Staging
Uno degli aspetti che la Forensic Victimology valuta è l’eventuale staging: modificazioni intenzionali della scena, fatte dall’autore per alterare la lettura dell’evento, simulare una dinamica diversa da quella reale o indirizzare le indagini verso una ricostruzione falsa. Non basta un’anomalia sulla scena, uno spostamento della vittima, la rimozione di un oggetto; bisogna dimostrare che il teatro del crimine sia stato materialmente modificato e che quella modifica avesse proprio lo scopo di depistare. Vanno perciò tenuti fuori dallo staging sia gli spostamenti che fanno parte dell’azione omicidiaria stessa, sia le condotte per occultare la vittima o sottrarre prove, a meno che non risultino pensate per rappresentare falsamente l’accaduto.
Nel 2007 la BPA del RIS di Parma aveva ricostruito, sulla base delle tracce di swipe e wipe sul pavimento, un trascinamento della vittima, descritta come pressoché esanime, dal soggiorno verso il corridoio. Ipotizzava poi che fosse stata sollevata e gettata lungo le scale della cantina. La nuova analisi del RIS di Cagliari, nel 2025, conferma lo spostamento verso il vano scala, ma racconta una dinamica più articolata. La seconda parte dell’aggressione si sarebbe sviluppata soprattutto in prossimità della porta della cantina e all’inizio della scala: Chiara Poggi, ormai inerme, sarebbe stata fatta scivolare – non lanciata – lungo i primi gradini per poi proseguire tra il terzo e il quarto gradino, dove si colloca la fase finale: la più lesiva, quella con maggiore dispersione ematica.
La distinzione conta ed è decisiva per valutare lo staging. Lo spostamento del cadavere verso le scale non ha i tratti di una manipolazione compiuta a cose fatte, perché la BPA del 2025 colloca proprio nel vano scala una parte rilevante – e conclusiva – dell’aggressione stessa. Tracce da trascinamento, swipe, pattern da impatto e da cast-off, impronte di calzatura per trasferimento di materiale ematico, distribuzione delle macchie sui gradini: tutto disegna una progressione spaziale dell’azione violenta, non una scena costruita a tavolino dopo il fatto. La posizione finale del corpo è collegata, almeno in parte, alla prosecuzione dell’attacco e allo scivolamento successivo della vittima.
C’è anche l’ipotesi che alcuni imbrattamenti sulle scale siano conseguenza di un intervento susseguente: la rimozione del corpo e il suo trasporto verso l’uscita. La consulenza del 2025 non l’ha ritenuta la spiegazione più coerente. Le fotografie scattate il 13 agosto 2007, prima della rimozione della salma, mostravano già quelle tracce; gli imbrattamenti si interrompevano sul gradino zero, senza proseguire sul pavimento, e l’accumulo di materiale ematico indicava una direzione verso il basso. Per altre tracce geometriche compatibili con impronte di calzatura, invece, la stessa consulenza non esclude un inquinamento successivo, dovuto al personale intervenuto: già la relazione del 2007 segnalava che alcune tracce di sangue sul pavimento erano state modificate o asportate dalle prime attività di sopralluogo e repertamento. Bisogna quindi distinguere, caso per caso, ciò che appartiene alla dinamica del delitto da ciò che è conseguenza di quello che è successo dopo sulla scena.
C’è infine lo stazionamento dell’aggressore sul gradino zero, ricostruito sempre dalla BPA del 2025: la posizione e la tipologia di alcune impronte per trasferimento ematico sono giudicate fortemente indicative di una fase di osservazione della scala e della posizione della vittima dopo l’aggressione. Il documento descrive anche la risalita dell’autore, con tracce da gocciolamento compatibili con il trasporto dell’arma insanguinata, e alcuni spostamenti successivi nell’abitazione, precisando però che la collocazione cronologica di alcuni di essi resta incerta. Prese da sole, nemmeno queste condotte dimostrano la volontà di simulare una dinamica diversa.
Sulla base dei documenti esaminati, quindi, non si può parlare di staging in senso tecnico. Lo spostamento della vittima e la fase di osservazione successiva all’aggressione sono ricostruiti, ma non è dimostrato che la posizione finale del corpo, la discesa lungo le scale o altri elementi dell’abitazione siano stati predisposti apposta per rappresentare una caduta accidentale, simulare un movente diverso o deviare le indagini verso un autore estraneo. Senza la prova di quella finalità depistatoria, lo spostamento materiale della vittima resta solo questo e non diventa un indicatore certo di staging.
La scena di Garlasco conserva alcuni elementi compatibili con un’attività successiva all’aggressione. L’arma del delitto non è mai stata recuperata. Mancano anche gli eventuali teli o asciugamani che potrebbero essere serviti per detergere sangue dal corpo dell’aggressore, dalle mani o dall’arma e per trasportare quest’ultima senza lasciare nuove tracce lungo il percorso di uscita. In cucina, inoltre, il posacenere contiene una quantità visibile di cenere, mentre non vi sono mozziconi. Questi elementi, presi singolarmente, non descrivono necessariamente uno staging. La sottrazione dell’arma e l’eventuale eliminazione di oggetti compromettenti appartengono prima di tutto alla bonifica e all’occultamento delle tracce. Lo staging richiede qualcosa di diverso: una modifica deliberata della scena destinata a suggerire una dinamica differente da quella realmente avvenuta.
Undoing
Diverso dallo staging è l’undoing, l’insieme dei gesti con cui l’autore sembra provare ad attenuare simbolicamente le conseguenze di quello che ha fatto: ricomporre il corpo, coprire il volto o la salma, sistemare gli indumenti, lavare la vittima, lasciare accanto al cadavere un oggetto con un possibile significato affettivo. Non basta che l’aggressore tocchi, sposti o modifichi la posizione della vittima per parlare di undoing. Gesti simili possono rispondere a esigenze del tutto diverse come proseguire l’aggressione, controllare le condizioni della persona colpita, agevolarne lo spostamento, o anche occultare il corpo, rimuovere prove, liberare un passaggio. Per riconoscere un gesto davvero riparativo bisogna verificare che non abbia una spiegazione funzionale più immediata e che abbia le caratteristiche di un tentativo di restituire alla vittima un’apparenza di ordine, dignità o protezione.
Anche quando questi comportamenti sono riconoscibili, l’undoing non prova da solo rimorso, pietà o una relazione affettiva tra autore e vittima: il suo significato psicologico resta un’inferenza. La stessa condotta può nascere dal bisogno dell’autore di prendere le distanze da quello che ha appena fatto, dalla difficoltà di reggere la vista delle conseguenze della propria azione, dal tentativo di ridurre l’impatto emotivo della scena, o da motivazioni personali che le sole evidenze materiali non permettono di ricostruire. La scena può documentare il gesto, non l’emozione o il pensiero che lo hanno prodotto.
Nella scena del crimine di Garlasco non ci sono gesti riconducibili all’undoing. Nessuna ricomposizione del corpo, copertura del volto o della persona, sistemazione degli indumenti, lavaggio della vittima o altra condotta pensata per attenuare, almeno simbolicamente, gli effetti visibili dell’aggressione. Gli indumenti di Chiara Poggi – maglietta, pantaloncini del pigiama, slip – furono descritti in sede medico-legale come integri e parzialmente imbrattati di sangue, niente che faccia pensare a un riordino intenzionale. Neppure lo spostamento della vittima verso il corridoio e poi lungo le scale della cantina si può leggere come undoing. Come visto a proposito dello staging, la ricostruzione BPA più recente colloca proprio lì, tra il terzo e il quarto gradino, la fase conclusiva dell’aggressione, con il corpo che poi scivola passivamente dal quinto gradino in giù: uno spostamento funzionale alla progressione della violenza, non a una ricomposizione della vittima.
Stessa cautela per la traccia di una mano insanguinata sulla spalla sinistra della maglietta di Chiara Poggi. La relazione del 2007 la lesse come possibile conseguenza del sollevamento o dello spostamento della vittima; la ricostruzione del 2025 la considera compatibile con l’appoggio della mano sinistra dell’aggressore sulla sua spalla durante la fase sulle scale, senza escludere che risalga a un momento precedente. In nessuna delle due letture il contatto ha i tratti di un gesto consolatorio: trova spiegazione nella gestione del corpo e nella dinamica dell’aggressione. Non va caricato, senza altri riscontri, di un significato affettivo che le evidenze non danno.
La BPA ha ricostruito anche una fase in cui l’aggressore si sarebbe fermato sul gradino zero a osservare dall’alto la posizione della vittima. Neanche questo si può chiamare undoing, perché non è accompagnato da alcun gesto di copertura, ricomposizione o cura del corpo; documenta una permanenza dell’omicida sulla scena, un’attività di osservazione o ricognizione, non i pensieri o le emozioni che l’hanno accompagnata.
Questo non vuol dire che l’aggressore non abbia provato rimorso, disagio o un conflitto interiore, né permette di formulare valutazioni sulla sua personalità o sul rapporto con la vittima: un’esperienza emotiva può non tradursi in un gesto osservabile; e non vuol dire nemmeno il contrario, cioè che fosse estraneo a Chiara Poggi o indifferente. Vuol dire solo che, in questo caso, la vittimologia forense non trova elementi per sostenere una condotta simbolicamente riparativa.
