Via Fani, 16 marzo 1978, è stata raccontata per decenni come uno spazio perfettamente controllato dalle Brigate Rosse, una scena chiusa in cui ogni movimento era stato pianificato e ogni presenza ridotta all’essenziale, ma quando si torna a osservare quel tratto di strada con attenzione, uno degli elementi più controversi emerge proprio da ciò che si affaccia su quell’incrocio: il Bar Olivetti, un locale che nella ricostruzione ufficiale risulta chiuso e inattivo, ma che alcune testimonianze riportano invece come pienamente operativo proprio nelle ore della strage.

Il punto riguarda la sua effettiva accessibilità e frequentazione, perché diversi testimoni dichiarano di avervi consumato, telefonato o comunque sostato proprio la mattina del 16 marzo, introducendo una sospensione evidente rispetto alla versione consolidata. Il giornalista Diego Cimara racconta all’ultima Commissione Parlamentare di essere entrato nel bar per effettuare una telefonata e di avervi trovato personale al lavoro, colleghi della stampa e, soprattutto, alcune figure in uniforme aeronautica con tratti nord-europei, un dettaglio che amplia immediatamente il perimetro del racconto e suggerisce una presenza non riconducibile alla semplice clientela locale. Nello stesso contesto Cimara riferisce della presenza di uomini appartenenti alle forze dell’ordine o ad apparati di sicurezza che, a un certo punto, abbassano la saracinesca e lo invitano a uscire, trasformando il bar da luogo aperto a spazio improvvisamente controllato.
A questa versione si affianca quella di Francesco Pannofino, residente in via Fani e cliente abituale del locale, che ricorda sempre alla Commissione che invece la saracinesca era abbassata già al mattino, attribuendola inizialmente al giorno di chiusura, pur sottolineando come in quel periodo il bar fosse regolarmente attivo. Le due testimonianze non coincidono sul dettaglio del momento, ma convergono su un punto decisivo: il Bar Olivetti non era un locale morto, non era un guscio vuoto, ma un esercizio frequentato e funzionante nei giorni precedenti e, con ogni probabilità, anche in quelle ore.

Se il bar era accessibile, anche solo per una cerchia ristretta, allora cambia la prospettiva sull’agguato, perché la posizione indicata dagli stessi brigatisti, nascosti dietro le fioriere prospicienti il locale, si inserisce in un contesto meno neutro e più esposto di quanto sia stato raccontato. Il bar Olivetti diventa così uno spazio potenzialmente attraversato da persone, osservabile dall’interno e inserito in una rete di presenze che rende la scena più complessa.
La figura di Tullio Olivetti, titolare del bar, contribuisce a spostare ulteriormente il livello dell’analisi. Olivetti è un soggetto noto agli ambienti investigativi per il suo coinvolgimento in traffici internazionali di armi e valuta, sempre uscito indenne dalle vicende giudiziarie che hanno invece colpito i suoi presunti complici, una circostanza che i commissari parlamentari leggono come possibile segnale di una posizione protetta o di un ruolo svolto in collaborazione con apparati istituzionali. Il suo nome compare anche nell’elenco delle presenze a Bologna nei giorni precedenti la strage del 2 agosto 1980, un ulteriore elemento che rafforza la percezione di una figura collocata in ambienti non ordinari.
Le indagini avviate dal tenente colonnello Antonio Cornacchia nel 1977 si muovono proprio in questa direzione, delineando un quadro in cui traffici d’armi, criminalità organizzata e apparati di sicurezza si intrecciano in una catena che supera il livello nazionale. All’interno di questa rete emerge la figura di Luigi Guardigli, che descrive Olivetti come trafficante con forti agganci politici e relazioni dirette con ambienti criminali, arrivando a indicarlo come punto di contatto con personaggi di primo piano.

Tra questi compare il nome di Frank Coppola, figura centrale della criminalità internazionale, capace di muoversi tra Stati Uniti e Italia costruendo relazioni con famiglie mafiose e ambienti istituzionali, coinvolto in vicende che attraversano traffico di droga, scandali politici e rapporti con esponenti dello Stato. Il fatto che Coppola venga presentato proprio all’interno del bar insinua un elemento decisivo: quel luogo non è soltanto un esercizio commerciale, ma un punto di incontro tra mondi diversi, un crocevia in cui si intersecano relazioni che vanno ben oltre la dimensione locale.
La traiettoria investigativa che collega il Bar Olivetti a questo sistema si interrompe bruscamente con la perizia psichiatrica su Guardigli, redatta da Aldo Semerari, figura a sua volta tutt’altro che neutra. Semerari è uno dei nomi più controversi di quegli anni, professore universitario e al tempo stesso uomo legato all’eversione nera, ai servizi segreti, alla loggia P2 e alla criminalità organizzata, capace di muoversi tra ambiti diversi costruendo un ruolo di collegamento tra apparati, politica e mafia. La sua valutazione definisce Guardigli come mitomane e inattendibile, producendo l’effetto immediato di neutralizzare le sue dichiarazioni e di bloccare l’indagine su quel filone.

Il peso di questa interruzione diventa evidente se si osserva il contesto complessivo. Il Bar Olivetti appare come un punto in cui convergono presenze, relazioni e interessi che toccano criminalità organizzata, ambienti istituzionali e circuiti internazionali. La presenza nel consiglio di amministrazione della società anche di Maria Cecilia Gronchi, figlia dell’ex Presidente della Repubblica, aggiunge un ulteriore livello a questa rete, inserendo il locale in una dimensione che sfiora i vertici dello Stato.
A questo punto il bar smette definitivamente di essere un dettaglio e diventa un nodo. Un luogo di passaggio, di osservazione, di possibile controllo, attraversato da soggetti che operano su livelli diversi e che condividono uno spazio comune. Il fatto che l’agguato a Aldo Moro avvenga esattamente davanti a questo punto non può essere letto come una semplice coincidenza geografica, perché la densità delle connessioni che emergono attorno a quel locale rende quella posizione tutt’altro che neutra.
Quando un luogo concentra traffici, relazioni e presenze di questo tipo, la possibilità che proprio lì si sviluppi uno degli eventi più complessi della storia repubblicana senza alcuna interazione con quel contesto diventa progressivamente meno plausibile. Non si tratta di affermare automaticamente un ruolo diretto, ma di riconoscere che quel punto della città, quel bar, quella rete di relazioni costruiscono uno scenario in cui la casualità perde consistenza e lascia spazio a una struttura molto più articolata, nella quale ogni elemento merita di essere osservato con maggiore attenzione.
