Nel marzo del 1997, Milano si trova improvvisamente attraversata da una sequenza di violenze che rompe la percezione di sicurezza della città e mette in luce una figura fino a quel momento rimasta ai margini. Gaspare Zinnanti, trentacinquenne con una lunga storia di precarietà, piccoli reati e tossicodipendenza, vive tra la stazione Centrale, alloggi occasionali e relazioni instabili, muovendosi in una dimensione sospesa tra sopravvivenza quotidiana e isolamento sociale.
La sua biografia racconta un percorso segnato da rotture precoci. Nato a Palermo e trasferitosi da bambino a Milano, cresce senza il padre e passa parte dell’infanzia in collegio. L’adolescenza lo porta verso frequentazioni problematiche, l’ingresso nel circuito della droga e i primi reati. L’età adulta consolida questo andamento: lavori saltuari, detenzioni, rapporti instabili, una vita che si sviluppa fuori da qualsiasi struttura stabile. Nonostante questo, chi lo incontra lo descrive come una persona educata, capace di presentarsi con modi gentili e di conquistare rapidamente la fiducia degli altri.

Negli anni precedenti ai delitti, Zinnanti entra in relazione con Francesca Coelli, insegnante in pensione che vive nel quartiere di Città Studi. Il rapporto nasce su un piano pratico e si trasforma nel tempo in una frequentazione più stabile, offrendo all’uomo un punto di appoggio dentro una vita altrimenti errante. È in questo contesto che matura il passaggio decisivo, quello che segna l’inizio di una sequenza omicida concentrata in pochi giorni e caratterizzata da una rapidità che colpisce gli investigatori.
L’11 marzo 1997 Francesca Coelli viene uccisa nel suo appartamento di via Vanvitelli. Il delitto avviene con un martello, un’arma semplice che diventerà ricorrente nelle azioni successive. Dopo l’omicidio, Zinnanti si allontana senza una direzione precisa, prende un treno, torna a Milano e continua a muoversi nella città come se nulla fosse accaduto. Il giorno seguente, nella metropolitana, alla fermata Sondrio, spinge una donna sui binari durante il passaggio del treno. La vittima sopravvive, ma l’episodio introduce un elemento nuovo: la violenza esce dagli spazi privati e si manifesta in un luogo pubblico, sotto gli occhi di altri passeggeri.
Nei giorni successivi la sequenza prosegue con una logica che gli investigatori definiranno in seguito coerente con una costruzione mentale precisa. Zinnanti si sposta tra conoscenze occasionali e ambienti già frequentati. Il 21 marzo uccide Alvaro Calvi, ex marinaio, colpito alle spalle nella sua abitazione con la stessa modalità utilizzata per il primo delitto. Nelle ore successive incontra Vincenzo Zenzola, un uomo che vive di espedienti in uno stabile abbandonato nella periferia sud della città. Durante la notte lo uccide mentre dorme, ancora una volta con un colpo alla testa inferto con il martello.
La violenza si sviluppa in un arco temporale estremamente ristretto, meno di due settimane, e colpisce persone appartenenti a contesti diversi ma accomunate da un elemento decisivo: la fiducia concessa a chi si avvicina. Le vittime conoscono Zinnanti, lo accolgono nelle loro case o condividono con lui uno spazio, e proprio questa fiducia diventa il varco attraverso cui si inserisce l’azione omicida.

L’arresto arriva il 23 marzo, a pochi passi dalla stazione Centrale. Zinnanti tenta una rapina insieme a un complice occasionale, ma la vittima lo riconosce grazie alla diffusione della sua immagine da parte dei giornali. Fermato dalla polizia, confessa rapidamente non solo i delitti già emersi, ma anche il tentato omicidio in metropolitana e un ulteriore omicidio che gli investigatori non avevano ancora collegato alla sua figura.
È durante gli interrogatori che prende forma l’aspetto più inquietante della vicenda. Gaspare Zinnanti descrive le proprie azioni come parte di una missione. Parla di un compito ricevuto, di una necessità di intervenire su un mondo percepito come corrotto e segnato dalla sofferenza. Le sue parole restituiscono una visione nella quale l’omicidio assume il significato di liberazione, un gesto che, nella sua costruzione mentale, solleva le vittime dal dolore e le conduce verso una dimensione diversa.
Gli investigatori si trovano davanti a una figura complessa, capace di passare da un comportamento apparentemente normale a una violenza estrema, mantenendo una coerenza interna fondata su un sistema di convinzioni che trova nella dimensione religiosa e salvifica il proprio nucleo. La stampa adotta rapidamente l’espressione “purificatore di anime”, un’etichetta che sintetizza e amplifica il movente dichiarato, contribuendo a fissare nell’immaginario collettivo l’immagine di un assassino guidato da un delirio di tipo missionario.
Le valutazioni criminologiche e psichiatriche confermano la presenza di una grave alterazione della realtà. Le perizie parlano di schizofrenia e di un delirio a contenuto mistico, con una pericolosità sociale elevata e difficilmente prevedibile. Il percorso giudiziario si conclude con il riconoscimento dell’incapacità di intendere e di volere e con il ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, dove Zinnanti trascorre gli ultimi anni della sua vita.
Nel luglio del 2001 viene trovato morto nella sua cella, impiccato alle sbarre. La sua vicenda resta una delle più singolari della cronaca italiana contemporanea, per la concentrazione temporale dei delitti, per la natura del movente dichiarato e per il modo in cui una figura marginale riesce, in pochi giorni, a trasformarsi nel centro di una narrazione che intreccia violenza, disagio sociale e costruzioni deliranti capaci di ridefinire il significato stesso dell’omicidio.
