La notte del 19 giugno 1982

La sera del 19 giugno 1982 Paolo Mainardi e Antonella Migliorini si trovano a bordo di una Fiat 127 celeste in una zona di campagna nei pressi di Baccaiano, una frazione del comune di Montespertoli, in provincia di Firenze. La coppia ha scelto una piazzola lungo via Virginio Nuova, una strada secondaria circondata da campi e vigneti.
Paolo Mainardi ha 22 anni e lavora come operaio. Antonella Migliorini ha 19 anni. I due sono fidanzati e vivono nella zona. Trascorrono parte della serata all’interno dell’automobile parcheggiata lungo la strada.
A un certo punto la loro permanenza viene interrotta da una sequenza di colpi d’arma da fuoco. I proiettili raggiungono l’abitacolo e colpiscono entrambi gli occupanti. Gli accertamenti eseguiti successivamente consentiranno di attribuire anche questo duplice omicidio alla serie del Mostro di Firenze attraverso l’analisi balistica dei bossoli rinvenuti sulla scena.
La dinamica presenta fin dall’inizio un elemento insolito. Dopo gli spari, la vettura non resta ferma nella piazzola. Il veicolo si muove, percorre alcuni metri e termina la propria corsa fuori dalla sede stradale. Le ruote posteriori finiscono in un fosso ai margini della carreggiata.
Quella posizione attirerà immediatamente l’attenzione degli investigatori. La collocazione finale dell’auto apre una serie di interrogativi sulla sequenza degli eventi avvenuti nei secondi successivi agli spari e sul comportamento delle due vittime all’interno dell’abitacolo.
Quando i soccorsi raggiungono la zona, la scena appare diversa rispetto a quella osservata in altri delitti attribuiti al Mostro di Firenze. L’automobile si trova fuori dalla piazzola. Uno dei due occupanti è ancora vivo.
È il primo elemento che distingue il delitto di Baccaiano dagli episodi precedenti della serie. Per alcuni minuti esiste infatti la possibilità che almeno una delle vittime possa sopravvivere e fornire indicazioni utili agli inquirenti. I primi a raggiungere la vettura si trovano così davanti a una situazione inattesa: una coppia colpita all’interno del veicolo e un uomo che mostra ancora segni di vita.

L’auto nel fosso
Quando i soccorritori raggiungono via Virginio Nuova, trovano la Fiat 127 di Paolo Mainardi e Antonella Migliorini ferma sul margine della strada. Il veicolo non si trova nella piazzola scelta dalla coppia per trascorrere la serata: è alcuni metri più avanti, con le ruote posteriori finite nel fosso che costeggia la carreggiata.
La posizione finale della Fiat 127 consente agli investigatori di ricostruire una parte della dinamica. Dopo essere stati raggiunti dai colpi d’arma da fuoco, Paolo Mainardi e Antonella Migliorini percorrono ancora un breve tratto di strada all’interno del veicolo. La corsa termina pochi metri più avanti, sul margine della carreggiata, dove il veicolo si arresta con le ruote posteriori nel fosso che costeggia via Virginio Nuova. Le condizioni delle vittime forniscono un primo dato: Antonella Migliorini muore sul posto, Paolo Mainardi è gravemente ferito, ma presenta ancora segni vitali quando vengono allertati i soccorsi.
L’intervento si concentra immediatamente sul giovane. Le operazioni di recupero vengono effettuate nel tentativo di trasferirlo il più rapidamente possibile all’ospedale di Empoli. Tra le persone presenti c’è Lorenzo Allegranti, autista della Croce d’Oro di Montespertoli. Le sue osservazioni iniziano accanto alla Fiat 127 ferma nel fosso. Da quel momento entrano nella documentazione del caso e accompagnano una delle vicende più discusse dell’intera inchiesta sul Mostro di Firenze.
Lorenzo Allegranti
Lorenzo Allegranti entra nella vicenda di Baccaiano come soccorritore. All’epoca è autista della Croce d’Oro di Montespertoli e partecipa alle operazioni che portano Paolo Mainardi all’ospedale di Empoli. Il suo nome compare negli atti dell’inchiesta fin dai primi giorni successivi al delitto. Gli investigatori raccolgono la sua testimonianza insieme a quelle delle altre persone intervenute sulla scena. In quella fase le sue dichiarazioni costituiscono uno dei numerosi contributi utilizzati per ricostruire le condizioni nelle quali viene trovato Paolo Mainardi.
Con il passare del tempo, alcune osservazioni attribuite ad Allegranti attirano l’attenzione di chi continua ad analizzare il caso. Una parte delle discussioni riguarda la posizione nella quale il giovane sarebbe stato visto durante le operazioni di soccorso. Il tema emerge più volte nel corso degli anni perché tocca direttamente la ricostruzione degli ultimi momenti vissuti da Mainardi all’interno della Fiat 127.
La figura di Allegranti torna al centro dell’attenzione anche per un’altra ragione. Nei giorni successivi al delitto, la procura fa circolare la notizia secondo cui Paolo Mainardi avrebbe potuto fornire indicazioni utili agli inquirenti prima di perdere conoscenza. L’iniziativa nasce da una precisa scelta investigativa: verificare se qualcuno mostri interesse per le presunte dichiarazioni della vittima.
È in questo contesto che si colloca uno degli episodi più particolari dell’intera vicenda. Alcune telefonate ricevute da Lorenzo Allegranti finiscono infatti all’interno della documentazione del caso e contribuiscono ad alimentare interrogativi destinati a riemergere negli anni successivi.

Le telefonate a Lorenzo Allegranti
Nei giorni successivi al delitto di Baccaiano, Lorenzo Allegranti riceve una telefonata inattesa. Dall’altra parte della linea c’è uno sconosciuto che sembra interessato a un solo argomento: Paolo Mainardi. La domanda viene formulata in modo diretto. L’interlocutore vuole sapere se il giovane abbia pronunciato qualche parola prima di morire. Vuole conoscere eventuali frasi, nomi o indicazioni lasciate durante il trasporto in ospedale. L’interesse appare talmente specifico da colpire immediatamente Allegranti.
Le telefonate non si fermano al primo contatto. In una chiamata successiva, lo sconosciuto si presenta come appartenente alla magistratura. Il tono cambia. L’interlocutore sostiene che Allegranti avrebbe riferito versioni differenti dei fatti e cerca di ottenere ulteriori informazioni sulle ultime ore di vita di Mainardi. La risposta del soccorritore è netta. Se la magistratura desidera ascoltarlo, spiega, esistono canali ufficiali attraverso i quali procedere. La conversazione si interrompe senza fornire chiarimenti sull’identità di chi si trova dall’altra parte della linea.
Con il passare del tempo le chiamate continuano. L’anonimo interlocutore riesce persino a rintracciare Allegranti durante un periodo di vacanza sulla riviera romagnola. La conoscenza dei suoi spostamenti aggiunge un nuovo elemento alla vicenda: chi telefona dispone di informazioni personali che non appartengono alla sfera pubblica.
Nel 1984 il contenuto delle telefonate diventa ancora più inquietante. La voce anonima abbandona le richieste di informazioni e passa alle minacce. In una delle chiamate l’uomo afferma di essere il Mostro di Firenze e annuncia l’intenzione di uccidere Allegranti entro pochi giorni.
Le indagini non riusciranno mai a identificare con certezza l’autore delle telefonate. Rimane però una domanda che accompagnerà la vicenda negli anni successivi: perché uno sconosciuto mostrava un interesse così insistente per Lorenzo Allegranti e per le ultime ore di vita di Paolo Mainardi? Era il Mostro?

Il delitto interrotto
Quando gli investigatori analizzano la scena di Baccaiano, si trovano davanti a una situazione diversa da quella osservata in altri delitti attribuiti al Mostro di Firenze. Antonella Migliorini viene uccisa durante l’aggressione. Sul suo corpo non vengono riscontrate le mutilazioni che caratterizzeranno altri episodi della serie.
La circostanza attira l’attenzione degli inquirenti fin dalle prime fasi dell’indagine. Gli spari vengono esplosi, le vittime vengono colpite e l’assassino si allontana dalla zona senza compiere ulteriori azioni sul corpo della giovane.
La cronologia degli eventi occupa una posizione centrale nella ricostruzione del delitto. Dopo l’aggressione, la Fiat 127 percorre ancora alcuni metri e termina la propria corsa nel fosso. Paolo Mainardi rimane in vita. I soccorsi vengono allertati e raggiungono rapidamente via Virginio Nuova.
La presenza di una vittima sopravvissuta modifica il quadro della situazione. Ogni minuto trascorso dopo gli spari aumenta il rischio che qualcuno raggiunga la zona. Le attività di soccorso iniziano mentre Mainardi lotta ancora tra la vita e la morte.
Gli inquirenti prendono in considerazione anche questo aspetto nel tentativo di comprendere il comportamento dell’assassino. La permanenza sulla scena si misura infatti in minuti. La possibilità che sopraggiungano testimoni, soccorritori o pattuglie delle forze dell’ordine entra inevitabilmente a far parte delle valutazioni di chi ha appena commesso il delitto.
Gli elementi raccolti non consentono di stabilire con certezza che cosa abbia determinato l’allontanamento dell’assassino. La documentazione disponibile permette però di osservare una sequenza precisa: aggressione, spostamento dell’automobile, sopravvivenza di Paolo Mainardi e arrivo dei soccorsi.
Il delitto di Baccaiano conserva così una caratteristica particolare all’interno della serie attribuita al Mostro di Firenze. La scena viene abbandonata in una fase diversa rispetto a quella documentata in altri episodi e lascia aperti interrogativi che accompagneranno l’inchiesta negli anni successivi.
Le parole che Paolo Mainardi non pronunciò mai
Paolo Mainardi arriva all’ospedale di Empoli nelle prime ore del 20 giugno 1982. Le sue condizioni sono gravissime. I medici tentano di salvarlo, ma il giovane non riprende conoscenza. Muore alcune ore dopo senza poter fornire alcuna ricostruzione dell’aggressione subita a Baccaiano.
Gli investigatori perdono così l’unica persona che avrebbe potuto raccontare gli ultimi istanti trascorsi all’interno dell’automobile. Nessuno può riferire che cosa accadde nei secondi successivi agli spari. Nessuno può descrivere il volto dell’aggressore o i movimenti compiuti attorno alla vettura.
L’assenza di una testimonianza diretta lascia un vuoto destinato a pesare sull’intera indagine. La ricostruzione dei fatti deve svilupparsi attraverso rilievi, perizie, testimonianze indirette e accertamenti tecnici eseguiti sulla scena del delitto.
Pochi giorni dopo la morte di Mainardi prende forma una particolare iniziativa investigativa. Viene fatta circolare la notizia secondo cui il giovane avrebbe pronunciato alcune parole prima di perdere conoscenza. L’informazione attribuisce alla vittima una possibilità che nella realtà non si era mai verificata: lasciare indicazioni utili per identificare il proprio assassino.
La notizia produce effetti immediati. Alcune persone mostrano interesse per il contenuto di quelle presunte dichiarazioni. Tra queste compare anche l’anonimo interlocutore che contatta ripetutamente Lorenzo Allegranti per ottenere informazioni sulle ultime ore di vita del giovane.
L’intera vicenda ruota attorno a parole che Paolo Mainardi non pronunciò mai. Nessuna dichiarazione viene raccolta in ospedale. Nessun verbale contiene indicazioni fornite dalla vittima. Eppure proprio quelle parole inesistenti diventano il centro di una delle storie più singolari emerse dopo il delitto di Baccaiano.
A distanza di anni, le telefonate ad Allegranti continuano a suscitare interrogativi. Chi chiamava sembrava convinto che Paolo Mainardi avesse lasciato qualche informazione. Rimane così una domanda senza risposta: l’interesse mostrato per quelle presunte dichiarazioni nasceva da semplice curiosità o dal timore che la vittima avesse realmente visto qualcosa prima di morire?
La campagna di Baccaiano ha restituito agli inquirenti bossoli, verbali, testimonianze e rilievi tecnici. Ha lasciato anche una serie di domande che continuano ad accompagnare questo duplice omicidio: la corsa della Fiat 127 nel buio dopo gli spari, Paolo Mainardi ancora vivo all’arrivo dei soccorsi, le telefonate ricevute da Lorenzo Allegranti nei giorni successivi al delitto.
Sono frammenti della stessa notte. Frammenti che, a distanza di oltre quarant’anni, conservano ancora la capacità di attirare l’attenzione di chi prova a ricostruire ciò che accadde lungo via Virginio Nuova. Tra le colline di Montespertoli restano i fatti. Attorno ai fatti restano le domande.
