Proscenio
Nell’agosto del 1990 Roma rallenta sotto il caldo e le partenze estive. Gli uffici lavorano con personale ridotto, molte attività hanno già chiuso per ferie e interi palazzi del centro trascorrono lunghi tratti della giornata quasi vuoti. Nel quartiere Della Vittoria, a poca distanza da piazza Mazzini e dal lungotevere, via Carlo Poma è una strada residenziale ordinata, fiancheggiata da edifici signorili costruiti nei primi decenni del Novecento.
Al civico 2 sorge un grande complesso condominiale formato da più scale e cortili interni. Una parte degli appartamenti ospita studi professionali e uffici; al terzo piano della scala B ha sede l’AIAG, l’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù. È qui che lavora saltuariamente Simonetta Cesaroni, ventenne romana residente con la famiglia nel quartiere di Cinecittà.
Simonetta è stata assunta dalla Reli Sas, società che presta servizi contabili anche per l’AIAG. Il suo incarico in via Poma consiste principalmente nell’inserimento di dati contabili al computer: poche ore di lavoro, generalmente due pomeriggi alla settimana, svolte in un ambiente che conosce da poco tempo. Martedì 7 agosto raggiunge gli uffici per completare alcune pratiche prima della pausa estiva; secondo la ricostruzione degli spostamenti, arriva nel palazzo nel pomeriggio e comincia regolarmente il proprio lavoro.
La giornata trascorre senza avvenimenti capaci di attirare l’attenzione delle persone presenti nello stabile. Il grande edificio rende difficile stabilire con certezza ogni movimento: ingressi, scale, cortili e diversi accessi collegano numerosi appartamenti e uffici, mentre il periodo estivo riduce sensibilmente il numero di persone presenti. Anche la portineria e le testimonianze dei condomini diventeranno, negli anni successivi, materia di verifiche, interrogatori e ricostruzioni spesso discordanti.
Simonetta dovrebbe terminare il lavoro nel tardo pomeriggio e rientrare a casa. Con il passare delle ore, però, la famiglia comincia a preoccuparsi: la ragazza non torna e nessuno riesce a rintracciarla. Le ore trascorrono senza notizie di Simonetta e la preoccupazione della famiglia cresce rapidamente; nel giro di poco tempo, le ricerche conducono i familiari fino al palazzo di via Carlo Poma 2.

La sera del 7 agosto
Alle 17:30 circa Simonetta Cesaroni parla al telefono con la collega Luigia Berrettini: è l’ultimo contatto conosciuto con la ragazza ancora in vita. Un’ora più tardi avrebbe dovuto chiamare Salvatore Volponi per comunicargli la conclusione del lavoro, ma la telefonata concordata non arriva. Con il trascorrere della serata e il mancato rientro a casa, i familiari iniziano a cercarla; Paola Cesaroni si mette in contatto con Volponi e decide di raggiungere gli uffici dell’AIAG insieme al fidanzato Antonello Barone. Alla ricerca partecipano anche Salvatore Volponi e suo figlio Luca.
Il gruppo arriva in via Carlo Poma alcuni minuti dopo le 23:00. Pietrino Vanacore, uno dei portieri dello stabile, in quel momento è assente, perciò a consentire l’accesso agli uffici viene chiamata sua moglie Giuseppa De Luca. Una volta aperta la porta, Salvatore Volponi percorre le stanze fino a raggiungere l’ufficio del direttore: intorno alle 23:30 viene scoperto il corpo di Simonetta, disteso sul pavimento.
Le condizioni del cadavere documentano immediatamente la ferocia dell’aggressione. Simonetta è quasi completamente nuda: conserva i calzini ai piedi, porta ancora il reggiseno abbassato sul torace e ha il corpetto appoggiato sul ventre. Sul corpo verranno rilevate ventinove ferite provocate da un’arma da punta e taglio mai recuperata, oltre a una lesione sul capezzolo interpretata nel corso degli accertamenti come un morso. Mancano inoltre alcuni indumenti, diversi effetti personali e il mazzo di chiavi affidato alla ragazza per accedere agli uffici.
La porta degli uffici non presenta segni evidenti di effrazione e le stanze conservano un ordine incompatibile con una violenta devastazione dei locali. Le prime verifiche devono quindi ricostruire le presenze nello stabile durante il pomeriggio, gli accessi alla scala B e soprattutto il numero delle persone che potevano disporre delle chiavi necessarie per entrare nell’appartamento: un problema destinato a pesare a lungo sulle indagini, anche perché non verrà mai stabilito con certezza quante copie circolassero realmente.
Dalla notte del 7 agosto inizia una delle indagini più tormentate della cronaca giudiziaria italiana. Nel corso degli anni sospetti, perizie, testimonianze e procedimenti giudiziari porteranno l’attenzione su persone differenti, senza riuscire a consegnare definitivamente un nome all’assassino di Simonetta Cesaroni.

Trentasei anni di indagini
Le prime indagini seguono numerose direzioni e portano rapidamente gli investigatori a esaminare le persone che frequentavano il palazzo o avevano rapporti con Simonetta. Pietrino Vanacore, uno dei portieri dello stabile, viene arrestato pochi giorni dopo il delitto e rimane in carcere per ventisei giorni ma gli accertamenti successivi non consentono di sostenere l’accusa nei suoi confronti. Negli anni seguenti l’attenzione della magistratura raggiunge anche Salvatore Volponi e Federico Valle, figlio dell’architetto Cesare Valle, residente nel complesso di via Poma ma anche in questo caso nessuna delle piste veicola all’individuazione dell’assassino.
A distanza di molti anni, le nuove possibilità offerte dalle analisi genetiche imprimono una direzione diversa all’inchiesta. Nel 2007 alcuni profili ricavati da tracce biologiche presenti sul corpetto e sul reggiseno di Simonetta vengono ricondotti a Raniero Busco, fidanzato della ragazza all’epoca dell’omicidio. Ulteriori accertamenti interessano una traccia mista rinvenuta sulla porta della stanza dove fu scoperto il corpo e la lesione presente sul capezzolo. La Procura di Roma, però, ritiene gli indizi sufficienti per portare Busco davanti a una Corte d’Assise.
Il 26 gennaio 2011 arriva la condanna in primo grado a ventiquattro anni di reclusione. La decisione viene completamente ribaltata il 27 aprile 2012, quando la Corte d’Assise d’Appello di Roma assolve Busco per non avere commesso il fatto. I giudici rivalutano l’intero impianto scientifico sul quale era stata costruita la condanna di primo grado, mettendo in discussione la possibilità di stabilire quando le tracce biologiche fossero state depositate sugli indumenti di Simonetta, ridimensionando anche l’interpretazione della lesione sul capezzolo come possibile morso riconducibile all’imputato.
Il 26 febbraio 2014 la Corte di Cassazione conferma definitivamente l’assoluzione. Dopo quasi ventiquattro anni di indagini, perizie e procedimenti giudiziari, l’omicidio di Simonetta Cesaroni rimane senza un colpevole: una conclusione processuale destinata a durare fino alla nuova stagione investigativa degli ultimi anni.

La nuova indagine e il DNA
Nel marzo 2022 la Procura di Roma apre un nuovo procedimento per omicidio volontario contro ignoti, dopo un esposto presentato dai familiari di Simonetta Cesaroni. Due anni più tardi arriva un passaggio decisivo: il gip Giulia Arcieri respinge la richiesta di archiviazione e dispone ulteriori accertamenti, chiedendo di approfondire testimonianze, alibi e circostanze rimaste controverse nelle precedenti indagini.
L’attività investigativa torna quindi sui reperti conservati dal 1990. Il lavoro svolto negli ultimi mesi comprende nuovi prelievi genetici e comparazioni con persone mai formalmente coinvolte nel caso, alcune delle quali frequentavano o vivevano nel complesso di via Poma all’epoca dell’omicidio. Le verifiche effettuate su un primo gruppo hanno dato esito negativo; contemporaneamente, il RIS ha proseguito l’esame del materiale biologico presente sugli indumenti di Simonetta, compresi corpetto, reggiseno e calze.
Proprio dalle analisi genetiche arriva la notizia più recente. Nella data di ieri (6 agosto 2026) il TG1 ha riferito dell’esistenza di un profilo maschile perfettamente leggibile ricavato dal reggiseno della vittima, potenzialmente utilizzabile per nuove comparazioni. La notizia acquista particolare importanza per la possibilità di confrontare il profilo con persone rimaste ai margini delle precedenti investigazioni; allo stato attuale, però, l’identità dell’uomo al quale appartiene la traccia non è stata resa nota e manca ancora una comunicazione ufficiale della Procura che consenta di attribuirle un significato investigativo definitivo.
Il DNA, da solo, non identifica necessariamente l’autore di un omicidio. Provenienza della traccia, punto esatto del reperimento, quantità di materiale biologico, modalità di trasferimento e possibilità di stabilirne la relazione temporale con il delitto saranno determinanti per valutarne la reale portata probatoria. Dopo trentasei anni, però, i reperti raccolti nel 1990 possono essere nuovamente interrogati attraverso tecniche genetiche molto più avanzate rispetto a quelle disponibili durante le prime indagini.
Via Poma torna così davanti agli investigatori attraverso ciò che la scena del crimine ha conservato per oltre tre decenni: minuscole tracce biologiche capaci, almeno potenzialmente, di aggiungere un nome a una storia giudiziaria rimasta senza colpevole.
Trentasei anni dopo
Via Poma conserva ancora una domanda alla quale la giustizia italiana non è riuscita a dare una risposta definitiva: chi ha ucciso Simonetta Cesaroni? Il trascorrere di trentasei anni rende ogni nuovo accertamento più difficile, perché il tempo modifica i ricordi, sottrae testimoni e trasforma progressivamente le possibilità di ricostruire rapporti, movimenti e circostanze ormai lontani.
Esiste però una memoria che obbedisce a regole differenti: quella custodita dai reperti. Il materiale conservato dopo il delitto può essere esaminato oggi attraverso tecniche scientifiche impensabili nell’estate del 1990; una traccia rimasta anonima per decenni può essere isolata, studiata e confrontata con profili genetici acquisiti molti anni dopo.
Il valore delle nuove analisi dipenderà dai risultati e dalla possibilità di stabilire una relazione attendibile tra eventuali tracce e l’omicidio. Qualunque conclusione anticipata sarebbe prematura. Resta un dato essenziale: nell’agosto del 2026 il fascicolo sulla morte di Simonetta Cesaroni è ancora aperto e, dopo trentasei anni, la scienza continua a interrogare ciò che quella stanza ha conservato dalla sera del 7 agosto 1990.
