21 febbraio 2001, ore 23.30. Novi Ligure. Una chiamata al 113 squarcia il silenzio della notte. La voce è quella di una ragazza di sedici anni: Erika De Nardo. Dice di essere scappata mentre due sconosciuti incappucciati attaccavano la sua famiglia. Sua madre, Susanna Cassini, e suo fratello Gianluca, undici anni, però non ce l’hanno fatta. L’Italia si commuove per quella giovane sopravvissuta al massacro: una ragazza scalza, in stato di shock, che ripete poche frasi come se la mente fosse rimasta inchiodata a un’unica immagine.
I media parlano di miracolo, di coraggio, di fortuna incredibile. Ma nelle stanze degli investigatori iniziano a circolare domande. Dettagli che non tornano. Testimonianze che si contraddicono. E, sullo sfondo, c’è una storia d’amore adolescenziale che, all’inizio, viene trattata come un contorno emotivo, quasi irrilevante.
In breve tempo, ciò che sembrava “solo” un fatto di cronaca nera si trasformerà in uno dei casi più scioccanti degli anni Duemila. Non perché manchi un colpevole. Ma perché ciò che emerge è più disturbante del dubbio: affiora un crimine che, pezzo dopo pezzo, compone un puzzle disperato, attribuibile a una dinamica interna, domestica, sviluppatasi dentro la famiglia e nella mente di una coppia di adolescenti ribelli e isolati, ma che insieme si sentono forti.
Erika nel 2001 compirà diciassette anni. La sua carriera scolastica non è brillante: bocciata al liceo scientifico, si è trasferita all’istituto San Giorgio e studia per diventare geometra. È descritta come la classica ragazza intelligente che però non si applica: discontinua, oppositiva a modo suo. È appassionata di musica techno e rock’n’roll. Frequenta un corso di kickboxing, nella stessa palestra dove la madre pratica spinning.
In una cittadina come Novi Ligure la conoscono tutti: Erika è, nella percezione collettiva, la “pecora nera” di una famiglia considerata composta, ordinata, quasi “perfetta”. Non risulta una devianza criminale pregressa, ma una ribellione adolescenziale: uscite prolungate, sperimentazioni, consumo di droghe leggere, secondo quanto si mormora nel paese, e soprattutto una crescente indisponibilità a stare dentro regole e aspettative familiari.
Il suo spirito ribelle trova una direzione, e anche un “amplificatore emotivo”, nel primo grande amore: Mauro Favaro, soprannominato Omar, che quell’anno compirà diciotto anni. Omar non è il mostro “di curriculum” che generalmente ci si immagina: è considerato un ragazzo problematico, rissoso, incline a bravate e piccole trasgressioni. La famiglia De Nardo non lo vede di buon occhio, e il padre di Erika – Francesco – è esplicitamente contrario alla relazione.
La coppia, come spesso accade nelle relazioni adolescenziali ad alta fusionalità, diventa inseparabile: gli amici li vedono spesso sparire, chiudersi, isolarsi in un mondo tutto loro. Si conoscono l’8 novembre dell’anno precedente in viale Saffi e, da quel momento, passano insieme ogni giorno.

RICOSTRUZIONE DEI FATTI
Arriviamo a mercoledì 21 febbraio 2001. Nel pomeriggio Erika e Omar stanno insieme per ore, dalle 15.30 alle 19.00: ore chiusi, soli, in una dimensione relazionale totalizzante. La sera Omar riaccompagna Erika a casa in motorino e si ferma qualche metro prima dell’ingresso di via Dacatra 12: quella distanza serve a non farsi vedere dal padre di lei. È un dettaglio piccolo ma significativo: la relazione è già collocata in un gioco di segreto, contrapposizione e “noi contro loro”.
In casa, il papà Francesco sta preparando il borsone per la partita di calcetto con gli amici del bar Principe, un’abitudine consolidata. Erika gli chiede se deve apparecchiare anche per lui; lui risponde che ha già mangiato qualcosa ed esce con il borsone, ignaro che quella routine sarà l’ultimo gesto normale della sua vita. Poco dopo, Susanna Cassini e Gianluca rientrano: Susanna esce dalla palestra, Gianluca ha passato il pomeriggio da un compagno di scuola. Arrivano poco dopo le 19.30. Erika li aspetta con la tavola apparecchiata. Susanna entra, posa il cappotto sul divano. Gianluca corre al piano superiore per farsi un bagno caldo. Erika sale in camera, accende lo stereo, si stende sul letto.
Ed è qui che, nella versione iniziale fornita da Erika, la realtà cambia bruscamente. Erika riferisce di aver sentito delle urla disperate del fratello provenire dal bagno, invocazioni al padre assente: “Papà, mi stanno ammazzando”. Dice di essere uscita dalla stanza e di aver visto un uomo alto e corpulento, con barba folta, sulla quarantina, a volto scoperto. Quest’uomo avrebbe tentato di colpirla con un pugno; lei avrebbe evitato il colpo e sarebbe riuscita a divincolarsi. In fondo alle scale, dice, c’era un secondo uomo: più magro, più giovane, circa venticinque anni, con un coltello in mano. Ai suoi piedi, Susanna già a terra. Erika afferma di aver visto quell’uomo colpire la madre con un fendente allo stomaco.
La versione di Erika continua: la madre, con le ultime forze, le griderebbe di fuggire. Erika scende, raggiunge la taverna, poi il garage. L’uomo magro la insegue; lei afferra bottiglie di whisky e le scaglia contro di lui per rallentarlo. Fugge in strada, a piedi scalzi, corre e poi rallenta quando pensa di non essere più inseguita. Cerca aiuto, sperando nelle auto che però passano senza fermarsi, finché arrivano in suo soccorso due donne, madre e figlia.
Erika ripete una frase: “Hanno ammazzato mia madre e mio fratello… forse sono ancora in casa”. Le donne notano i piedi insanguinati, chiamano i soccorsi e la accompagnano a un bar vicino alla scuola media di Gianluca. Erika continua ossessivamente a ripetere la stessa frase.
Intanto la villetta viene assediata: carabinieri, inquirenti, prime telecamere. Quando la porta si apre più del dovuto, le immagini colgono il corpo di Susanna vicino all’ingresso, disteso a pochi passi dalla soglia. Sul posto c’è anche il procuratore Carlesi, che ammette ai giornalisti di non aver mai visto una scena simile in tutta la sua carriera.
La scena del crimine è estrema: la scientifica conterà quaranta coltellate sul corpo di Susanna e cinquantasette su quello di Gianluca. Gianluca viene rinvenuto nella vasca da bagno. La casa è intrisa di sangue: pareti, mobili, pavimenti; perfino il tavolo della cucina risulta spezzato dall’urto del corpo di Susanna, nel tentativo di sottrarsi all’aggressione.
A questo punto, però, la ricostruzione “reale” dell’azione omicidiaria — quella che entra agli atti — si allontana radicalmente dalla versione fornita da Erika. Il quadro tecnico parla di un diverbio avvenuto in cucina tra Susanna ed Erika, legato al rendimento scolastico e alle frequentazioni di quest’ultima. In quel contesto Erika afferra un coltello e colpisce la madre. Omar, che risulta essersi introdotto in casa ed essere rimasto nascosto al piano terra, interviene subito dopo: uno dei due blocca Susanna, l’altro continua a infierire. La donna prova a fuggire, urta il tavolo, addirittura lo spezza nell’impatto, ma viene raggiunta e colpita ripetutamente fino alla morte.
Gianluca, che inizialmente è al piano superiore, sente il trambusto e scende. Assiste. È il testimone vivo che spezza qualunque narrazione alternativa. Viene colpito una prima volta, poi portato o spinto verso il piano superiore. Nel tentativo di “gestire il contesto”, Erika alza al massimo il volume dello stereo. Seguono tentativi multipli di aggressione e violenza sul minore: la dinamica descrive una sequenza lunga, non un gesto singolo. Gianluca cerca riparo, si difende, morde Omar alla mano, lasciandogli una ferita. Tentano di avvelenarlo con del topicida, ma lui non lo beve o il bicchiere cade. Alla fine viene ucciso dai fidanzatini con un numero di coltellate alternato che, per quantità e durata dell’azione, restituisce persistenza, cooperazione e accanimento sul piccolo.
Dopo il delitto, la scena non restituisce una fuga immediata, ma la permanenza dell’assassino – in questo caso degli assassini – sul luogo del delitto. Tentativi di pulizia, lavaggio delle armi, scelta di cosa eliminare e cosa lasciare, co-costruzione di una versione da dare alle autorità. Un coltello e un paio di guanti vengono gettati nei rifiuti, un altro coltello viene ritrovato in casa. Omar se ne va. È stanco. Erika, a quel punto, mette in scena l’uscita dal garage e la richiesta d’aiuto.
Francesco, nel frattempo, viene raggiunto al campo di calcetto. Qualcuno prova a dirgli che c’è stato un incidente. In realtà, questo incidente è la strage della sua famiglia, ad opera di ignoti – almeno secondo ciò che lui crede in quel momento. Quando abbraccia Erika, lei è “l’unica rimasta”. Ma tra gli sguardi che incrocia, Francesco vede anche quello di Omar. Erika stessa, nella ricostruzione, afferma di aver chiamato Omar subito dopo, perché aveva bisogno di lui in quel momento.

Erika, unica sopravvissuta e testimone cruciale, viene portata in caserma. E qui è importante notare un dettaglio: Erika appare stranamente lucida. Dichiara di aver visto chiaramente gli aggressori e di poterli riconoscere. Aggiunge un dettaglio: i due aggressori sarebbero albanesi. Fornisce descrizioni così accurate da permettere la realizzazione di un identikit che lei giudica “perfetto”. E non solo: riconosce in un album fotografico un pregiudicato e lo indica immediatamente. Le indagini, quindi, si concentrano inizialmente su due persone di origine albanese; l’informazione circola rapidamente e il paese si convince della pista della “rapina finita male”, con conseguenti reazioni sociali e politiche.
Ma l’alibi del sospettato “riconosciuto” è di ferro: era al bowling, confermato da decine di persone. Ed è qui che avviene la prima frattura: se Erika era così sicura, come spiegare un riconoscimento tanto netto di una persona che non c’entra? Erika, a questo punto, viene richiamata in caserma e le viene chiesto di ripetere la narrazione. Lei è stanca, ripercorre i fatti, mantiene lucidità, ma qualcosa comincia a vacillare.
Nel frattempo il procuratore Carlesi formula dubbi investigativi fondamentali: perché entrare proprio all’ora di cena, quando è prevedibile trovare qualcuno in casa? Perché, una volta scoperti, non fuggire ma infierire con tale ferocia? Perché non portare via nulla? Perché non ci sono segni di scasso a garage, porte e finestre? Perché i cani non hanno abbaiato? Queste domande, tecnicamente, spostano l’ipotesi di lettura del caso da “intrusione casuale” a “accesso facilitato o interno”, e il movente da “rapina” a “non predatorio”.
Il 23 febbraio Erika torna nella casa. Questa volta accanto a lei c’è Omar. Gli inquirenti li accompagnano nelle stanze. Erika indica con precisione posizioni, luoghi, corpi. Quando poi escono, le telecamere li riprendono: lei cammina davanti, lui dietro; lei non lo guarda. In macchina siedono vicini sul sedile posteriore. In caserma vengono fatti accomodare in una stanza stretta: restano soli. Non sanno che c’è una microcamera che registra ogni parola e ogni movimento.
Si scambiano effusioni, baci, carezze; poi iniziano ad emergere pause improvvise. Omar si innervosisce: inizia a dire che “non hanno prove”, che non possono accusarli. Parla di DNA: “se il mio DNA si mischia a quello di tuo fratello viene fuori un altro DNA”. Erika lo tranquillizza: “se ti fanno il processo io sono l’unica testimone”. Poi l’atmosfera si incrina. Erika insiste: dirà sempre che non è stato lui. A un certo punto, però, Erika sussurra: “gliel’ho dato qui”, mimando la coltellata. Omar reagisce, la tensione esplode. Il linguaggio diventa aggressivo, degradante. E poi una frase apparentemente banale, ma fredda e distaccata: “domani mi raccomando vestiti bene al funerale”.
INDAGINI E IPOTESI INVESTIGATIVE PRELIMINARI
Omar viene interrogato di nuovo. Erika viene portata a Milano, al carcere minorile Beccaria. Omar nega e costruisce una versione alternativa: dice che stava uscendo per mangiare una pizza, che Erika lo avrebbe chiamato intorno alle 20.30 chiedendogli di raggiungerla e che, fuori casa, lei gli avrebbe detto di aver ucciso da sola madre e fratello. Sostiene di non essere mai entrato in casa. L’avvocato parla di racconto credibile.
Ma le prove cozzano con questa versione: intercettazioni e tabulati forniscono un’altra lettura. Non risulta alcuna chiamata partita dal cellulare di Erika; il telefono viene trovato spento dentro la villetta. Omar prova a correggersi: forse lei lo ha chiamato dal telefono dell’automobilista che l’aveva soccorsa, ma è una giustificazione fragile.
Erika, dal canto suo, accusa Omar: sarebbe stato lui a colpire Susanna e poi Gianluca, e poi le avrebbe chiesto di aiutarlo a far sparire le prove. Erika sostiene di essere stata chiusa in bagno e di aver sentito le urla della madre e del fratello mentre morivano. Dice che Omar avrebbe tolto la chiave dalla serratura e se la sarebbe messa in tasca. Dice che i suoi genitori, per Omar, erano “un ostacolo” e dovevano essere eliminati “perché solo così avrebbero potuto vivere la loro vita”. Racconta di averlo coperto perché non voleva perderlo: per lui prova – dice – un sentimento totalizzante.
Nel frattempo, a Novi Ligure viene proclamato il lutto cittadino. Ai funerali ci sono due bare. Una comunità si stringe intorno a Francesco De Nardo che, in prima fila, appare come l’uomo più solo del mondo. Eppure Francesco non riesce a credere che Erika sia coinvolta. Ha fatto confezionare due fasce ricamate: “tuo marito ed Erika”, “papà ed Erika”. Assume un avvocato importante. Corre a Milano. Non la lascia mai. È un legame che, anche nella tragedia, resta strutturalmente intatto: lui protegge, lei riceve protezione.
Passa circa un mese. In un colloquio, Erika dice al padre che l’avvocato le ha riferito che vogliono sottoporla a un esame del capello per verificare l’assunzione di droghe. Dice che il padre di Omar le avrebbe dato “della roba”. Il padre le chiede perché abbia raccontato tutte queste bugie. Erika dice che aveva paura, ma poi sposta il focus su un punto che, clinicamente, è un segnale importante: dice al padre che forse le daranno otto anni e che, con la buona condotta, forse quattro. In quel momento, ciò che la preoccupa non è la perdita, il lutto o il dolore: è uscire.
Quando, a distanza di poche settimane da un delitto di tale portata, l’attenzione scivola rapidamente sulla durata della pena e sull’uscita dal carcere, questo può essere letto — in chiave clinico-forense — come un indicatore di anempatia e di centratura strumentale: l’evento non viene elaborato in termini di perdita e colpa, ma in termini di conseguenze per sé. Questo non è un elemento che “diagnostica”, ma è un dato compatibile con un funzionamento a ridotta risonanza emotiva verso l’altro.
ANALISI CRIMINOLOGICA
Dal punto di vista tecnico, un numero così alto di ferite da punta e da taglio rientra spesso nella categoria dell’overkilling: un accanimento che va oltre la finalità di uccidere. Non significa automaticamente “follia”, né “perdita totale di controllo”. Può indicare rabbia repressa, odio, bisogno di annientamento e vendetta, ma anche una dinamica sadica di controllo e punizione, specie quando le ferite sono numerose e la violenza insiste nel tempo dell’azione.
Inoltre, l’assenza di segni di effrazione, l’assenza di oggetti rubati e la permanenza sulla scena del crimine sono elementi che riducono o annullano la plausibilità di una rapina casuale e orientano verso un’ipotesi diversa, da ricercarsi fra le quattro mura domestiche. Il depistaggio iniziale – la pista “esterni/stranieri” – assume un valore tecnico: non è solo un dettaglio narrativo, ma un possibile staging cognitivo, cioè la costruzione di una storia alternativa utile a spostare il focus investigativo fuori dal contesto domestico.
A questo punto, la criminologia non giudica con la pancia. Ma nemmeno si fa addomesticare da narrazioni accomodanti. Guarda ai dati e chiede: quali elementi parlano di impulsività? quali di finalizzazione? quali di collusione? quali di depistaggio? quali di freddezza?
Abbiamo quindi una scena caratterizzata da overkilling, un contesto domestico senza scasso, assenza di refurtiva, permanenza sul luogo e accanimento sui corpi, e una narrazione depistante che indirizza il sospetto su un “altro” socialmente perfetto come capro espiatorio: lo straniero.
In criminologia investigativa, quando un testimone unico produce rapidamente un identikit “perfetto” e un riconoscimento fotografico errato ma sostenuto con convinzione, l’ipotesi tecnica non è solo l’“errore”: è anche la possibilità di un depistaggio intenzionale o di un racconto costruito per guadagnare tempo, spostare l’attenzione, creare un frame di lettura. L’intercettazione in caserma aggiunge un ulteriore elemento: la gestione del rischio. DNA, processo, testimonianza, tenuta della versione. Erika dice: “io sono l’unica testimone”. Questa frase ha un peso criminologico: il controllo della testimonianza è il controllo della narrazione.
La domanda non è più “chi è stato”, perché il caso è definito giudiziariamente. L’analisi criminologico-clinica si chiede: che tipo di funzionamento psichico e relazionale rende possibile un’azione così estrema dentro una casa ordinaria, tra legami ordinari, con una lucidità operativa sufficiente a depistare e a reggere una versione per ore? La criminologia clinica, quindi, cerca di dare risposte sul funzionamento psicologico degli attori del crimine.
Iniziamo da due frasi: “io sono l’unica testimone” non è una semplice affermazione. Stiamo parlando di un pensiero criminale comunicato e progressivamente normalizzato all’interno della coppia: quello che in criminologia viene descritto come escalation ideativa e, in alcuni casi, come leakage, cioè la fuoriuscita anticipatoria di un contenuto violento che viene condiviso con l’altro prima di trasformarsi in azione.
Proseguendo, la frase che, a quanto pare, Erika ha detto ad Omar – “uccideresti i miei genitori?” – ripetuta e resa tollerabile, può essere letta come un vero e proprio test relazionale: una prova di lealtà, un modo per misurare fino a che punto l’altro sia disposto a fondersi nel “noi” contro “loro”.
La ripetizione costante di quella frase può essere letta come un incantesimo maligno, tecnicamente come un meccanismo di identificazione proiettiva: in presenza di tratti narcisistici con difese primitive, l’incapacità di contenere le pulsioni aggressive porta il soggetto a proiettarle nell’altro, affinché siano sentite come proprie e agite al posto suo.
In questa dinamica, la frase ripetuta diventa una sorta di “nenia ipnotizzante”, una comunicazione psicotico-paranoidea condivisa all’interno di uno stato fusionale di coppia, in cui il pensabile viene progressivamente spostato oltre il limite dell’impensabile. Questo non vuol dire che chi la subisce sia solo una vittima passiva: serve comunque qualcuno che, inconsciamente, abbia la violenza nel proprio pattern, ma è necessario anche qualcuno a cui attribuirla in termini di colpa.
La coppia morbosa diventa un sistema chiuso. Erika e Omar sono reciprocamente necessari: l’uno come deposito delle parti mancanti dell’altro. Omar può apparire anche come qualcuno che invidia la capacità di Erika di esprimere apertamente aggressività e violenza, ma che necessita di una legittimazione relazionale per agire; Erika, a sua volta, necessita di un corpo in cui depositare e condividere i propri impulsi omicidiari.
Questa configurazione è compatibile con una collusione criminogena: non c’è chi comanda e chi obbedisce, anche se uno dei due è più dominante dell’altro, ma una co-costruzione del delitto, vissuta come soluzione “logica” per acquisire libertà da un contesto percepito come limitante e oppressivo e per vivere dentro il loro micro-mondo. Quando un legame, in questo caso adolescenziale, diventa simbiotico e totalizzante, la coppia smette di essere la somma di due individui e si trasforma in un sistema chiuso, autoreferenziale, in cui l’esterno – in questo caso la famiglia – viene percepito come intrusione, limite, minaccia.
Sul piano clinico, ciò che emerge dai materiali disponibili è la compatibilità con una dinamica in cui Erika mostra tratti che, in letteratura, vengono spesso associati a organizzazioni di personalità borderline-narcisistiche: non nel senso “pop” del termine, ma nel senso tecnico di polarizzazioni nette, aggressività trattenuta, vissuti persecutori e, soprattutto, una possibile tendenza a vivere gli altri in modo oggettuale e funzionale. L’altro non è una persona, ma una “funzione”. La madre diventa la funzione che limita; il fratello la funzione che umilia o compete; Omar la funzione che salva, che legittima, che permette di esistere fuori dal controllo. In questa cornice, l’odio può assumere una struttura più fredda e finalistica: non solo rabbia, ma vendetta identitaria, con una sospensione dell’empatia subordinata allo scopo.
Omar, per contro, appare compatibile – sempre in termini ipotetici – con una posizione più dipendente e suggestionabile, un profilo che può collocarsi in un’area borderline-dipendente: forte bisogno di appartenenza, scarsa autonomia identitaria e disponibilità a “farsi trascinare” dalla relazione per paura di perderla.
In queste coppie criminogene si osserva spesso una configurazione asimmetrica: uno orienta e struttura la narrazione, l’altro sostiene o esegue; la lealtà affettiva diventa la leva attraverso cui l’azione viene resa possibile. Il punto non è “chi comanda”. Il punto è la collusione criminogena: una coppia che costruisce un mondo in cui l’eliminazione dell’ostacolo diventa una soluzione “logica”, e in cui il delitto non è un’esplosione, ma un passaggio coerente con la loro micro-realtà.
Nella mia lettura, Omar quindi non ha il profilo di chi progetta e organizza in autonomia, ma quello di chi viene trascinato e “incollato” alla diade per paura di perdere il legame, ma anche perché, inconsciamente, Erika possiede idealmente quelle caratteristiche diaboliche che lui ammira. Questo non lo deresponsabilizza, ma aiuta a spiegare la logica della collusione. Dentro questa diade, la freddezza non è necessariamente assenza di emozione. Può essere una forma di anempatia funzionale allo scopo, una sospensione della risonanza emotiva finalizzata all’atto.
E poi c’è un’ipotesi più dura: la possibilità che, oltre ai tratti narcisistico-borderline, vi sia un nucleo caratteriale compatibile con un funzionamento psicopatico: assenza di limiti morali interiorizzati, manipolazione, depistaggio, impassibilità emotiva e freddezza lucida dopo l’evento, spostamento della colpa, mimetizzazione post-carceraria.
Sul piano psicodinamico, il riferimento alla teoria di Melanie Klein risulta particolarmente illuminante. Erika appare strutturalmente bloccata nella posizione schizo-paranoide dello sviluppo psico-affettivo. In termini clinici applicati al caso, l’oggetto relazionale primario — in particolare l’oggetto materno — non viene vissuto come unitario, ma come parziale, frammentato e persecutorio.
L’altro non è percepito come un soggetto intero, dotato di intenzionalità, sentimenti e complessità, ma come un insieme di “pezzi” scissi. I cosiddetti oggetti “cattivi” coincidono con le funzioni che pongono un limite: il NO, la frustrazione, la negazione dell’onnipotenza infantile. Questi aspetti vengono vissuti come parti separate di una madre persecutoria, non integrate in un’immagine affettiva complessiva.
Il passaggio alla posizione depressiva, che rappresenta un momento evolutivo cruciale, implica invece il riconoscimento dell’oggetto come soggetto intero, ambivalente, capace sia di frustrare sia di amare. È in questa fase che dovrebbe emergere il senso di colpa, inteso non come colpa morale astratta, ma come indicatore di un assetto etico-affettivo minimo, fondato sul riconoscimento del danno arrecato all’altro.
Quando questo passaggio fallisce, l’altro resta un oggetto parziale e, in quanto tale, può essere trattato in modo strumentale, oggettuale, manipolabile. Nella lettura del caso, questa dinamica è evidente: la madre incarna la funzione che limita e frustra; il fratello rappresenta la funzione che misura, confronta e umilia; il padre, invece, assume la funzione protettiva, utilizzabile e alleabile. Non persone nella loro interezza, ma funzioni psichiche al servizio dell’equilibrio interno di Erika.
Il riferimento a Otto Kernberg è qui imprescindibile, proprio per evitare letture semplificanti o diagnostiche premature. Kernberg è infatti estremamente prudente nel parlare di narcisismo patologico in adolescenza, poiché molte caratteristiche tipiche di questa fase evolutiva — egocentrismo, anempatia transitoria, distacco affettivo, oscillazioni tra idealizzazione e svalutazione, fino a vere e proprie fasi di odio — rientrano in un quadro fisiologico del processo di separazione-individuazione. È per questo che Kernberg sottolinea quanto sia complesso distinguere, in età adolescenziale, tra tratti narcisistici transitori e organizzazioni narcisistiche più gravi: se osservati isolatamente, molti comportamenti possono apparire “normali”. Il criterio discriminante non è la presenza del tratto, ma la pervasività del funzionamento e la sua qualità strutturale.
La soglia di preoccupazione clinica si supera quando il funzionamento narcisistico non è più episodico né reattivo, ma diventa stabile, rigido e strumentale. In particolare, quando l’altro non viene più riconosciuto come soggetto, ma ridotto a funzione eliminabile; quando la responsabilità dell’azione viene sistematicamente spostata all’esterno; quando la narrazione non serve a comprendere, ma a controllare e giustificare; e, soprattutto, quando il comportamento mostra finalizzazione, pianificazione e cooperazione, segnali di un assetto dell’Io già organizzato in senso patologico.
È in questa convergenza – affettiva, relazionale e comportamentale —- che, secondo Kernberg, il clinico deve iniziare a interrogarsi non più sulla normale turbolenza adolescenziale, ma sulla possibile presenza di un’organizzazione di personalità a rischio, in cui l’assenza di integrazione dell’oggetto e la strumentalizzazione dell’altro non sono più difese temporanee, ma modalità strutturali di funzionamento.
VITTIMOLOGIA: RUOLI E FUNZIONI NEL SISTEMA FAMILIARE

Susanna Cassini è descritta come una donna solare, religiosa, normativa, con regole e fermezza. Non una figura debole. E proprio per questo, nel vissuto di Erika, può diventare il nemico principale: la madre che non cede, che non si lascia mettere i piedi in testa, che continua a dire no.
Gianluca, invece, è il bambino “che riesce”, forse con la madre ha un rapporto più sereno: tranquillo, bravo a scuola, benvoluto. “Quel bambino”, come Erika lo descrive, “de-soggettivandolo dal suo ruolo parentale di fratello” in alcune sue narrazioni, “mi dava fastidio e l’ho picchiato”. Emerge un vissuto di anempatia e anaffettività verso i familiari; quando aspettava la madre fuori dalla palestra, riferiscono alcuni conoscenti, stava lì con un fare distaccato, scocciato, cupo e assolutamente alienato dal resto del mondo.
Nel vissuto di Erika, il fratello diventa quindi anche confronto e misura del suo fallimento relazionale. Poteva inoltre rappresentare un testimone pericoloso: non perché “capisce tutto”, ma perché può raccontare un volto, una presenza, una dinamica. Nella logica del depistaggio, un testimone vivo è la prova che annulla la narrazione alternativa. Ma in questo caso non viene ucciso perché testimone, bensì perché era nel progetto omicidiario ucciderlo, così come lo era anche il padre.
Il padre, traumatizzato, resta attaccato all’idea di una parte di quella famiglia e, incastonato nei sensi di colpa, si chiede: cosa avrei potuto fare per evitarlo? Se solo non fossi uscito. Ma quanto tempo avrebbe potuto, inconsciamente, proteggere la famiglia da una bomba a orologeria come Erika? E come vivrà oggi all’ombra di questo trauma?
Certamente emerge un funzionamento psichico primitivo, caratterizzato da anempatia, tendenze manipolative, fantasie di onnipotenza, abitudine a strumentalizzare gli altri considerandoli come oggetti o funzioni facilitanti o ostacolanti, assenza di confini morali, distacco dalla realtà e vissuti paranoidei proiettati all’esterno. Sul piano criminologico, i dati processuali descrivono un atto che non è riducibile a un’esplosione singola.
I GENITORI DI ERIKA
Nel lavoro di analisi criminologica clinica del caso Erika De Nardo e Omar Favaro, uno degli aspetti meno esplorati riguarda il contesto familiare di origine e, in particolare, il funzionamento relazionale dei genitori. Su questo piano è necessario chiarire un limite metodologico: non esistono elementi sufficienti per formulare un profiling di personalità strutturato dei genitori; ciò che è invece possibile è un’analisi vittimologica e funzionale, centrata sui ruoli, sulle alleanze e sulle posizioni assunte all’interno del sistema familiare.
Per quanto riguarda il padre, Francesco De Nardo, dopo il processo la sua presenza pubblica si riduce progressivamente fino a scomparire. Non emergono prese di posizione articolate né tentativi di costruzione di una contro-narrazione mediatica. L’unico elemento che permane nel tempo è il mantenimento della convinzione dell’innocenza della figlia e la continuità del legame affettivo. Questo dato non va letto come semplice negazione, ma come una posizione difensiva stabile: riconoscere pienamente la colpa avrebbe implicato non solo l’accettazione dell’atto, ma anche una rielaborazione dolorosa dell’intera storia familiare e del proprio ruolo genitoriale. La difesa dell’innocenza appare quindi funzionale alla conservazione dell’identità paterna e del legame, più che a una reale valutazione dei fatti.
Sul piano relazionale, il padre sembra collocarsi prevalentemente in una funzione protettiva e non conflittuale, con una tendenza alla minimizzazione della responsabilità soggettiva e allo spostamento del peso dell’evento su fattori esterni. È una posizione che non introduce una rottura, non giudica e non costringe a una rielaborazione simbolica dell’accaduto. In questo senso, la sua funzione appare più affettiva che strutturante, capace di contenere ma non di interrogare.
La madre, al contrario, emerge come figura maggiormente esposta sul piano vittimologico. Dalle ricostruzioni processuali e dalle narrazioni successive, appare associata alla funzione normativa, regolativa e contenitiva della famiglia, spesso vissuta come rigida o limitante. In termini vittimologici, è una figura che si colloca in una posizione di alta esposizione relazionale: destinataria del conflitto, del rifiuto e, infine, dell’atto violento. Non come soggetto “responsabile”, ma come figura su cui si concentra la tensione familiare e la gestione del limite.
Il matrimonio stesso sembra caratterizzato da una distribuzione asimmetrica delle funzioni genitoriali: da un lato una figura più regolativa e visibile nel controllo quotidiano, dall’altro una figura più protettiva e defilata. In assenza di una funzione genitoriale realmente integrata, il conflitto non viene mediato ma polarizzato, con un progressivo irrigidimento dei ruoli. Questo assetto contribuisce a creare un contesto in cui la gestione della frustrazione e della responsabilità non trova spazi di elaborazione condivisa.
In questo quadro, la persistente proclamazione di innocenza da parte di Erika non appare solo come una strategia difensiva individuale, ma come un’espressione coerente di un funzionamento familiare che, anche dopo l’evento traumatico estremo, tende a privilegiare la protezione del legame e dell’identità rispetto all’elaborazione della colpa. La madre, in quanto figura vittimologica centrale, resta paradossalmente esclusa da una piena rielaborazione simbolica, mentre il padre, sostenendo l’innocenza, contribuisce a mantenere una narrazione che evita il collasso del sistema familiare, ma ne cristallizza le difese.
ESITI GIUDIZIARI E SITUAZIONE ATTUALE

Nel dicembre 2001 Erika viene condannata a 16 anni, Omar a 14. Le sentenze parlano di premeditazione lucida e utilitaristica, ideazione ascrivibile a Erika, ruolo progressivamente paritario di Omar.
Omar esce nel 2010. Erika nel 2011.
Nel maggio 2006 i media diedero ampio risalto a un’uscita temporanea di Erika De Nardo dal carcere, nell’ambito di un programma di recupero dei detenuti, durante la quale partecipò a una partita di pallavolo amatoriale; l’eco mediatica dell’evento fu giudicata da molti eccessiva e fuorviante. Durante la detenzione Erika intrattenne una fitta corrispondenza con il musicista veronese Mario Gugole, indicato da alcune testate come suo fidanzato, che partecipò a trasmissioni televisive prima di morire in un incidente stradale nel 2008.
Il 3 marzo 2010 Omar Favaro venne scarcerato dopo circa nove anni di detenzione, beneficiando dell’indulto e della buona condotta; si trasferì in Toscana, iniziò a lavorare come barista e dichiarò di voler costruire una nuova vita.
Il 5 dicembre 2011 fu disposta la scarcerazione di Erika, laureatasi in filosofia nel 2009, che continuò a dichiararsi innocente attribuendo a Omar la responsabilità della strage. Dopo aver lasciato la comunità Exodus di don Antonio Mazzi, si stabilì a Lonato, dichiarando l’intenzione di rifarsi una vita e lamentando, negli anni successivi, difficoltà lavorative legate alla notorietà del caso.
Ed è qui che si innesta un punto clinico-criminologico decisivo: la permanenza nella negazione del reato. In criminologia, la stabilità e la cronicizzazione della negazione, soprattutto quando coesistono elementi oggettivi incompatibili con quella negazione, possono essere lette come indicatore del permanere di un assetto di personalità stabile, poco modificabile e scarsamente compatibile con programmi di riabilitazione intesi come trasformazione profonda. In questo senso, il “ravvedimento” può anche configurarsi come mimetizzazione: una mimica adattiva sul piano sociale, più che una reale ristrutturazione interna. Anche il modo in cui viene vissuto lo stigma — l’incomprensione del perché “nessuno la vuole” e la difficoltà a mentalizzare l’impatto del gesto sulla comunità — si colloca dentro questa stessa cornice: non come dettaglio mediatico, ma come segnale di funzionamento.
Negli anni successivi alla scarcerazione, secondo notizie di stampa, Omar Favaro è stato nuovamente coinvolto in procedimenti giudiziari: la sua ex moglie, dalla quale ha avuto una figlia, lo ha denunciato per presunti maltrattamenti in ambito familiare, minacce di morte e violenze di natura fisica, psicologica ed economica, riaprendo interrogativi sul suo percorso di reinserimento sociale.
IPOTETICHE DOMANDE:
È solo un’idea, sono certa che tu sappia formularne di molto meno banali.
• Dal punto di vista della criminologia clinica, che tipo di coppia era quella formata da Erika e Omar? Possiamo parlare di diade criminogena, simbiosi, coppia criminale, e cosa significa davvero?
• In cosa si differenzia la Folie À Deux dalla semplice coppia criminale?
• Clinicamente, quale movente emerge da questo delitto: ribellione adolescenziale, desiderio di libertà, odio, controllo?
• Cosa ci dice un overkilling così estremo (numero di coltellate, durata dell’azione, accanimento) sul funzionamento psichico di Erika e sulla dinamica di coppia?
• Quanto è legittimo parlare di tratti borderline/narcisistici in un’adolescente? Qual è il confine tra turbolenza evolutiva e organizzazione di personalità più rigida e strumentale?
• In ottica vittimologica, che ruoli avevano la madre e il fratello nel sistema familiare e perché diventano bersagli funzionali alla dinamica? Il padre sarebbe rientrato in questo piano?
• Cosa pensi della posizione del padre di Erika durante la sua carcerazione e oggi?
• Post-carcerazione: cosa significa davvero “recupero” quando permane la negazione del reato? Come cambia la lettura di riabilitazione, rischio e reinserimento sociale? E in questo caso cosa pensi del percorso riabilitativo di Erika e Omar.
