
Gigliola Guerinoni e Cesare Brin
Quando Cesare Brin entra nella sua vita, Gigliola Guerinoni è una donna molto conosciuta a Cairo Montenotte. Nata nel 1945 con il nome di Anna Maria, dopo alcune esperienze lavorative al brefotrofio di Savona e come infermiera ha lasciato il primo marito, Andrea Barillari, e iniziato una relazione con Ettore Geri, contabile più anziano di ventisette anni, dal quale ha avuto la figlia Soraya. È stato proprio Geri, utilizzando il denaro della propria liquidazione, ad aiutarla nel 1973 ad aprire una galleria d’arte nella centrale via dei Portici, destinata a diventare per anni il centro della sua attività professionale e di molte delle sue relazioni personali.
In quell’ambiente la Guerinoni conosce Giuseppe Gustini, geometra savonese con la passione per la pittura, che lascia la famiglia e nel settembre 1979 la sposa. La loro unione termina l’11 dicembre 1986 con la morte dell’uomo, provocata da una grave crisi diabetica; il decesso, in quel momento, non suscita contestazioni giudiziarie e soltanto in seguito sarà riesaminato dagli inquirenti. Poco tempo dopo Gigliola intreccia una relazione con Cesare Brin, farmacista cinquantaseienne e figura di primo piano della vita cairese. Consigliere comunale della Democrazia Cristiana e presidente per anni della Cairese, condotta durante la sua gestione fino alla Serie C2, Brin gode di una notorietà che supera quella legata alla farmacia di famiglia: in paese è conosciuto come «re Cesare».
Il rapporto con Gigliola procede rapidamente e Brin lascia la famiglia per trasferirsi da lei. Dietro l’immagine dell’uomo facoltoso esiste però una situazione finanziaria ormai compromessa, sulla quale pesano anche il gioco d’azzardo e le ingenti somme investite negli anni della presidenza calcistica. Nell’estate del 1987 il denaro è diventato uno dei nodi centrali della relazione: Brin ha già dissipato una parte consistente delle proprie risorse e i sentimenti con Gigliola attraversano una fase difficile. Saranno proprio gli aspetti economici, insieme alla rete di persone che continua a frequentare la gallerista, a occupare una parte importante delle verifiche successive.
Il 12 agosto 1987 Brin scompare. Per alcuni giorni a Cairo Montenotte nessuno sa dove sia finito uno degli uomini più conosciuti della cittadina; il 19 agosto, in un dirupo sul Monte Ciuto, viene ritrovato un corpo ormai in avanzato stato di decomposizione. Gli oggetti rinvenuti permettono di identificarlo: è Cesare Brin.

La morte di Cesare Brin
La sera del 12 agosto 1987 Cesare Brin raggiunge l’abitazione di Gigliola a Cairo Montenotte. Il rapporto tra i due è ormai compromesso e, secondo quanto ricostruiranno i giudici, proprio durante quell’incontro il farmacista comunica la decisione di interrompere definitivamente la relazione, esasperato anche da una telefonata che Gigliola aveva fatto il giorno precedente alla moglie, sostenendo di aspettare un figlio da lui. Le parole pronunciate nel corso dell’incontro alimentano una discussione sempre più accesa, al termine della quale Brin subisce l’aggressione che gli sarà fatale.
La ricostruzione di quanto accade nelle ore successive sarà molto più difficile. Il cadavere lascia l’abitazione e viene trasportato fino alla zona di Monte Ciuto, sulle alture di Cairo Montenotte, dove viene abbandonato in un dirupo. Attorno allo spostamento del corpo si aprirà uno dei passaggi più intricati dell’intera vicenda giudiziaria: gli investigatori arriveranno a esaminare il ruolo di diverse persone vicine a Gigliola e a interrogarsi sull’esistenza di una rete di aiuti intervenuta dopo l’uccisione. La stessa dinamica dell’omicidio resterà a lungo terreno di versioni contrastanti, accuse reciproche e ricostruzioni alternative, mentre gli accertamenti compiuti nell’abitazione forniranno un elemento destinato ad avere un peso decisivo: nella camera da letto saranno individuate tracce di sangue attribuite a Cesare Brin.
Per alcuni giorni, tuttavia, nessuno sa ancora che cosa sia accaduto. La scomparsa di Brin provoca allarme in una comunità nella quale il farmacista è conosciuto per la professione, l’attività politica e gli anni trascorsi alla guida della Cairese. Le ricerche terminano il 19 agosto, quando a Monte Ciuto viene rinvenuto un cadavere in avanzato stato di decomposizione; il riconoscimento passa anche attraverso gli oggetti personali trovati insieme al corpo, fra i quali un portachiavi. Gli accertamenti medico-legali chiariscono la natura violenta della morte: Brin presenta gravissime lesioni alla testa provocate da un corpo contundente, individuato nelle ricostruzioni dell’epoca in un martello o in un oggetto dalle caratteristiche analoghe.
A una settimana dalla scomparsa, la ricerca di Cesare Brin si trasforma così in un’indagine per omicidio. Gli ultimi rapporti personali del farmacista, le sue difficoltà economiche e soprattutto le ore che precedono la morte diventano oggetto delle verifiche investigative; tra le persone da ascoltare c’è inevitabilmente Gigliola, la donna con la quale Brin aveva condiviso gli ultimi mesi della propria vita e che presto finirà al centro dell’inchiesta.
L’indagine
Nei giorni successivi all’arresto, gli inquirenti cercano di ricostruire quanto accaduto nell’abitazione durante la notte del 12 agosto e, soprattutto, nelle ore seguenti alla morte di Brin. Gli accertamenti eseguiti nella camera da letto individuano tracce ematiche riferibili alla vittima, mentre lungo le scale viene rinvenuto un piccolo frammento osseo del cranio. A rendere ancora più significativa l’analisi degli ambienti interviene un particolare temporale: la mattina del 13 agosto, poche ore dopo la scomparsa del farmacista, Gigliola aveva fatto ritinteggiare la stanza. Per l’accusa, la casa conserva dunque i segni di un’aggressione seguita da un tentativo di ripulire i locali; la difesa contesterà invece la capacità di quegli elementi, considerati singolarmente e nel loro insieme, di dimostrare chi abbia materialmente ucciso Brin.
Una parte considerevole dell’inchiesta si sposta sulle persone che frequentano Gigliola e sui loro movimenti dopo il delitto. Ettore Geri, suo ex compagno e padre di Soraya, fornisce versioni differenti e arriva inizialmente ad accusare sé stesso, salvo poi ritrattare. La ricostruzione giudiziaria definirà con maggiore precisione la sua presenza nella casa: quando vi giunge insieme alla figlia, Brin sarebbe già morto e disteso sul letto, mentre Geri interviene nella pulizia delle macchie di sangue presenti sul pavimento. La sua posizione rimane comunque delicata e l’accusa di concorso nell’omicidio lo accompagnerà fino al processo, dove i giudici di primo grado riterranno insufficienti le prove di una partecipazione all’uccisione.
Ancora più articolata è la ricerca di chi abbia contribuito a far sparire il cadavere. Le indagini raggiungono Raffaello Sacco, funzionario di polizia legato a Gigliola, Giuseppe Cardea, l’imbianchino chiamato proprio in quei giorni, e Mario Ciccarelli, collaboratore e amico di Brin. A loro si aggiunge Gabriele Di Nardo, consigliere regionale coinvolto nell’inchiesta e successivamente assolto. L’ipotesi accusatoria ricostruisce così una sequenza distinta dall’omicidio vero e proprio: dopo la morte del farmacista, più persone sarebbero intervenute per cancellarne le tracce, trasferire il corpo e abbandonarlo a Monte Ciuto. Le responsabilità attribuite ai singoli saranno profondamente ridiscusse durante il processo, con assoluzioni e condanne differenti rispetto alle contestazioni iniziali.
Gigliola continua intanto a proclamarsi innocente e indica agli investigatori una pista alternativa. Secondo la sua versione, Brin sarebbe stato ucciso da due uomini provenienti da Torino, legati a traffici di droga e a questioni d’affari che coinvolgevano il farmacista. Le verifiche non forniscono riscontri sufficienti a sostenere il racconto e l’impianto accusatorio segue una direzione diversa: l’omicidio sarebbe maturato improvvisamente durante il confronto tra Brin e Gigliola, mentre nelle ore successive alcune persone vicine alla donna avrebbero contribuito a nascondere quanto era accaduto. Separare le responsabilità legate all’uccisione da quelle riferite alla rimozione e all’abbandono del cadavere diventerà uno dei problemi centrali del processo.
Nel frattempo l’inchiesta apre un secondo fronte, destinato ad accrescere enormemente l’attenzione intorno a Gigliola. Gli investigatori riesaminano la morte del marito Pino Gustini, deceduto l’11 dicembre 1986 in seguito a un coma diabetico, e ipotizzano che la donna ed Ettore Geri abbiano deliberatamente contribuito al peggioramento delle sue condizioni. Nasce così un procedimento autonomo, fondato su fatti e responsabilità differenti da quelli contestati per Brin: Gigliola dovrà affrontare anche l’accusa di avere ucciso il marito, mentre sui giornali la sua vita sentimentale comincia ormai a sovrapporsi alla cronaca giudiziaria. Il processo, tuttavia, darà a quella morte una risposta molto diversa da quella riservata all’omicidio del farmacista.

I processi e La Mantide
Il processo per la morte di Cesare Brin si celebra davanti alla Corte d’Assise di Savona e si conclude in primo grado il 28 dicembre 1989. I giudici accolgono la ricostruzione secondo cui Gigliola ha ucciso il farmacista nella propria abitazione durante una violenta discussione, escludendo però la premeditazione: la condanna è a ventisei anni di reclusione. Le posizioni degli altri imputati seguono percorsi differenti, poiché il dibattimento separa progressivamente la responsabilità per l’omicidio dagli interventi compiuti dopo la morte di Brin. La sentenza nei confronti di Gigliola supera i successivi gradi di giudizio e il 17 dicembre 1991 la Cassazione rende definitiva la pena.
Negli stessi anni arriva davanti ai giudici anche la morte di Pino Gustini, riesaminata durante l’inchiesta Brin. Secondo l’accusa, Gigliola ed Ettore Geri avrebbero deliberatamente ritardato i soccorsi durante la crisi diabetica che aveva preceduto il decesso dell’uomo nel dicembre 1986. Il processo non conferma questa ipotesi e si conclude con l’assoluzione, tracciando così un confine netto tra le due vicende giudiziarie: per la morte di Gustini non viene riconosciuta alcuna responsabilità penale di Gigliola, mentre resta definitiva la condanna per l’uccisione di Brin.
La lunga esposizione mediatica trasforma intanto la donna in un personaggio della cronaca nera italiana. È in quegli anni che si diffonde il soprannome di Mantide di Cairo Montenotte, costruito attorno alle sue relazioni sentimentali e destinato a seguire Gigliola ben oltre la conclusione dei processi. Durante la detenzione lo scontro con gli inquirenti prosegue anche attraverso memoriali e accuse rivolte ai magistrati; per alcune di quelle affermazioni arriverà una condanna per diffamazione.
Dopo molti anni trascorsi in carcere, nel 2002 Gigliola ottiene la semilibertà e successivamente l’affidamento in prova ai servizi sociali. Il percorso giudiziario si chiude definitivamente nel 2014, quando il Tribunale di sorveglianza di Genova revoca la libertà vigilata riconoscendo l’esito positivo del reinserimento. Sono trascorsi quasi ventisette anni dalla morte di Cesare Brin: il soprannome coniato dalla stampa continua ancora a identificare Gigliola Guerinoni, mentre sul piano giudiziario rimane una certezza molto più precisa, fissata dalla sentenza definitiva per l’omicidio del farmacista.
