INCHIOSTRO E SANGUE IN IRAQ: COME LA STAMPA HA ARMATO LA MANO DELLA GUERRA PREVENTIVA

“Una bugia fa in tempo a viaggiare per mezzo mondo, mentre la verità si sta ancora mettendo le scarpe.”

– Mark Twain

Le guerre non cominciano con i carri armati. Cominciano con una storia. Una narrazione ripetuta abbastanza volte da diventare verità, anche quando poggia sul nulla. L’invasione dell’Iraq del 2003 rappresenta uno degli esempi più significativi e inquietanti della storia contemporanea di come la propaganda politica, l’intelligence manipolata e il giornalismo compiacente possano intrecciarsi fino a trasformare un’ipotesi del tutto indimostrata in una giustificazione ineluttabile per la guerra.

La ricostruzione di questo meccanismo si inserisce nel solco profondo delle analisi condotte dalla giornalista investigativa Amy Goodman, storica voce e conduttrice del programma indipendente Democracy Now!, autrice di opere fondamentali come Scacco al potere, un testo che ha vivisezionato le logiche di controllo e disinformazione che hanno preceduto e accompagnato quel conflitto.

La campagna della Casa Bianca non nacque per caso, ma prese ufficialmente il via nel settembre del 2002. Durante una conferenza stampa memorabile a Camp David, il presidente americano George W. Bush e il primo ministro britannico Tony Blair si presentarono di fronte alle telecamere del mondo intero sostenendo che le presunte “prove regine” dell’intelligence – racchiuse e sventolate proprio nel famigerato rapporto di stima della CIA noto come NIE (National Intelligence Estimate) – e gli stessi verbali dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) dimostrassero inequivocabilmente l’esistenza di un programma nucleare segreto in Iraq. Bush, con piglio risoluto, arrivò a pronunciare parole che non ammettevano repliche, dichiarando di non capire quali altre evidenze fossero necessarie per agire.

Il paradosso, occultato dietro la solennità di quella messinscena, risiedeva in una realtà radicalmente capovolta: mentre i dossier del NIE confezionati dalla CIA mentivano spudoratamente per servire le ambizioni belliche dell’amministrazione, i documenti ufficiali e le verifiche reali dell’AIEA dicevano l’esatta verità. Le ispezioni condotte sul campo dal direttore Mohamed ElBaradei smentivano categoricamente ogni pericolo atomico, smascherando come quel castello d’accuse poggiasse sul nulla o su fabbricazioni d’intelligence abilmente manipolate per terrorizzare l’opinione pubblica globale.

In quel clima irrespirabile, segnato a fondo dalla paura collettiva e dal trauma ancora aperto degli attentati dell’11 settembre, la stampa statunitense si trovò a un bivio etico e professionale. Pochi giornalisti scelsero di mettere apertamente in discussione la versione ufficiale dell’amministrazione Bush. Il quotidiano più influente e autorevole del Paese, il New York Times, fece esattamente il contrario, abdicando al suo ruolo di cane da guardia nei confronti del potere. Nell’edizione domenicale comparve un articolo dirompente firmato da Judith Miller e Michael Gordon, secondo cui, a oltre dieci anni dagli accordi con cui si era impegnato a rinunciare alle armi di distruzione di massa, l’Iraq aveva intensificato la ricerca atomica, lanciandosi in una frenetica caccia internazionale ai materiali necessari per assemblare una bomba atomica.

Era esattamente la legittimazione che la Casa Bianca cercava disperatamente. Nello stesso articolo campeggiava una frase destinata a scolpirsi nell’immaginario collettivo come il simbolo della propaganda prebellica: il primo segno di una pistola fumante avrebbe potuto assumere le sembianze di un fungo atomico. John R. McArthur, editore di Harper’s Magazine e autore di studi fondamentali come Second Front: Censorship and Propaganda in the Gulf War, bollò senza mezzi termini quel pezzo come un ignobile esercizio di stenografia governativa, accusando i due giornalisti di aver trasformato una fuga di notizie pilotata dai servizi in un imminente Armageddon nucleare.

Il meccanismo a circuito chiuso funzionava alla perfezione, fondandosi su un sistema di mutuo sostegno. La Casa Bianca faceva filtrare l’indiscrezione attraverso canali riservati; il New York Times la pubblicava solennemente, conferendole una patente di inattaccabile autorevolezza giornalistica; e gli stessi vertici dell’amministrazione la citavano successivamente nei talk show e nei comunicati ufficiali come riscontro indipendente alle proprie tesi. La notizia nasceva all’interno dei corridoi del potere, transitava attraverso i media e tornava alla politica sotto forma di prova oggettiva.

La dimostrazione plastica di questo cortocircuito andò in onda il giorno stesso della pubblicazione. Il vicepresidente Dick Cheney – la cui precedente esperienza come amministratore delegato di Halliburton offriva già il fianco a pesanti ombre di conflitto d’interessi sugli appalti della futura ricostruzione dell’Iraq – fu ospite dei principali programmi della domenica mattina e, intervenendo a Meet the Press sulla NBC, sostenne con forza che Baghdad avesse acquistato tubi in alluminio destinati all’arricchimento dell’uranio, ignorando deliberatamente i rilievi contrari dell’AIEA e quanto pubblicato appena quattro giorni prima da The Guardian, che aveva smentito la notizia citando gli esperti, i quali giudicavano quei componenti perfettamente compatibili con usi industriali civili e del tutto inadatti a costruire un ordigno atomico. Quando i conduttori gli chiesero riscontri concreti, Cheney non fece altro che rimandare direttamente all’articolo fresco di stampa del New York Times. La fonte generava la prova, la prova cementava il consenso popolare, e il consenso si tramutava in irreversibile linea politica. Come osservò lucidamente McArthur, la libera circolazione di quello spot mascherato da notizia era esattamente ciò di cui Bush aveva bisogno per trascinare il Paese nello scontro armato.

La strategia della tensione diplomatica non si limitò ai confini mediatici nazionali, ma si estese con forza ai massimi consessi internazionali. Il 5 febbraio 2003, il segretario di Stato Colin Powell si presentò al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per perorare la causa dell’intervento armato contro Saddam Hussein. La sua esposizione fu un capolavoro di ingegneria persuasiva: mostrò immagini satellitari ingrandite, intercettazioni telefoniche trascritte, diagrammi complessi e brandì persino una piccola fiala di vetro trasparente che catturava un riflesso livido, sostenendo che una quantità minima di quella polvere di antrace fosse sufficiente a sterminare migliaia di persone ed elevandola a tangibile simbolo del pericolo biologico che minacciava il pianeta. La sua autorevolezza personale, spesa pubblicamente in quella sede, convinse la fetta più scettica e indecisa della comunità internazionale. Anni dopo, lo stesso Powell avrebbe ammesso con amarezza di considerare quella presentazione una macchia indelebile sulla propria carriera, riconoscendo che la stragrande maggioranza delle informazioni utilizzate era priva di fondamento.

Un altro pilastro essenziale della narrativa bellica riguardava il presunto tentativo del regime iracheno di acquistare ingenti quantità di uranio dal Niger. Nel gennaio 2003, durante il discorso sullo Stato dell’Unione, George W. Bush affermò pubblicamente che il governo di Londra era venuto a conoscenza dei tentativi di Saddam di procurarsi materiale radioattivo dall’Africa. Quell’affermazione poggiava interamente sui cosiddetti “documenti del Niger”, che le successive verifiche internazionali certificarono come grossolani falsi fabbricati a tavolino.

A conflitto ormai divampato e concluso, gli ispettori internazionali e le task force statunitensi passarono al setaccio il Paese per smontare ogni centimetro del territorio, giungendo a un’inevitabile conclusione: le armi di distruzione di massa non erano mai esistite. Il celebre giornalista Jack Shafer annotò causticamente che nessuna delle roboanti rivelazioni esclusive firmate da Judith Miller aveva trovato il minimo riscontro durante le ispezioni sul terreno, arrivando a pronunciare una stroncatura destinata a fare storia: se la vita dei reporter fosse dipesa dall’attendibilità delle loro fonti, la Miller avrebbe già trovato riposo nella sua tomba di famiglia.

Di fronte al crollo totale dell’impalcatura accusatoria, il New York Times non trovò il coraggio di pubblicare smentite proporzionate all’enorme eco planetaria concessa a quegli scoop. Soltanto nel maggio 2004, a guerra ampiamente avviata e dopo il fallimento di ogni ricerca, il prestigioso quotidiano diede alle stampe una lunga e sofferta autocritica intitolata The Times and Iraq, ammettendo formalmente di aver accordato una credibilità eccessiva a fonti interessate e a informazioni prive di verifiche indipendenti. Un atto di onestà intellettuale arrivato, tuttavia, quando le decisioni irreversibili erano già state prese e il bilancio delle vittime aveva già iniziato a farsi drammatico.

La fabbrica delle fonti che aveva alimentato questa colossale mistificazione si basava su una fitta rete di personaggi opachi, montature e raggiri abilmente confezionati. Per avvalorare la tesi dei colossali depositi di armi chimiche, Judith Miller e Michael Gordon avevano elevato al rango di fonte privilegiata un disertore che celava la propria identità sotto lo pseudonimo di Ahmed al Shemri, presentato come ex tecnico della Muthanna State Enterprise. Quella voce anonima sosteneva che Saddam custodisse gelosamente migliaia di galloni di antrace, gangrena gassosa, aflatossina e tossina botulinica, arsenali che le ispezioni successive dimostrarono non essere mai stati posseduti dal regime.

Parallelamente, la Miller si era spesa per accreditare Ahmed Chalabi, leader dell’Iraq National Congress, come la principale autorità morale e informativa sul regime di Saddam Hussein. Nonostante godesse di finanziamenti miliardari occulti erogati dalla CIA e da fondi federali del Dipartimento di Stato, Chalabi era stato condannato in contumacia in Giordania per una frode bancaria colossale, ed era apertamente accusato da altri esuli di aver sottratto gran parte dei fondi ricevuti. L’organizzazione faceva affidamento anche sul supporto logistico e strategico della società di pubbliche relazioni Rendon Group e, sebbene alla vigilia del conflitto la stessa CIA lo giudicasse una fonte totalmente inaffidabile, Chalabi continuò a trovare una solida sponda protettiva all’interno del Pentagono, grazie all’Office of Special Plans, una struttura creata ad hoc dai falchi dell’amministrazione per selezionare e imporre le informazioni che giustificassero l’attacco.

A completare questa sequenza di allarmi fabbricati a tavolino intervenne lo scoop sul vaiolo sovietico, secondo cui Baghdad si era assicurata un ceppo letale tramite uno scienziato russo anonimo – rivelatosi un bluff totale dopo mesi di indagini sul campo – e, infine, la presunta confessione di un sedicente scienziato iracheno catturato dagli americani, il quale sosteneva che Saddam avesse distrutto le armi chimiche all’ultimo momento per trasferirne una parte in Siria e allearsi con Al Qaeda. Tre mesi più tardi, la stessa Judith Miller fu costretta ad ammettere che quel presunto scienziato non aveva mai maneggiato una provetta in vita sua, trattandosi invece di un alto ufficiale dei servizi segreti iracheni, un impostore travestito da fonte autorevole.

Dietro la facciata della lotta al terrorismo e della democratizzazione forzata si muoveva una pianificazione strategica a lungo termine, cucita su misura dagli stessi uomini dell’amministrazione Bush che già anni prima operavano nel Project for the New American Century (PNAC), avendo teorizzato la necessità di riorganizzare con la forza la proiezione di potenza statunitense in Medio Oriente e di blindare la sicurezza strategica di Israele. In questa direzione spingevano apertamente potenti circuiti di lobbying come l’AIPAC, assecondando un disegno che, secondo l’analisi di studiosi del calibro di John Mearsheimer e Stephen Walt, rispondeva all’agenda dei neoconservatori volta a rimuovere i rivali regionali dello Stato ebraico. A confermare la concretezza di questa regia occulta fu l’ex generale Wesley Clark, il quale rivelò che, all’indomani dell’11 settembre, i vertici del Pentagono custodivano un memo segreto per rovesciare i governi di sette Paesi mediorientali nel giro di pochi anni. Sulla stessa linea si è costantemente speso Scott Ritter, ex capo ispettore delle Nazioni Unite, denunciando come la sistematica manipolazione dell’intelligence sulle presunte armi di distruzione di massa sia servita unicamente a legittimare un’aggressione i cui reali moventi strategici affondavano le radici in quella ridefinizione violenta degli equilibri regionali. Sulla mappa geografica, parzialmente srotolata e segnata da linee operative, stesa tra i confini geopolitici ridisegnati a tavolino e i flussi ininterrotti del greggio, si consumava così il vero asse d’interesse del conflitto: un sistema complesso in cui il controllo energetico e la proiezione militare non erano che le due facce di una medesima strategia. Questa visione ha saldato definitivamente il controllo delle risorse petrolifere del Golfo con le esigenze di proiezione e deterrenza della sicurezza israeliana, trasformando il Medio Oriente nel fulcro di una convergenza strategica in cui l’egemonia energetica di Washington e la tutela geopolitica di Tel Aviv si sono reciprocamente alimentate.

L’intera vicenda dell’Iraq non rappresenta soltanto un capitolo chiuso della storia contemporanea, ma costituisce un monito permanente e severo sul funzionamento della propaganda all’interno delle democrazie occidentali. Una notizia falsa non ha alcuna necessità di essere creduta ciecamente da chiunque; le è sufficiente circolare ininterrottamente, giorno dopo giorno, rimbalzando attraverso canali percepiti come autorevoli e imparziali, fino a logorare le difese critiche dell’opinione pubblica e rendere il dubbio molto più faticoso dell’adesione acritica alla versione ufficiale.

Il bilancio umano ed esistenziale della fabbricazione di quella guerra è scolpito in modo indelebile nei dati ufficiali e nelle rigorose stime epidemiologiche elaborate negli anni successivi. Nel corso del conflitto, 4.492 militari della coalizione guidata dagli Stati Uniti hanno perso la vita sul suolo iracheno. Sul fronte della popolazione civile e locale, le stime documentano una tragedia di proporzioni inimmaginabili: le organizzazioni di monitoraggio delle morti violente come l’Iraq Body Count attestano centinaia di migliaia di decessi diretti, mentre le proiezioni statistiche più ampie e rigorose, pubblicate su riviste mediche internazionali di primo piano come The Lancet, indicano un bilancio complessivo di vittime – aggravato dal collasso sistemico delle infrastrutture sanitarie, idriche ed economiche del Paese – che oscilla drammaticamente tra le 600.000 e oltre un milione di vite umane spezzate.

Mark Twain aveva visto tragicamente giusto. La bugia aveva completato il giro del pianeta prima ancora che la verità potesse mettersi le scarpe. La verità arrivò, implacabile e tardiva, quando il mondo intero stava già contando i morti. Resta un amaro promemoria di quanto sia facile costruire il consenso attorno a una guerra e, con il passare del tempo, lasciare che il suo immenso costo umano scivoli tra le storie perdute.

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