La banalità del male. L’omicidio Varani e la costruzione lucida di un delitto senza motivo apparente

Paura e delirio nel quartiere Collatino

Via Igino Giordani è una strada come molte nella periferia est di Roma: palazzi anni Settanta, cortili interni, auto parcheggiate lungo il marciapiede. Dall’esterno nulla lascia intuire che in uno di quegli appartamenti si sia consumato uno dei delitti più inquietanti della cronaca italiana degli ultimi anni.
È sabato 5 marzo 2016 quando una pattuglia dei carabinieri sale al decimo piano di una palazzina al numero civico 2. L’intervento delle forze dell’ordine è stato preceduto da una telefonata con cui un avvocato ha comunicato che il suo assistito intendeva costituirsi per un omicidio.
Dentro l’appartamento c’è un gran disordine con bottiglie vuote e tracce di sangue. In una camera da letto, sul pavimento, giace il corpo nudo di un ragazzo: è coperto in parte da un piumino e un coltello da cucina è ancora conficcato nel petto. Non ha documenti addosso: i vestiti sono stati messi in uno zaino e gettati via e il telefono cellulare è scomparso: la sua identificazione richiederà ore. Solo più tardi si scoprirà che si chiama Luca Varani e ha 23 anni.
Nell’appartamento vive Manuel Foffo, studente universitario fuori corso, figlio di un imprenditore nel settore della ristorazione. Alle 23:30 circa di martedì 1° marzo 2016 Foffo viene raggiunto dall’amico Marco Prato, PR romano, volto noto della movida capitolina, omosessuale dichiarato e figlio di Ledo Prato, famoso esperto di politiche culturali. Sono stati loro, secondo quanto emerge fin dalle prime ore, ad aver commesso l’efferato omicidio.

Il palazzo di via Giordani 2

La sera precedente, dopo il delitto, sono usciti e hanno fatto visita a diversi bar della zona, poi sono tornati a casa e hanno dormito nella stessa stanza in cui giaceva il corpo della vittima. La mattina seguente Foffo è partito con il padre per il Molise, dove avrebbe dovuto partecipare a un funerale di famiglia. Durante il viaggio, non riesce a tenersi tutto dentro e racconta quanto accaduto al padre che lo convince a costituirsi.
Intanto, alle 21:30 di sabato 5 marzo, le forze dell’ordine, sulle tracce di Marco Prato, fanno irruzione in una stanza d’albergo in zona piazza Bologna. Lo trovano riverso a terra, vestito solo con un paio di collant. Accanto al letto ci sono una bottiglia d’alcol e una bomboletta di gas da campeggio. In sottofondo, la canzone che lui amava tanto: “Ciao, amore ciao” di Luigi Tenco, nell’interpretazione di Dalida. Viene trasportato d’urgenza in ospedale. I medici accertano l’ingestione di una forte quantità di Minias, un potente sonnifero. Il tentativo di suicidio non riesce: Prato viene tratto in salvo.
La stessa sera Manuel Foffo viene arrestato e condotto alla stazione dei Carabinieri di via Torquato Tasso.
Quando i carabinieri entrano nell’abitazione di Via Igino Giordani, seguono le tracce di sangue fino alla stanza: il corpo presenta decine di ferite da arma da taglio e colpi inferti con un oggetto contundente. L’autopsia accerterà che la morte è sopraggiunta dopo un’aggressione prolungata.
Luca Varani era arrivato in quell’appartamento la mattina del 4 marzo, poco dopo le 8. Era stato contattato tramite un messaggio. La sua fidanzata, che aveva provato a chiamarlo più volte, aveva ricevuto dal suo telefono un sms in cui lui le diceva che l’avrebbe richiamata più tardi. Non manterrà mai quella promessa.
Secondo la ricostruzione processuale, tra l’ingresso nell’appartamento e la morte trascorrono diverse ore. Non si tratta di una colluttazione improvvisa, né di una lite degenerata, né di un colpo inferto in un momento di rabbia, ma l’evento si consuma in un tempo lungo.
Nei giorni precedenti, Foffo e Prato avevano trascorso ore chiusi in casa a bere, assumere quantità ingenti di cocaina senza quasi dormire e a parlare.
In sede di interrogatorio, Foffo dirà: «Avevamo il desiderio di fare del male a una persona qualsiasi».
È una frase che attraverserà l’intero processo perché non indica un conflitto, un debito insoluto o un desiderio di vendetta. Non c’è una storia pregressa tra aggressori e vittima, non esiste un movente economico e non c’è un litigio. C’è, piuttosto, l’idea condivisa di un atto efferato.
L’omicidio di Luca Varani entrerà nel dibattito pubblico come un delitto “senza motivo”, ma le sentenze chiariranno che non si tratto di un raptus o un’esplosione incontrollata, quanto piuttosto un’azione progressiva, reiterata, consapevole e crudele.
Ed è proprio in questa apparente normalità dei protagonisti – due giovani inseriti nel tessuto urbano, figli di buona famiglia e senza precedenti penali rilevanti – che il caso assumerà un significato più ampio perché il male, talvolta, non arriva dalle periferie dell’emarginazione, ma abita nei contesti ordinari, si prepara in silenzio e si consuma dietro una porta chiusa, in un appartamento qualunque di una strada qualunque, di un quartiere qualunque della Capitale.

Schegge di follia?

Nelle ore successive al ritrovamento del corpo di Luca Varani, la parola che circola con maggiore frequenza è “raptus”. È una formula ricorrente nella cronaca nera italiana: rassicurante, sintetica, apparentemente esplicativa di un’esplosione improvvisa e di una perdita di controllo.
Le sentenze metteranno nero su bianco altro. Infatti, dai verbali, dalle confessioni e dagli accertamenti tecnici emerge una sequenza che non coincide con l’idea di un gesto istintivo. Come abbiamo visto in precedenza, nei giorni antecedenti il 4 marzo 2016, Manuel Foffo e Marco Prato trascorrono gran parte del tempo chiusi nell’appartamento di via Igino Giordani, consumano alcol in quantità significativa, acquistano cocaina più volte e dormono poco. Ma non c’è solo l’assunzione di sostanze e la privazione del sonno; c’è una fase in cui verbalizzano, sognano e solleticano. il loro “desiderio di fare del male a una persona qualsiasi”. Non c’è un bersaglio preciso, ma è un’intenzione generica che prende forma nelle ore notturne.
La notte tra il 3 e il 4 marzo, i due escono in auto. Secondo quanto dichiarato, cercano qualcuno, ma non trovano nessuno che faccia al caso loro, perciò tornano a casa.
La mattina seguente viene inviato un messaggio a Luca Varani.

Luca VaraniIl fatto che la vittima non sia presente quando l’idea prende forma e che venga chiamata dopo segna una differenza netta tra impulso e progettualità.
Luca Varani arriva nell’appartamento intorno alle 8:20 del mattino. Non conosce Foffo, ma ha contatti con Prato che lo invita con un pretesto.
Secondo la ricostruzione processuale, gli viene offerto da bere: in un bicchiere viene versato anche Alcover, un farmaco utilizzato per il trattamento della dipendenza da alcol che, se combinato con altre sostanze, è in grado di accentuare stordimento e perdita di lucidità. Lo stordimento farmacologico rappresenta un’azione volta a ridurre la capacità di reazione della vittima.
Dalle risultanze autoptiche emerge una molteplicità di lesioni: colpi inferti con coltelli, colpi con un martello, segni di immobilizzazione e ferite reiterate anche quando la vittima non è più in grado di difendersi.
L’aggressione si sviluppa in più ambienti della casa – bagno e camera da letto – e si protrae per parecchio tanto che la morte sopraggiungerà dopo tempo.
In sede di confessione, Foffo ammette: «Lo abbiamo proprio torturato».
Un altro elemento che contrasta con l’idea di raptus è il comportamento successivo.
Successivamente alla morte di Varani, i due dormono nell’appartamento, puliscono in parte la scena del crimine e mettono il corpo sul letto per ripulire il pavimento. Dopo avere valutato l’ipotesi di disfarsi del cadavere, escono e gettano via vestiti e telefono della vittima.
Dopo avere visitato alcuni bar, Prato prende una stanza in un hotel in zona piazza Bologna, mentre Foffo il giorno successivo parte con il padre per il Molise. I due tengono una condotta che indica sequenzialità decisionale.
La giurisprudenza distingue tra alterazione e abolizione della capacità di intendere e di volere. Nel processo, la difesa insisterà sull’uso massivo di sostanze e sulle condizioni psicofisiche dei due imputati, ma le perizie escluderanno una compromissione tale da annullare la responsabilità penale: intossicazione non equivale a incapacità.
Le azioni prima, durante e dopo il delitto mostrano consapevolezza operativa: preparazione, esecuzione, gestione.

Senza apparente motivo

Nel dibattito pubblico il caso viene spesso descritto come un omicidio privo di movente. In realtà, l’assenza di un conflitto tradizionale non coincide con l’assenza di motivazione. Pur non essendoci alla base delle spinte come vantaggio economico, vendetta o gelosia, c’è l’anticipazione di un atto con la ricerca di una vittima e la volontà dichiarata di «vedere l’effetto che fa».
Il diritto penale non richiede un movente per affermare la responsabilità, ma dal punto di vista criminologico la presenza di una fase pre-delittuale condivisa è decisiva.
L’omicidio di Luca Varani non nasce in pochi secondi, ma matura in più giorni e si struttura in un accordo implicito, realizzandosi poi attraverso un controllo progressivo della vittima.
Ed è questa costruzione graduale – più ancora della violenza in sé – a rendere il caso uno dei più inquietanti della recente cronaca giudiziaria italiana.

La coppia criminale

Manuel Foffo e Marco Prato

Uno degli aspetti più discussi del caso riguarda il rapporto tra Manuel Foffo e Marco Prato.
La conoscenza tra Manuel Foffo e Marco Prato è recente, intermittente e segnata da ambiguità.
Si conoscono la notte di Capodanno; in quell’occasione fanno uso di cocaina e Prato pratica un rapporto orale a Foffo, il quale, durante l’interrogatorio si definisce eterosessuale e ammette di aver vissuto quell’episodio con disagio e vergogna.
Nei mesi successivi i contatti sono sporadici. Foffo racconta che Prato aveva conservato sul telefono un video di quella notte. Un dettaglio che, nelle sue dichiarazioni, assume il peso di una pressione implicita: il timore che quel materiale potesse essere mostrato ad altri.
Non risultano denunce né richieste esplicite di denaro o favori, ma nella ricostruzione di Foffo, il rapporto con Prato è caratterizzato da un senso di dipendenza e di soggezione psicologica.
Quando i due decidono di trascorrere insieme i giorni precedenti al delitto, lo fanno con l’intento dichiarato di consumare sostanze. In questo contesto di isolamento e alterazione progressiva, il legame tra i due si intensifica, le conversazioni diventano più radicali e le inibizioni si abbassano.
La dinamica che emerge dalle carte non è quella di una vittima e di un carnefice all’interno della coppia, ma di due adulti che si influenzano reciprocamente. Tuttavia, l’ambiguità del loro rapporto – desiderio, rifiuto, dipendenza, competizione – costituisce lo sfondo su cui maturerà l’idea dell’aggressione. Non è il movente del delitto, ma è il terreno su cui il delitto diventa possibile.
I crimini commessi in due pongono sempre una domanda: chi è il leader e chi è il follower? C’è una personalità dominante e una subordinata, oppure si tratta di un’azione realmente condivisa?
Nel processo, le versioni difensive tenderanno a spostare l’asse della responsabilità sull’altro secondo uno schema frequente nei reati plurisoggettivi. Tuttavia, al di là delle strategie giudiziarie, ciò che emerge è una dinamica di rinforzo reciproco.
Nei giorni precedenti l’omicidio, infatti i due condividono isolamento, consumo di sostanze e deprivazione di sonno. In questo contesto chiuso l’idea violenta non viene frenata ma alimentata.
In criminologia si parla di “escalation diadica”: due soggetti che, in una relazione simbiotica temporanea, amplificano reciprocamente fantasie e impulsi. Non è necessario ipotizzare un delirio condiviso o una patologia psicotica strutturata, ma è sufficiente l’assenza di limiti esterni e la progressiva normalizzazione dell’idea.
Un dettaglio significativo è la ricerca notturna di una vittima casuale; non trovando nessuno, l’intenzione non si dissolve, ma viene soltanto rinviata. Questo indica che l’idea aveva già superato la soglia della provocazione verbale.
La mattina del 4 marzo, quando Varani arriva nell’appartamento, l’«accordo tacito» di cui parlerà Foffo è già presente.
Non è semplice stabilire se uno dei due abbia avuto un ruolo più attivo nella fase iniziale dell’aggressione, ma la violenza si sviluppa attraverso un’alternanza di azioni: nessuno dei due interrompe l’altro e nessuno si sottrae.
L’elemento decisivo non è chi abbia inferto più colpi, ma il fatto che entrambi partecipano senza opposizione interna. Nei delitti di coppia, la responsabilità si fonda proprio su questa adesione reciproca.

Manuel Foffo – il follower?

Manuel Foffo

Manuel Foffo cresce in una famiglia economicamente stabile; il padre è un imprenditore nel settore della ristorazione. Non risultano precedenti penali né un passato di violenza. È iscritto all’università, ma il percorso accademico procede con difficoltà.
Dalle dichiarazioni rese agli inquirenti emerge un uso di cocaina iniziato in modo sporadico intorno ai diciotto anni e diventato, in alcuni periodi, più intenso. Racconta anche di un precedente percorso terapeutico per abuso di alcol, durante il quale gli era stato prescritto l’Alcover, il farmaco che verrà poi somministrato a Luca Varani la mattina del 4 marzo.
Nelle settimane precedenti al delitto non risultano eventi traumatici specifici. Non emergono rotture sentimentali, perdite o conflitti immediati. Il consumo di sostanze nei giorni tra il 2 e il 4 marzo è però massiccio: notti senza dormire, migliaia di euro spesi in cocaina, isolamento progressivo.
Nel suo interrogatorio alterna ammissioni nette a vuoti di memoria; riconosce la responsabilità, ma fatica a ricostruire con precisione la sequenza. Descrive momenti di vergogna durante l’aggressione, ma afferma di non essere stato in grado di fermarsi.
Non appare come un soggetto marginale o socialmente escluso ed è inserito in un contesto ordinario. Proprio questa normalità rende più difficile ricondurre il gesto a una traiettoria criminale prevedibile.

Marco Prato – il leader?

Marco Prato

 Marco Prato costruisce negli anni un’identità pubblica fortemente centrata sull’immagine. Lavora come pr nei locali romani, frequenta ambienti della movida, cura con attenzione l’estetica personale.
Alle spalle, però, c’è una storia più complessa. Durante l’adolescenza vive con disagio il rapporto con il proprio corpo. Negli anni successivi modifica radicalmente il suo aspetto attraverso allenamento costante, trattamenti estetici ed indossa un parrucchino.
Secondo alcune testimonianze, in ambito familiare l’accettazione della sua omosessualità non sarebbe stata immediata. È un elemento che contribuisce a delineare un percorso identitario non privo di tensioni.
In sede processuale emergono fragilità psicologiche e precedenti episodi autolesivi. Dopo l’arresto, il suo stato psichico verrà considerato instabile. Il tentativo di suicidio nella stanza d’albergo, la sera del 5 marzo, precede di oltre un anno il suicidio definitivo nel carcere di Velletri.
Anche nel suo caso non emerge una storia criminale, quanto piuttosto una combinazione di vulnerabilità personali e uso di sostanze.
Le biografie di Foffo e Prato non aiutano a spiegare il delitto perché non esiste un automatismo tra disagio e omicidio. Tuttavia, aiutano a comprendere il contesto relazionale in cui l’idea dell’aggressione prende forma: isolamento, alterazione, ricerca di sensazioni e dinamica a due.
Il caso Varani non è la storia di un “mostro” isolato. È la convergenza di due fragilità che, in una circostanza precisa, non hanno trovato un limite.

Luca Varani: un ragazzo

Luca Varani

Nato a Sarajevo nel 1993 durante la guerra nei Balcani, adottato da una famiglia italiana, cresciuto a Roma, Luca Varani conduce una vita segnata da precarietà lavorativa e difficoltà economiche.
Dopo la sua morte, una parte della narrazione mediatica si concentra su aspetti della sua vita privata: incontri a pagamento, consumo di droga, frequentazioni notturne. È una dinamica nota nei casi di cronaca nera: l’attenzione si sposta sulla biografia della vittima, quasi a cercare una spiegazione retroattiva.
Dal punto di vista criminologico, però, la vulnerabilità non è un movente, bensì un fattore di esposizione.
Varani viene contattato perché ritenuto disponibile, facilmente avvicinabile, poco protetto da una rete sociale immediata. Non viene scelto per una storia personale conflittuale, ma viene scelto perché accessibile.
Nei reati predatori, l’aggressore non cerca necessariamente una persona specifica, quanto piuttosto una persona che possa essere neutralizzata senza eccessiva resistenza o immediata segnalazione.
Il fatto che Varani non conoscesse Foffo rafforza l’idea di una selezione funzionale, non personale.
Parlare di “doppia vita” rischia di produrre una vittimizzazione secondaria, ovvero si tende a spostare implicitamente la responsabilità del crimine sulla vittima stessa, mettendone in evidenza comportamenti giudicati devianti. Non possiamo insinuare che certe scelte abbiano contribuito all’esito fatale perché nessuna condotta della vittima può essere interpretata come causa del delitto. Luca Varani non muore per ciò che faceva; muore perché qualcuno ha deciso che poteva essere la persona giusta su cui esercitare violenza.

Il nodo dell’imputabilità
Uno dei nodi centrali del processo riguarda la capacità di intendere e di volere di Manuel Foffo al momento del fatto.
Nei giorni precedenti l’omicidio, l’uso di cocaina è documentato in quantità rilevanti: viene stimato un consumo di decine di grammi nell’arco di tre giorni, cui si aggiungono alcol e altre sostanze.
La difesa sostiene che l’abuso cronico e l’assunzione massiva avrebbero prodotto un’alterazione tale da compromettere gravemente la capacità decisionale.
Le perizie disposte in sede giudiziaria escludono una patologia psichiatrica tale da far scemare completamente o parzialmente la capacità di intendere e di volere. In altri termini, l’intossicazione, pur rilevante, non viene ritenuta sufficiente a configurare un vizio totale o parziale di mente.
Il diritto penale italiano distingue tra alterazione da sostanze volontariamente assunte e infermità mentale in senso tecnico.
Nel delitto Varani, i collegi giudicanti ritengono che le condotte dimostrino organizzazione e finalizzazione:

  • preparazione dell’ambiente,
  • stordimento farmacologico,
  • gestione post-delitto,
  • tentativo di occultamento di oggetti,
  • uscita dall’abitazione e interazioni sociali successive.

Questi elementi sono incompatibili con uno stato confusionale profondo. Le sentenze sottolineano che l’uso di sostanze può disinibire, ridurre i freni morali ed amplificare impulsi già presenti, ma non crea ex novo una struttura di violenza organizzata. Al momento dei fatti, dunque, entrambi erano in grado di comprendere la natura e le conseguenze delle proprie azioni.

Il suicidio di Marco Prato

Marco Prato – Lettera autografa

Nella notte fra il 19 e il 20 giugno 2017, alla vigilia dell’apertura del processo a suo carico, Marco Prato, mentre il suo compagno di cella dorme, muore per autosoffocamento nel carcere di Velletri. Si cala in testa un sacchetto di plastica dopo averlo riempito del gas di una bomboletta per cucinare. Nella sua lettera d’addio scrive: «Chiamate il centro capelli a Piazza Mazzini per rigenerarmi la chioma prima di cremarmi. Mettetemi la cravatta rossa, donate i miei organi, lasciatemi lo smalto rosso alle mani. Mi sono sempre divertito di più a essere una donna».
La sua posizione processuale era distinta da quella di Manuel Foffo, che aveva scelto il rito abbreviato ottenendo una condanna a trent’anni, poi confermata nei successivi gradi di giudizio. Prato aveva optato per il dibattimento ordinario, ma il suo processo non inizierà mai.
Già prima dell’omicidio di Luca Varani, Prato aveva una storia clinica complessa: disturbo dell’umore, precedenti tentativi di suicidio, terapie farmacologiche interrotte. Dopo l’arresto, emergono ancora di più i segnali di fragilità psichica.
Il suicidio apre un secondo fronte di riflessione, distinto ma non separabile dal delitto: quello della gestione dei detenuti vulnerabili.
Il carcere è un luogo ad alto rischio suicidario. I dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria mostrano un’incidenza significativa di suicidi tra soggetti con disturbi psichiatrici o in condizioni di forte stress processuale: l’attesa del giudizio, l’esposizione mediatica, l’isolamento possono amplificare fragilità preesistenti.
Nel caso di Prato, il dibattito pubblico si concentra sui trasferimenti tra istituti e sulla continuità terapeutica. Il Garante nazionale delle persone private della libertà personale evidenzia criticità nel sistema di presa in carico dei detenuti con problematiche psichiche.
Il suicidio non cancella la responsabilità penale per il delitto, ma introduce un elemento ulteriore: la traiettoria autodistruttiva che attraversa la vicenda.
Nel corso delle dichiarazioni rese agli inquirenti, affiora più volte un riferimento implicito alla morte come esito possibile anche per i due autori. Non si tratta di una giustificazione, né di una chiave assolutoria, ma è un dato che si inserisce in un quadro di instabilità personale, consumo di sostanze, perdita di controllo.
La storia giudiziaria si interrompe con un atto individuale, mentre la storia del delitto resta.

La banalità del male

L’omicidio di Luca Varani continua a sollevare domande perché non offre un movente tradizionale. Non c’è un conflitto economico né un grido di vendetta né una storia personale tra vittima e aggressori.
A monte sussiste meramente un’idea coltivata in un appartamento qualunque, in un quartiere qualunque, da due giovani che, fino a quel momento, non appartenevano ad un universo criminale strutturato.
Il processo ha escluso l’incapacità di intendere e di volere, accertando la consapevolezza dell’azione e respingendo a gran voce la lettura del raptus.
Dunque, come può maturare un atto così estremo in un contesto ordinario?
La risposta non sta nell’eccezionalità, ma nella combinazione di fattori: isolamento, abuso di sostanze, dinamica di rinforzo reciproco, riduzione progressiva dei limiti morali, selezione di una vittima vulnerabile.
Non è necessario invocare il “mostro”, benché la categoria della mostruosità rassicuri, trasformando l’autore in un’eccezione biologica od in un’anomalia irripetibile.
Il caso Varani suggerisce qualcosa di diverso. Il male può assumere una forma ordinaria, maturando senza un grande movente. Può nascere da un vuoto, da una ricerca di sensazioni, da un esperimento crudele sul corpo di un altro essere umano.
La banalità, in questo caso, sta nell’assenza di un disegno e di una motivazione proporzionata all’orrore.

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