Nel 1877, a Palermo, nasce Giulia Tasca Lanza, figlia della principessa Giovanna Filangeri di Cutò e del conte Lucio Mastrogiovanni Tasca Lanza. La città vive la stagione elegante della Belle Époque, con la famiglia Florio al centro della scena mondana e ricevimenti sontuosi tra Villa Igiea e Villa dell’Olivuzza. Giulia trascorre l’infanzia a Palazzo Filangeri di Santa Margherita, dimora che anni più tardi il nipote Giuseppe Tomasi di Lampedusa, figlio della sorella Beatrice e del principe Giulio Tomasi, trasfigurerà in Donnafugata nel suo romanzo Il Gattopardo.

Diciottenne, dopo il debutto in società, sposa il conte Romualdo Trigona dei principi di Sant’Elia. L’unione segue i canoni della tradizione aristocratica ottocentesca, con un accordo tra famiglie orientato alla continuità dinastica. Nei primi anni la coppia ha due figlie e Giulia assume il ruolo di dama di corte della regina Elena, che le riserva stima e considerazione. La presenza ai ricevimenti dei Florio consolida l’immagine pubblica della coppia.
Con il tempo l’equilibrio si incrina quando Romualdo intreccia una relazione con un’attrice della compagnia teatrale di Scarpetta. Giulia ne viene informata e la tensione tra i coniugi cresce. Nell’agosto del 1909, durante un ballo a Villa Igiea organizzato dai Florio, Giulia incontra il tenente Vincenzo Paternò del Cugno, barone di origini aristocratiche e con risorse economiche limitate, più giovane di lei di due anni. Tra i due nasce un legame intenso che li porta a frequentarsi apertamente e a viaggiare insieme. Ben presto emergono tratti inquieti nel temperamento di Paternò, dominato da gelosia e impulsi aggressivi. Dopo avere dilapidato il proprio patrimonio tra corse e scommesse, egli si rivolge con crescente insistenza a Giulia per ottenere denaro. La relazione diventa argomento di conversazione nei salotti aristocratici e contribuisce ad ampliare la distanza tra Giulia e il marito, fino a esporre la crisi coniugale all’attenzione dell’opinione pubblica.

Nel corso della crisi coniugale, Giulia si affida al sostegno dell’avvocato Serral, marito di una sua sorella, figura di riferimento sul piano legale e familiare. Su suo consiglio, decide di vendere un feudo per garantirsi autonomia economica e tutela patrimoniale.
Nel 1911 i coniugi Trigona ricevono una convocazione al Quirinale per riprendere servizio a corte, in un clima che lascia intravedere un tentativo di ricomposizione sostenuto dalla regina Elena. Giulia manifesta il desiderio di chiudere entrambe le relazioni. La somma ricavata dalla vendita del feudo viene vincolata per tutelarne la destinazione. Paternò, venuto a conoscenza della decisione, affronta Serral davanti alla corte, convinto dell’esistenza di un’intesa tra lui e Giulia. Riesce a ottenere un ultimo incontro con lei, fissato per il 2 marzo alle ore 12 all’Hotel Rebecchino, nei pressi della stazione Termini.
L’epilogo assume i tratti di un delitto che richiama dinamiche ancora attuali. Nella stanza numero 8 dell’albergo, Paternò colpisce Giulia ventisette volte con un coltello e poi tenta il suicidio sparandosi. Sopravvive e viene tratto in salvo. Il 27 giugno 1912 la corte d’Assise di Roma lo condanna all’ergastolo.
Nella stessa stanza vengono rinvenute circa cento lettere. Molte appartengono alla corrispondenza tra Giulia e Paternò; altre documentano scambi con la regina Elena e contengono riferimenti a questioni riservate relative alla casa Savoia. Le carte suscitano ipotesi su possibili rapporti diplomatici di carattere sensibile. L’epistolario viene esaminato prima dal presidente del Consiglio Giovanni Giolitti e dal re Vittorio Emanuele III, quindi messo a disposizione dell’autorità giudiziaria.

Secondo alcune ricostruzioni, dietro il richiamo a corte dei coniugi Trigona si intravede l’influenza della regina madre Margherita di Savoia, vedova di Umberto I, attenta alle voci che circolano sulla dinastia.
Durante la detenzione, Paternò lascia circolare l’idea di possedere informazioni sensibili maturate nel periodo della relazione. In un contesto politico segnato da equilibri delicati, tali allusioni contribuiscono a mantenere il caso in una zona ambigua tra cronaca mondana e questione di corte.
Paternò avrebbe confidato tali contingenze all’anarchico Paolo Schicchi, suo compagno di detenzione.
Negli anni successivi Schicchi, trasferitosi in Tunisia dopo la liberazione negli anni Venti, redige un manoscritto sugli scandali riferiti in carcere. Il testo viene intercettato da agenti fascisti in Turchia e consegnato a Benito Mussolini, che lo impiega come leva politica nei confronti del sovrano. Nel 1942, quando Paternò ha ormai superato i sessant’anni, ottiene la grazia sovrana su iniziativa di Mussolini. Rientrato in Sicilia, si unisce in matrimonio con una donna di servizio e conclude la propria vita cinque anni più tardi, lontano dall’attenzione pubblica.

La vicenda di Giulia Tasca Lanza si colloca al confine tra dramma personale e storia istituzionale. Un intreccio sentimentale nato nei salotti dell’aristocrazia siciliana si trasforma in un caso capace di lambire la corte e di coinvolgere le più alte sfere dello Stato. Nella Roma del primo Novecento, tra apparenze mondane e rigide convenzioni sociali, passioni private e interessi dinastici si sovrappongono fino a generare un esito irreversibile. A distanza di oltre un secolo, quel delitto continua a evocare il volto fragile di un mondo elegante e solenne, attraversato da tensioni profonde che la cronaca rese improvvisamente visibili.
