Fin dalla sua fondazione nel 1948, lo Stato di Israele ha sviluppato una dottrina di sicurezza nazionale fortemente improntata alla deterrenza assoluta e alla superiorità tecnologica e strategica. Questo orientamento si è consolidato nel tempo nella cosiddetta “Dottrina Begin”, una linea d’azione geopolitica che prevede l’impegno preventivo volto a impedire che potenze regionali ostili possano dotarsi di armamenti nucleari o di distruzione di massa. Tale approccio, combinato con la politica della “deliberata ambiguità” – per cui Tel Aviv non ha mai confermato né smentito ufficialmente il possesso del proprio arsenale – ha generato nel corso dei decenni una complessa rete di operazioni coperte, attività di intelligence e pressioni diplomatiche internazionali. Si tratta di una strategia di sbarramento che ha storicamente preso di mira i programmi scientifici e balistici dei paesi rivali, incidendo profondamente sugli equilibri del Medio Oriente.
Le frizioni legate alla sicurezza nucleare hanno radici profonde, fino a lambire talvolta i rapporti con i principali alleati occidentali. Nei primi anni Sessanta, ad esempio, il programma nucleare israeliano nel sito di Dimona fu oggetto di un duro confronto diplomatico: l’amministrazione del presidente statunitense John F. Kennedy espresse forti riserve e cercò di imporre ispezioni internazionali, scontrandosi con la ferma resistenza dei leader israeliani David Ben Gurion e Levi Eshkol, determinati a preservare l’autonomia strategica del proprio paese.
Per alimentare quel medesimo programma clandestino a Dimona, la strategia sotterranea si focalizzò inizialmente sull’acquisizione forzata di materie prime sensibili, aggirando i controlli internazionali. Nel 1965, il cosiddetto “caso NUMEC” sollevò enormi interrogativi a Washington quando una società metallurgica della Pennsylvania perse misteriosamente le tracce di oltre 200 chilogrammi di uranio arricchito; indagini congiunte di FBI e CIA, mai sfociate in incriminazioni ufficiali per evitare crisi diplomatiche, ipotizzarono un trasferimento clandestino verso Tel Aviv. Uno schema logistico ancora più audace si concretizzò nel 1968 con l’Operazione Plumbat: il Mossad orchestrò il fittizio acquisto di 200 tonnellate di concentrato di uranio grezzo da una compagnia belga, destinate formalmente a un’azienda petrolifera italiana a Genova. Una volta in mare aperto nel Mediterraneo, il carico fu trasbordato in segreto su una nave israeliana, lasciando la comunità internazionale davanti al fatto compiuto.
Garantite le proprie forniture, l’azione di Tel Aviv si orientò al contrasto sistematico dei progressi altrui. Sul piano operativo, le prime manifestazioni strutturate di questa contrapposizione risalgono al biennio 1962-1963 con l’Operazione Damocle. Il Mossad prese di mira il programma missilistico dell’Egitto di Nasser, che presso la struttura militare Factory 333 di Helwan, impiegava scienziati e tecnici tedeschi di primissimo piano per lo sviluppo dei vettori Al-Zafira e Al-Kahir. Si trattava di specialisti provenienti direttamente dal nucleo storico di Peenemünde guidato da Wernher von Braun, l’ingegnere capo del programma balistico della Germania nazista. La campagna si articolò attraverso una serie di forti pressioni psicologiche e azioni dirette, tra cui l’invio di lettere minatorie, attentati dinamitardi mirati e rapimenti che spinsero la maggior parte degli specialisti europei ad abbandonare il progetto. L’operazione delineò chiaramente la postura strategica della regione: qualunque assistenza tecnica fornita ai paesi arabi nello sviluppo di tecnologie duali o balistiche avrebbe comportato elevati rischi di ritorsione.
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, con l’emergere delle ambizioni nucleari dell’Iraq di Saddam Hussein, il baricentro delle attività di contrasto si spostò in Europa. In quel periodo, la Francia e l’Italia fornivano competenze, tecnologie e materiali sensibili a Baghdad, in particolare per la costruzione del reattore nucleare di Osirak. L’intelligence israeliana mantenne una sorveglianza asfissiante sulla catena di fornitura, e diversi episodi di sabotaggio industriale scossero la filiera europea: nel 1979 e nel 1980, alcune strutture industriali in Francia, come l’hangar della CNIIM a Tolone, subirono danni a causa di cariche esplosive. In territorio italiano l’attenzione si concentrò sulle commesse della Snia Techint, la società del gruppo Snia Viscosa incaricata di fornire a Baghdad tre laboratori caldi per il trattamento del plutonio. Le forti pressioni diplomatiche e i misteriosi incidenti industriali culminarono, nel febbraio del 1981, in un grave attentato dinamitardo a Roma: una bomba venne fatta esplodere sul pianerottolo dell’abitazione dell’amministratore delegato della società, l’ingegner Savorelli, un atto rivendicato da sigle di facciata mediorientali ma ampiamente ricondotto alla strategia di sbarramento atomico nella penisola. Questa escalation era stata preceduta, nel giugno del 1980 a Parigi, dall’assassinio dello scienziato egiziano Yahya El Mashad, figura chiave e capo del programma nucleare iracheno.
All’interno di una simile cornice di accesa contrapposizione geopolitica e di canali di intelligence incrociati si inserisce una delle ricostruzioni più controverse relative alla strage di Ustica del 27 giugno 1980, costata la vita a 81 persone a bordo del DC-9 dell’Itavia. Nei primi anni Novanta, il giornalista Claudio Gatti formulò nel libro “Il Quinto Scenario” un’ipotesi investigativa secondo cui il disastro sarebbe stato causato dal coinvolgimento indiretto di un caccia israeliano. Secondo tale tesi, rimasta a livello teorico e non riscontrata dalle conclusioni della magistratura italiana, i piloti avrebbero intercettato il velivolo civile scambiandolo per un aereo cargo francese sospettato di trasportare uranio arricchito destinato all’Iraq. Sebbene i tracciati radar abbiano confermato una convulsa attività militare nell’area del Tirreno quella notte, la tesi di un “avvertimento” o di un errore operativo di Tel Aviv rimane una delle molteplici letture geopolitiche di un mistero tuttora non chiarito ufficialmente.
Laddove le azioni coperte e la diplomazia non si rivelarono sufficienti, si passò all’intervento militare diretto. Nel 1981, con l’Operazione Opera, l’aviazione israeliana bombardò e rase al suolo il reattore di Osirak nei pressi di Baghdad poco prima che diventasse attivo, formalizzando la Dottrina Begin davanti alla comunità internazionale. Lo stesso schema di attacco preventivo venne replicato nel settembre del 2007 con l’Operazione Orchard, un raid aereo che distrusse il sito siriano di Al-Kibar, dove Damasco stava realizzando un reattore clandestino con l’assistenza tecnica della Corea del Nord. Simultaneamente, il contrasto ai vettori strategici iracheni registrò un altro episodio cruciale nel marzo del 1990 a Bruxelles, con l’assassinio dello scienziato canadese Gerald Bull. Bull, genio dell’ingegneria balistica, era stato ingaggiato da Saddam Hussein per sviluppare il Project Babylon, un supercannone progettato per lanciare proiettili a raggio intercontinentale potenzialmente in grado di colpire Tel Aviv; la sua eliminazione determinò l’immediato smantellamento del programma.
La medesima intransigenza applicata all’esterno è stata storicamente impiegata per preservare l’assoluto segreto interno sulle proprie capacità strategiche. Nel 1986, l’ex tecnico nucleare Mordechai Vanunu rivelò al quotidiano britannico The Sunday Times le prove fotografiche dell’arsenale atomico israeliano sviluppato a Dimona. Divenuto un caso internazionale, Vanunu fu agganciato a Londra da un’agente del Mossad sotto copertura e convinto a trasferirsi a Roma per un breve soggiorno; fu proprio nella capitale italiana che scattò il sequestro, quando venne aggredito in un appartamento, drogato e trasferito clandestinamente via mare in Israele. Lì fu condannato a 18 anni di reclusione, di cui 11 scontati in regime di isolamento totale. Tra le risposte tecnologiche più estreme, dettate dalla cronica mancanza di profondità strategica dello Stato ebraico, si inserisce la figura del fisico statunitense Sam Cohen, universalmente noto come il padre della bomba al neutrone (Bomba N). Cohen affermò pubblicamente di aver collaborato con gli apparati di sicurezza di Tel Aviv, sostenendo che Israele avesse non solo compreso il valore tattico della sua invenzione, ma che fosse giunto a produrre armi al neutrone. Progettata per massimizzare l’emissione di radiazioni letali a corto raggio riducendo al minimo l’onda d’urto e la distruzione delle infrastrutture, la Bomba N rappresentava, nella dottrina difensiva profonda, l’argine definitivo contro un’eventuale invasione di massa da parte delle forze corazzate arabe: un’arma capace di neutralizzare gli equipaggi nemici a ridosso dei confini nazionali senza contaminare in modo irreversibile il territorio da difendere.
Con il mutare degli scenari geopolitici, l’attenzione strategica si è progressivamente focalizzata sulla Repubblica Islamica dell’Iran. Durante il conflitto tra Iran e Iraq (1980-1988), diversi analisti rilevarono come l’azione diplomatica e le forniture indirette di armi da parte di attori occidentali e regionali avessero l’obiettivo di prolungare il logoramento di entrambi i paesi, contenendo l’influenza della rivoluzione khomeinista e frenandone i programmi militari. Negli anni successivi, i tentativi di Teheran di uscire dall’isolamento internazionale incontrarono forti resistenze. Come evidenziato dall’esperto di relazioni internazionali Trita Parsi, la percezione di una minaccia esistenziale dovuta all’esclusione dai tavoli diplomatici post-1991 spinse l’Iran ad adottare una postura difensiva e reattiva, incrementando il sostegno a movimenti regionali come Hezbollah e la Jihad Islamica in funzione di deterrenza.
Negli Stati Uniti, l’azione di influenti think tank neoconservatori e di comitati d’azione politica vicini alle posizioni israeliane, come l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), esercitò una costante pressione sulle amministrazioni Clinton e Bush per mantenere una linea di totale chiusura verso Teheran. Nel 1995, queste pressioni contribuirono alla decisione del presidente Bill Clinton di bloccare tramite ordine esecutivo lo storico accordo commerciale tra l’Iran e la compagnia petrolifera statunitense Conoco, interrompendo i canali di normalizzazione economica.
Nei primi anni Duemila, la Dottrina Begin registrò un’importante evoluzione concettuale, affiancando alle incursioni aeree l’uso della disinformazione strategica globale. Nel periodo antecedente all’invasione dell’Iraq del 2003, i canali informativi di Tel Aviv condivisero intensamente con le agenzie di intelligence occidentali, in particolare all’interno dell’alveo operativo dell’inglese Operation Rockingham, dossier che attestavano la presunta riattivazione dei piani atomici e lo sviluppo di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein. Nello stesso periodo, figure pubbliche di spicco dell’area neocon come William Kristol e Michael Ledeen sostennero apertamente la necessità di un intervento militare a Baghdad per abbattere il regime baathista, caldeggiando un successivo allargamento della strategia di contenimento verso Teheran. Tale orientamento fu aspramente criticato da analisti e militari di primo piano, tra cui l’ex ispettore delle Nazioni Unite Scott Ritter e il generale Wesley Clark, i quali denunciarono pubblicamente come le pressioni di ristrette élite politiche stessero orientando la macchina bellica statunitense verso un nuovo conflitto mediorientale al fine di neutralizzare preventivamente gli avversari regionali di Tel Aviv, alimentando un acceso dibattito politico internazionale.
Nell’ultimo ventennio, il contrasto al programma nucleare iraniano ha integrato l’uso di tecnologie digitali avanzate e azioni mirate di nuova generazione. Nel 2010, i sistemi informatici della centrale di arricchimento dell’uranio di Natanz furono infettati da Stuxnet, un malware altamente sofisticato sviluppato in una collaborazione congiunta tra l’intelligence statunitense e quella israeliana. Il virus prese il controllo dei sistemi di automazione industriale, spingendo oltre mille centrifughe all’autodistruzione meccanica e configurandosi come il primo attacco cyber della storia capace di produrre danni fisici strutturali.
In sinergia alla guerra cibernetica, sono proseguite le operazioni sul campo. Nel novembre del 2011, una potente esplosione nella base militare di Bidganeh causò la morte del generale Hassan Tehrani Moghaddam, figura di vertice dello sviluppo missilistico delle Guardie della Rivoluzione. L’episodio apicale di questa strategia di decapitazione scientifica è stato raggiunto il 27 novembre 2020 con l’uccisione di Mohsen Fakhrizadeh, considerato dall’intelligence occidentale la mente del programma atomico iraniano. Fakhrizadeh è rimasto vittima di un sofisticato agguato nei pressi di Teheran, eseguito tramite una mitragliatrice automatizzata assistita da intelligenza artificiale e controllata via satellite da remoto.
La Dottrina Begin, in oltre sessant’anni, si è così elevata da linea d’azione tattica a pilastro esistenziale della sicurezza israeliana. Attraverso il sabotaggio industriale, il conflitto cibernetico e l’eliminazione mirata, Tel Aviv ha imposto un diritto di veto permanente sullo sviluppo strategico dei propri rivali regionali.
È un messaggio immutabile: la prevenzione non è un’opzione strategica, ma un imperativo di sopravvivenza. In questa guerra sotterranea, il confine tra la pace e il conflitto non si traccia più sui trattati, ma nell’ombra dei laboratori, dove la conoscenza stessa diventa la più pericolosa delle armi.
