrà interpretato da alcuni consulenti come una possibile richiesta di aiuto.

Gli appunti di Mara Favro

Per settimane l’indagine resta incardinata sull’ipotesi di allontanamento volontario. Solo dopo la denuncia formale del fratello, Fabrizio Favro, e l’intervento dell’associazione Penelope, la Procura di Torino apre un fascicolo per omicidio e occultamento di cadavere.

Emergono immediatamente delle criticità a livello investigativo: i tabulati telefonici non vengono subito analizzati; le telecamere lungo il percorso Chiomonte-Susa non forniscono risposte chiare anche a causa di un ritardo nell’acquisizione e in un apparente malfunzionamento e le testimonianze risultano discordanti, persino sugli orari.

A giugno 2024 vengono iscritti nel registro degli indagati Milione ed Esposito, che aveva lasciato il Piemonte all’indomani della scomparsa. Gli accertamenti si concentrano anche su una Fiat Punto rossa, non assicurata, in uso a Esposito. L’auto viene sottoposta ad accertamenti tecnici irripetibili, ma nessuna prova decisiva emergerà.

Nel frattempo, Milione finisce più volte sulle cronache per procedimenti penali autonomi (violazioni della sorveglianza speciale, detenzione di cocaina), elementi che contribuiscono ad alimentare l’attenzione mediatica ma che, sul piano giudiziario, restano separati dal caso Favro.

Il ritrovamento dei resti e un’autopsia incerta

Tra febbraio e marzo 2025, in una zona boschiva e impervia di Gravere, a strapiombo sulla Dora Riparia, vengono rinvenuti resti ossei e indumenti. Il DNA conferma: sono di Mara Favro.

Il luogo è difficile da raggiungere: non è visibile dalla strada ed è noto soprattutto a chi conosce bene la valle e in particolare la zona.

Il luogo del ritrovamento

L’autopsia, effettuata a giugno 2025 dal dottor Roberto Testi – già perito della Corte giudicante nel processo di appello-bis a carico di Alberto Stasi, imputato per l’omicidio di Chiara Poggi – rileva fratture compatibili con una precipitazione, ma lo stato dei resti non consente di stabilire se le lesioni siano dovute a una caduta accidentale, una spinta oppure un’aggressione precedente. Alcune ricostruzioni mediatiche parlano di coltellate, ma la Procura non conferma ufficialmente. Ancora una volta, non c’è una verità utilizzabile in aula. Il criminologo astigiano Fabrizio Pace e il fratello di Mara sono convinti che la donna non possa arrivata lì da sola.

Il 15 agosto 2025 arriva il nulla osta alla sepoltura e il 6 settembre la città di Susa saluta Mara, la cui morte resta ancora avvolta da una coltre di dubbi.

Funerale Mara Favro

La richiesta di archiviazione

A metà ottobre 2025 il procuratore aggiunto Cesare Parodi (oggi procuratore capo ad Alessandria e Presidente di ANM) e il pm Davide Pretti chiedono l’archiviazione dell’indagine sulla morte per omicidio e occultamento di cadavere.

Nella richiesta di archiviazione leggiamo: “Quello che pare certo è che gli elementi in atti non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna nei confronti degli indagati, né di ritenere sussistenti profili di penale responsabilità in capo ad altri soggetti. Si rileva inoltre che non emergono ulteriori approfondimenti investigativi tali da consentire uno sviluppo delle indagini in termini concretamente significativi”.

I famigliari di Mara si sono opposti alla richiesta di archiviazione, ma il 30 gennaio 2026 la gip Alessandra Salvadori la respinge e abbraccia la tesi della procura: l’ipotesi del suicidio è avvalorata dalle “sue condizioni mentali, dai problemi finanziari e da alcuni scritti di suo pugno in cui esplicitava chiaramente pensieri di morte”.

Nelle sette pagine dell’ordinanza di archiviazione, il giudice passa in rassegna in modo minuzioso testimonianze, analisi degli spostamenti e dei dati telefonici, arrivando a soffermarsi persino sull’ultima canzone ascoltata su Spotify: “Tardissimo”  di Guè, Mahmood e Marracash, riprodotta alle 7.22 e 10 secondi dell’8 marzo 2024, cioè “56 secondi prima della caduta nel dirupo del corpo e del cellulare” mai ritrovato.

Secondo il GIP, l’accusa di omicidio non è sostenibile per “la totale irrazionalità di trasportare un corpo per un lungo tragitto impervio prima di gettarlo in un dirupo, peraltro insieme a un cellulare e quindi fornendo inspiegabilmente un’indicazione utile al suo ritrovamento”.

Con l’ordinanza di archiviazione viene – per ora – messa la parola fine a un caso che da quasi due anni continua a tormentare la Val di Susa. Resta un telefono mai trovato. Resta una sequenza di racconti incompatibili. Resta un luogo di ritrovamento difficile da spiegare. Resta, soprattutto, una domanda semplice e difficilmente sopportabile: che cosa è successo davvero a Mara Favro?

La mappa dei luoghi

Abbiamo raccontato il caso di Mara Favro sul canale YouTube Storie Perdute – I Lati Oscuri della Storia

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