Mosciano: la notte in cui emerse il Mostro di Firenze

Proscenio
L’Italia del 1981 attraversa una stagione inquieta. Gli anni di piombo non appartengono ancora al passato, le cronache continuano a registrare episodi di terrorismo politico, le tensioni sociali restano elevate e il Paese vive una fase di profonda sfiducia verso le istituzioni. Nelle grandi città si discute del caso P2, delle violenze estremiste e delle trasformazioni economiche che stanno modificando il volto della nazione. Nelle campagne toscane, lontano dai palazzi della politica e dai grandi centri industriali, un’altra vicenda sta prendendo forma.
Nel 1981 gli investigatori hanno davanti pochi elementi certi. Gli omicidi del 1968 e del 1974 occupano già spazio negli archivi giudiziari fiorentini, ma ciascun episodio conserva una propria identità investigativa. I fascicoli procedono separatamente, le piste seguono percorsi autonomi e manca ancora una cornice interpretativa capace di collegare quei delitti in una sequenza criminale riconoscibile. Il nome che in seguito diventerà familiare a tutta Italia non è ancora entrato nel linguaggio delle cronache e delle indagini. La figura del Mostro di Firenze non esiste ancora nel modo in cui verrà conosciuta negli anni successivi. Esistono invece singoli episodi, vittime diverse e una pistola Beretta calibro .22 che compare periodicamente sulla scena lasciando dietro di sé una scia di interrogativi. Alcuni investigatori iniziano a cogliere analogie significative; altri ritengono di trovarsi davanti a vicende indipendenti. Il quadro generale appare ancora incompleto e privo di una direzione univoca.
La Toscana di quegli anni conserva un carattere profondamente rurale. Colline, vigne, poderi isolati e strade secondarie disegnano un paesaggio che, al calare della sera, offre innumerevoli luoghi appartati. Molte giovani coppie scelgono proprio quelle aree per trascorrere qualche ora lontano dagli sguardi indiscreti. Automobili parcheggiate lungo sentieri sterrati o nei pressi dei boschi costituiscono una presenza abituale e raramente attirano l’attenzione.
Tra Firenze e Scandicci si estende una campagna punteggiata da case coloniche, uliveti e piccoli nuclei abitati. Mosciano e Roveta rappresentano una porzione discreta di questo territorio: località conosciute soprattutto da chi vi risiede o le attraversa quotidianamente. Pochi mesi dopo l’inizio dell’estate, quei nomi entreranno improvvisamente nelle cronache nazionali.
La sera del 6 giugno 1981 Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi raggiungono una zona appartata nelle campagne di Scandicci a bordo di una Fiat Ritmo color rame. Hanno ventun anni lei e trenta lui. Nulla lascia presagire che quella vettura stia per diventare il teatro di uno dei delitti più importanti dell’intera vicenda del Mostro di Firenze.
Quando l’alba illumina le colline attorno a Mosciano, la scena del crimine restituisce elementi che attirano immediatamente l’attenzione degli investigatori. Alcuni particolari richiamano un precedente delitto avvenuto nelle campagne fiorentine alcuni anni prima. Le verifiche balistiche e gli accertamenti successivi attribuiranno a quei dettagli un peso crescente nell’evoluzione dell’inchiesta.

La notte di Mosciano
La sera del 6 giugno 1981 Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi lasciano la casa dei genitori della ragazza dopo cena. Lei ha ventuno anni, è originaria di Nardò e vive con la famiglia a Ponte a Greve; lavora come pellettiera. Lui ha trent’anni, viene da Pontassieve ed è dipendente dell’Enel. Si conoscono da pochi mesi, ma il rapporto appare già stabile: nelle ricostruzioni successive verrà ricordato anche il progetto di matrimonio.
I due salgono sulla Fiat Ritmo color rame di Giovanni e raggiungono le colline di Mosciano, nel comune di Scandicci, lungo via dell’Arrigo, nella zona di Roveta. La strada conduce verso un’area appartata, frequentata da coppie in cerca di riservatezza. Campi, ulivi, vigne, case sparse e tratti sterrati compongono un paesaggio ordinario della campagna fiorentina, lontano dal traffico cittadino e abbastanza isolato da garantire discrezione.
L’orario dell’aggressione viene collocato generalmente tra le 22.30 e le 23.00, anche sulla base di testimonianze raccolte nella zona. Un contadino che abitava a circa duecento metri dal luogo del delitto riferì di aver sentito l’autoradio accesa fino alle 22.45 circa, poi più nulla. La notte, da quel momento, consegna soltanto il silenzio della campagna e una vettura ferma lungo la strada sterrata.
L’assassino si avvicina alla Fiat Ritmo e apre il fuoco. Giovanni Foggi viene colpito attraverso il finestrino anteriore sinistro: tre proiettili raggiungono il suo corpo, due alla testa e uno al torace, secondo le ricostruzioni riportate nelle cronache specialistiche sul caso. Carmela De Nuccio viene raggiunta da altri colpi mentre si trova nell’abitacolo. La pistola utilizzata è una calibro .22, la stessa arma che le verifiche balistiche collegheranno al precedente delitto del 1974 e agli episodi successivi della serie.
Dopo gli spari, l’aggressione prosegue fuori dall’automobile. Il corpo di Carmela viene trascinato nella vegetazione, a distanza dalla vettura, lungo la scarpata vicina. Su di lei l’assassino compie la mutilazione che diventerà uno dei segni più riconoscibili della serie: l’asportazione della regione pubica. La scena assume una configurazione diversa rispetto a un semplice duplice omicidio consumato in auto; l’azione mostra una sequenza ulteriore, fredda, ripetitiva, destinata a pesare enormemente nella lettura investigativa degli anni successivi.
La Fiat Ritmo rimane sul posto per tutta la notte. Giovanni è ancora nell’abitacolo, Carmela giace all’esterno, parzialmente nascosta dalla vegetazione. Nessun allarme immediato interrompe quelle ore. La campagna di Mosciano custodisce la scena fino alla mattina seguente, quando il rinvenimento dei corpi introdurrà uno dei passaggi più discussi dell’intera vicenda.

Il ritrovamento
La mattina del 7 giugno 1981 le campagne di Mosciano si presentano come molte altre domeniche di inizio estate. Il sole è già alto, l’aria è limpida e le strade che attraversano colline e poderi cominciano lentamente ad animarsi. Da qualche parte, tra gli ulivi e i vigneti che circondano Roveta, la Fiat Ritmo di Giovanni Foggi si trova ancora dove era stata lasciata la sera precedente.
A individuarla è Vittorio Sifone, brigadiere della Pubblica Sicurezza. L’uomo si trova nella zona insieme al figlio quando nota l’automobile ferma lungo la strada. L’attenzione viene attirata da alcuni particolari insoliti e, avvicinandosi al veicolo, la situazione assume immediatamente contorni drammatici.
All’interno della vettura si trova il corpo di Giovanni Foggi. La scena appare subito grave e richiede l’intervento delle autorità. Le ricerche nelle immediate vicinanze conducono rapidamente a una seconda scoperta: il cadavere di Carmela De Nuccio giace poco distante, lungo una scarpata coperta dalla vegetazione.
Nelle ore successive Mosciano viene raggiunta da carabinieri, polizia, magistrati e personale sanitario. La zona viene delimitata e iniziano i rilievi. Fotografie, misurazioni, repertazioni e verbali cercano di fissare ogni dettaglio di una scena che, fin dai primi momenti, presenta elementi destinati ad attirare l’attenzione degli investigatori.
Con il trascorrere degli anni, il nome di Vittorio Sifone finirà periodicamente al centro di discussioni, ricostruzioni e sospetti alimentati soprattutto da autori, studiosi indipendenti e osservatori del caso. La circostanza del ritrovamento da parte di un appartenente alle forze dell’ordine, unita ad alcune questioni relative alla disposizione di oggetti presenti sulla scena, darà origine a una serie di interrogativi destinati a riemergere più volte nel corso dei decenni.
Una delle questioni più dibattute riguarda la borsa di Carmela De Nuccio. Alcune testimonianze e successive analisi della documentazione fotografica hanno evidenziato apparenti discrepanze tra le prime descrizioni fornite dagli intervenuti e la posizione dell’oggetto immortalata nei rilievi ufficiali. Il tema ha alimentato numerose interpretazioni senza produrre conclusioni condivise o accertamenti giudiziari capaci di modificare il quadro processuale della vicenda.
La stessa figura di Sifone è stata periodicamente sottoposta a riletture critiche. Nessun procedimento giudiziario lo ha mai indicato come coinvolto nel delitto e il suo nome non compare tra i soggetti formalmente indagati per l’omicidio di Mosciano. La persistenza di queste discussioni rivela però un aspetto caratteristico dell’intera storia del Mostro di Firenze: ogni anomalia, ogni dettaglio marginale e ogni apparente incongruenza finiscono spesso per generare nuove domande, anche molti anni dopo gli eventi.
Mentre le polemiche appartengono soprattutto alle riletture successive, la mattina del 7 giugno 1981 consegna agli investigatori una realtà molto concreta: due giovani uccisi, una scena complessa e una serie di reperti destinati a orientare rapidamente l’inchiesta verso piste che vanno ben oltre i confini di Scandicci.
Tra quei reperti, uno in particolare attirerà l’attenzione degli specialisti: i bossoli lasciati dall’assassino.

La scena del crimine
I rilievi effettuati a Mosciano restituiscono agli investigatori una scena articolata, composta da elementi distribuiti tra l’abitacolo della Fiat Ritmo e l’area circostante. Giovanni Foggi viene trovato al posto di guida; Carmela De Nuccio giace alcuni metri più lontano, lungo il declivio che costeggia la strada. La disposizione dei corpi suggerisce una sequenza sviluppatasi in più fasi e distribuita in punti diversi dello stesso luogo.
Le autopsie confermano che l’aggressione è stata condotta con una pistola calibro .22. I colpi raggiungono entrambi i giovani con elevata precisione. L’arma utilizzata richiama immediatamente un elemento già presente negli archivi investigativi: la Beretta calibro .22 associata al duplice omicidio del 1974. Saranno tuttavia gli esami balistici successivi a conferire a quel dettaglio un’importanza decisiva.
I bossoli repertati a Mosciano appartengono alla serie Winchester H, una sigla destinata a diventare familiare agli investigatori che negli anni successivi lavoreranno sul Mostro di Firenze. Microscopio comparatore, segni impressi dal percussore, tracce lasciate dall’estrattore e dall’espulsore consentono di confrontare i reperti con quelli provenienti da altri delitti. La balistica forense opera attraverso particolari minuscoli: imperfezioni metalliche, solchi, incisioni invisibili a occhio nudo che finiscono per assumere il valore di una firma.
Le verifiche conducono verso una conclusione destinata a orientare profondamente l’inchiesta. I bossoli rinvenuti a Scandicci risultano compatibili con la stessa arma impiegata nel duplice omicidio consumato nel 1974. Il collegamento non nasce da impressioni investigative o da analogie generiche: emerge da accertamenti tecnici eseguiti sui reperti.
Accanto agli aspetti balistici compare un secondo elemento destinato a pesare enormemente nella ricostruzione del caso. Sul corpo di Carmela De Nuccio viene riscontrata l’asportazione della regione pubica. L’intervento presenta caratteristiche che colpiscono immediatamente medici legali e investigatori per metodo, finalità e modalità esecutive.
Sul corpo di Carmela De Nuccio viene riscontrata l’asportazione della regione pubica. Quel gesto richiama immediatamente l’attenzione degli investigatori e diventa uno dei principali oggetti di studio delle successive consulenze medico-legali. Una parte significativa della letteratura investigativa sul Mostro di Firenze si concentrerà proprio su quel particolare, destinato a rimanere uno dei segni più caratteristici della serie criminale.
Numerosi interrogativi rimangono aperti. La durata dell’azione, i movimenti dell’assassino attorno alla vettura, il tempo necessario per compiere la mutilazione e le modalità con cui l’autore riesce ad agire senza essere notato continuano a occupare una parte importante delle ricostruzioni successive. Alcune risposte arriveranno dagli accertamenti tecnici; altre rimarranno affidate a ipotesi e interpretazioni.
Una certezza, però, emerge con chiarezza già nelle settimane successive al delitto. Mosciano è un qualcosa di più esteso rispetto al semplice omicidio isolato: i reperti balistici e le caratteristiche dell’aggressione collocano il duplice omicidio all’interno di una vicenda molto più ampia, destinata a estendersi ben oltre le campagne di Scandicci e a diventare una delle più lunghe e controverse indagini della storia criminale italiana.

Vincenzo Spalletti

L’indagine sbagliata
Le settimane successive al delitto di Mosciano sono caratterizzate da una forte pressione investigativa. Due giovani sono stati assassinati nelle campagne di Scandicci, la stampa segue il caso con crescente attenzione e le autorità cercano rapidamente un responsabile. L’attenzione degli inquirenti converge progressivamente su un sospettato destinato a occupare per mesi il centro dell’inchiesta. L’attenzione degli inquirenti si concentra su Vincenzo Spalletti, artigiano fiorentino con precedenti per reati sessuali. Il suo nome entra nell’inchiesta attraverso una serie di elementi ritenuti significativi all’epoca: abitudini personali, comportamenti considerati sospetti e alcune circostanze che sembrano collocarlo nell’orbita del delitto.
L’arresto produce un notevole impatto mediatico. Una parte dell’opinione pubblica ritiene che il responsabile sia stato individuato e che il caso possa avviarsi verso una conclusione relativamente rapida. Gli investigatori sottopongono Spalletti a interrogatori, verifiche e approfondimenti che si protraggono per mesi.
Con il passare del tempo, però, il quadro accusatorio perde consistenza. Gli accertamenti tecnici non forniscono riscontri capaci di consolidare l’ipotesi investigativa e numerosi elementi inizialmente interpretati come indizi assumono un peso diverso quando vengono esaminati con maggiore attenzione. Le verifiche balistiche, nel frattempo, continuano a seguire una strada autonoma e conducono verso scenari molto più ampi rispetto alla figura di un singolo sospettato locale.
La posizione di Spalletti si indebolisce progressivamente. Poi arriva un fatto impossibile da ignorare: il 22 ottobre 1981 vengono uccisi Susanna Cambi e Stefano Baldi nelle campagne di Calenzano. L’arma è ancora la stessa calibro .22. Spalletti si trova in carcere, quindi non può essere l’autore di quel nuovo duplice omicidio. La pista costruita attorno a lui crolla e la scarcerazione diventa inevitabile. L’episodio rivela una difficoltà destinata ad accompagnare l’intera storia del Mostro per molti anni.
Ogni delitto produce segnalazioni, testimonianze, sospetti e piste apparentemente promettenti. Alcune si consumano rapidamente davanti ai riscontri tecnici. Altre acquistano valore soltanto dopo nuovi omicidi, nuovi confronti balistici e nuovi errori investigativi.
Mentre Spalletti esce dall’inchiesta, i bossoli continuano a parlare. La stessa arma collega Mosciano a Calenzano e costringe gli investigatori a misurarsi con una realtà più vasta rispetto al singolo sospettato locale. Il delitto De Nuccio-Foggi diventa così uno dei passaggi decisivi attraverso cui la serie del Mostro di Firenze assume una fisionomia più riconoscibile.

Il delitto che cambia tutto
Il duplice omicidio di Mosciano occupa una posizione particolare nella storia del Mostro di Firenze. Gli accertamenti balistici confermano il collegamento con il delitto del 1974 e, pochi mesi più tardi, l’assassinio di Susanna Cambi e Stefano Baldi aggiunge un nuovo tassello alla medesima sequenza criminale. La ripetizione dell’arma, delle modalità operative e della scelta delle vittime comincia a delineare una continuità sempre più difficile da ignorare.
Fino a quel momento gli investigatori si erano confrontati con episodi separati da anni di distanza e privi di una struttura interpretativa condivisa. Tra il giugno e l’ottobre del 1981 il quadro acquisisce maggiore consistenza. Tre duplici omicidi risultano ormai collegati dalla stessa pistola Beretta calibro .22 e dalle munizioni Winchester serie H, una combinazione estremamente specifica che restringe sensibilmente il campo delle possibili spiegazioni.
Anche la geografia dei delitti assume un significato crescente. Le campagne che circondano Firenze si trasformano progressivamente in un teatro criminale riconoscibile: strade secondarie, piazzole appartate, automobili parcheggiate lontano dai centri abitati, coppie giovani sorprese durante momenti di intimità. Ogni nuovo fascicolo aggiunge dettagli a una mappa che inizia lentamente a mostrare una propria coerenza.
Mosciano occupa una posizione particolare anche per le modalità con cui viene trattato il corpo di Carmela De Nuccio. La mutilazione riscontrata durante gli accertamenti medico-legali richiama immediatamente l’attenzione degli investigatori e diventa uno dei particolari più studiati dell’intera vicenda. Una parte significativa delle caratteristiche che verranno associate al Mostro di Firenze appare già delineata nelle campagne di Scandicci durante la notte del 6 giugno 1981. Magistrati, carabinieri e polizia si trovano davanti a una sfida investigativa molto diversa rispetto a quella affrontata nei primi anni Settanta. L’ipotesi di un autore seriale acquista progressivamente credibilità, sostenuta da reperti tecnici, confronti balistici e analogie comportamentali che si accumulano fascicolo dopo fascicolo. Le indagini continuano a muoversi tra sospetti, segnalazioni e verifiche, ma la prospettiva cambia profondamente: al centro non c’è più soltanto un singolo delitto, bensì una sequenza di omicidi distribuita nel territorio fiorentino.
La piena consapevolezza della portata del fenomeno richiederà ancora anni, nuovi delitti e ulteriori sviluppi investigativi. Una parte delle domande emerse a Mosciano continuerà ad accompagnare magistrati e investigatori per decenni. Alcune troveranno risposta nelle aule giudiziarie; altre rimarranno sospese, alimentando uno dei casi criminali più discussi della storia italiana.

Ombre e memoria
Tra tutti i luoghi associati al Mostro di Firenze, Mosciano conserva una posizione particolare. La notte del 6 giugno 1981 un tratto appartato delle colline di Scandicci diventa il teatro dell’omicidio di Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi, due giovani che fino a quel momento non occupavano alcuno spazio nelle cronache nazionali.
La vicenda attraversa successivamente decenni di indagini, processi, consulenze tecniche e riletture investigative. Una parte dell’attenzione si concentra sugli accertamenti balistici; un’altra sulle prime attività svolte sul luogo del delitto. Tra questi aspetti trova spazio anche il ritrovamento dei corpi da parte di Vittorio Sifone, brigadiere della Pubblica Sicurezza, circostanza destinata a riemergere periodicamente nelle discussioni dedicate al caso.
Alcuni autori hanno concentrato l’attenzione sulla posizione di determinati oggetti presenti sulla scena, sulle fotografie realizzate durante i rilievi e sulle testimonianze raccolte nelle ore successive all’omicidio. Le osservazioni più frequenti riguardano la borsa di Carmela De Nuccio e alcune apparenti discrepanze tra descrizioni e documentazione fotografica. Nessuno di questi elementi ha prodotto conseguenze giudiziarie tali da modificare il quadro consolidato dell’inchiesta.
Le colline che circondano Roveta hanno mantenuto il loro aspetto rurale: filari, oliveti, strade strette e case sparse. Il nome di Mosciano, invece, è rimasto legato a una delle pagine più note della cronaca criminale italiana. Verbali, fotografie, perizie e fascicoli continuano ancora oggi a essere esaminati da studiosi, giornalisti e ricercatori. La notte del 6 giugno 1981 si è conclusa da tempo; il lavoro di interpretazione di ciò che accadde continua invece a percorrere gli archivi della vicenda.

 

Similar Posts

Lascia un commento